Tipologia di contenuto
Scheda informativa

Disposizioni organiche in materia di polizia locale. Domande & risposte

Rivolto a
Enti pubblici

Risposte ai più frequenti quesiti in merito ai provvedimenti normativi nazionali e regionali e a quelli amministrativi riguardanti la Polizia locale.

In questa pagina potete trovare le risposte ai più frequenti quesiti interpretativi ed applicativi della  Legge 7 marzo 1986, n. 65: “Legge-quadro sull'ordinamento della polizia municipale” (tenuto conto   della recentissima novità introdotta dall’articolo 19-ter del Decreto legge 4 ottobre 2018, numero 113: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, convertito con la Legge 1° dicembre 2018, numero 132: “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 ...”) e delle disposizioni nazionali ad essa collegate, della legge regionale 30 novembre 1987, n. 58: “Norme regionali in materia di polizia locale”, della legge regionale 16 dicembre 1991, n. 57: “Integrazione alla legge regionale 30 novembre 1987, n. 58, concernente 'Norme in materia di Polizia locale’”, della D.G.R. 21 luglio 2008, n. 50-9268: “Approvazione modifiche ed integrazioni alle caratteristiche dei segni distintivi del grado degli appartenenti ai corpi ed ai servizi della polizia locale della regione piemonte e istituzione della medaglia per meriti speciali”, della D.G.R. n. 51-9269 del 21 luglio 2008: “Approvazione modifiche ed integrazioni alle caratteristiche delle uniformi degli appartenenti ai Corpi ed ai Servizi della Polizia Locale della Regione Piemonte” e dal suo allegato A), e dei contratti collettivi nazionali di lavoro interessanti il personale della Polizia municipale.

Per quest’ultima fattispecie di quesiti sono riportate testualmente ed in ordine cronologico le domande e le risposte ritenute maggiormente rilevanti e/o interessanti, che sono state fornite nel corso del tempo dall’Agenzia per la Rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN).

Tutte le domande e le relative risposte sono in ogni caso frutto della sintesi dei numerosi quesiti pervenuti al settore regionale da parte dei Corpi e Servizi di Polizia locale piemontesi ed hanno lo scopo di fornire indicazioni interpretative utili per la corretta applicazione delle disposizioni sopra richiamate in termini di supporto giuridico fornito dall’Amministrazione regionale agli Enti locali.

Quest’attività rