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I boschi vetusti in Piemonte

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In Italia e in gran parte del continente europeo non esistono più foreste “primarie” o “vergini”, cioè foreste mai interessate da attività umane; porzioni  di estensione significativa delle foreste originarie si sono conservate solo in alcune porzioni dell’Europa orientale (purtroppo non tutte adeguatamente tutelate).
In Italia e anche in Piemonte esistono però alcuni “boschi vetusti”, cioè porzioni di foresta che da parecchi decenni non sono più interessate da interventi selvicolturali e denotano un elevato grado di naturalità, per la presenza di specie autoctone e di tutti gli stadi del ciclo vitale, dalla rinnovazione agli alberi di grandi dimensioni, morti in piedi, fino ai tronchi a terra in fase di decomposizione.

Il legno morto presente negli alberi vivi, in quelli morti in piedi, nei tronchi e nella ramaglia a terra, costituisce la necromassa, elemento cruciale per la biodiversità offrendo rifugio a a una vasta gamma di organismi, sia vegetali sia animali. Tra questi gli insetti saproxilici, i quali, dipendendo dal legno morto per nutrirsi e svilupparsi, contribuiscono alla decomposizione del legno, al riciclo della materia organica e quindi alla fertilità del bosco.

Definizioni

La prima definizione internazionale  “foresta vetusta” è stata proposta dalla FAO nel 2001:
“porzione di foresta primaria o secondaria che abbia raggiunto un’età nella quale specie e attributi strutturali normalmente associati con foreste primarie senescenti dello stesso tipo, si siano sufficientemente accumulati così da renderlo distinto come ecosistema rispetto a boschi più giovani.” Una definizione generica che nel nostro Paese è stata di supporto ad un primo studio realizzato nei Parchi nazionali dalla Società Botanica Italiana per conto del Ministero dell’Ambiente, pubblicato nel 2010, che portò alla selezione di 68 siti, dei quali 40 a prevalenza o con presenza di faggio (testo: "Foreste vetuste in Italia").

Nel 2018 il Testo Unico Foreste e Filiere forestali, il cosiddetto TUFF (d.lgs. 34/2018) ha previsto all’art. 7 la redazione di “linee guida per l’identificazione delle aree definibili come boschi vetusti e le indicazioni per la loro gestione e tutela, anche al fine della creazione della Rete nazionale dei boschi vetusti.” L’anno successivo la legge 141, di conversione del "Decreto clima" D.L. 111/2019, ha integrato l'articolo 3 del TUFF, introducendo la seguente definizione di "bosco vetusto": superficie boscata costituita da specie autoctone spontanee coerenti con il contesto biogeografico, una biodiversità caratteristica conseguente all'assenza di disturbi da almeno 60 anni e la presenza di stadi seriali legati alla rigenerazione ed alla senescenza spontanee.
Sulla base di tali disposizioni, negli anni 2020-2021 un gruppo di lavoro comprendente rappresentanti del mondo accademico e delle Regioni (tra cui il Piemonte con il Settore Foreste), ha supportato la Direzione Foreste del Ministero (MiPAAF, ora MASAF) nella redazione delle “Linee guida per l’identificazione delle aree definibili come boschi vetusti”, approvate a novembre 2021 con Decreto MiPAAF – MITE.

L'individuazione dei boschi vetusti in Piemonte

Grazie agli specifici finanziamenti del Fondo per le foreste italiane trasferiti alle regioni a fine 2022 dalla Direzione Foreste del MiPAAF (ora MASAF), il Settore Foreste della Regione Piemonte ha affidato un progetto di individuazione e descrizione dei boschi candidabili come “vetusti” ad IPLA (società in house della Regione), che ha coinvolto il DISAFA dell’Università di Torino, a supporto delle attività previste (ricerca bibliografica, sopralluoghi e rilievi forestali, definizione di indirizzi gestionali e procedure di censimento).
Partendo da una lista di oltre 50 popolamenti, redatta sulla base della conoscenza del territorio acquisita da IPLA in decenni di attività (dagli studi per i Piani Forestali Territoriali alla redazione dei Piani per le Aree protette e i siti della Rete Natura 2000), l’attività svolta con sopralluoghi tra l’estate del 2023 e la primavera del 2025 ha portato all’individuazione di un primo elenco di 14 siti candidabili come Boschi Vetusti, elencati nella tabella seguente.

Eccoli, ordinati per Categoria forestale, con la localizzazione a livello comunale e la stima della superficie interessata: 
1) Cembreta dell’Alevè (Pontechianale – Casteldelfino, CN), 97 ettari (ha);
2)  Cembreta di Oultiaire/Sette Bacias (Usseaux, TO), 79 ha;
3)  Lariceto dell’Alpe Devero di Baceno (VB), 20 ha
4)  Lariceto dell’Alpe Veglia (Varzo, VB), 20 ha 
5)  Pineta di pino uncinato della Valle Thuras (Cesana, TO), 50 ha
6)  Pineta di pino silvestre del Castello (Pietraporzio - fraz. Castello, CN), 22 ha
7)  Pecceta di Fondovalle (Formazza - fraz. Fondovalle, VB), 13 ha
8)  Abieti-Pecceta del Poggio Lagone (Campertogno, VC), 27 ha
9)  Abetina delle Terme (Valdieri, CN), 51 ha
10) Abetina del Prel (Chiusa Pesio, CN), 42 ha
11) Abetina di Fondo (Traversella, TO), 22 ha
12) Abetina dell’Alpe Cusogna (Valle San Nicolao, BI), 30 ha
13) Faggeta di Palanfrè (Vernante, CN), 10 ha
14) Querco-carpineto della Collina torinese (Pino, TO), 10 ha

Prevale la proprietà comunale (per 8 boschi), seguono la privata (3 boschi, in un caso affidata a Ente gestore di Area protetta), la consortile (2) e infine il demanio regionale (un bosco, l’abetina Cusogna in Valle Sessera).
Ben 12 popolamenti su 14 sono situati all’interno di Aree protette regionali o di siti della rete Natura 2000 (le due eccezioni sono i boschi di Pietraporzio e Traversella).

Dove sono i boschi vetusti in Piemonte?

Attualmente su 14 popolamenti candidati ben 13 si collocano in ambito montano ed in particolare sulle Alpi. Tale assetto è dovuto a fattori stazionali, storico-culturali e di governance. Nel primo caso le ragioni sono legate all’orografia e alla scarsa accessibilità dei boschi che ha reso le utilizzazioni poco interessanti dal punto di vista economico. Alcune di queste foreste sono state inoltre preservate nel tempo, sebbene saltuariamente utilizzate, per la loro funzione protettiva degli insediamenti umani da valanghe, cadute di sassi e movimenti franosi. Il secondo aspetto riguarda lo spopolamento delle aree montane, coinciso storicamente con lo sviluppo economico e l’industrializzazione che ha riguardato città e pianure a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Altro aspetto, più recente, è l’espansione delle aree protette regionali, che in Piemonte ebbe grande impulso già alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, e la successiva istituzione dei siti della Rete Natura 2000, costituita a livello dell'Unione Europea. Ciò ha esteso la protezione ad ampie porzioni di foresta che hanno beneficiato della possibilità di continuare ad evolvere nel tempo in modo più naturale.

Si prevede di estendere il censimento in una seconda fase, indagando ambiti più antropizzati del territorio piemontese, cercando di incrementare il numero dei boschi vetusti in collina e pianura, attualmente rappresentati da un solo popolamento.
Nell’effettuare questa indagine occorrerà tuttavia contestualizzare alcuni parametri della vetustà: in ambito planiziale e collinare le superfici hanno estensione mediamente inferiore e pertanto difficilmente si potrà rispettare il valore soglia di 10 ha; più realisticamente si dovrà scendere ai 2 ha, valore limite definito dalle linee guida. Anche il concetto di assenza di disturbo andrebbe adattato: in ambito subalpino nel corso di 60 anni l’assetto del bosco può rimanere pressoché immutato, mentre in pianura, nello stesso spazio temporale, alcuni particolari tipi di foresta, come ad esempio quelle riparie, possono compiere il loro intero ciclo evolutivo, dalla rinnovazione alla vetustà.

Il progetto Interreg Europe Resilient Trees

Il Settore Foreste della Regione Piemonte partecipa al progetto RESILIENT TREES - Old-Growth forests and Veteran Trees for Biodiversity and Resilient Landscapes, che ha come obiettivo l’individuazione di adeguate modalità di gestione e conservazione delle foreste e dei grandi alberi vetusti, attraverso un processo di cooperazione interregionale che prevede visite tecniche, condivisione di buone pratiche e formazione specialistica.
Il progetto, avviato a maggio 2025 e coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto per la BioEconomia (S. Michele all’Adige – TN), oltre ai due soggetti italiani, interessa partner scientifici ed amministrativi di Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania, Albania

Link progetto Interreg Europe Resilient Trees.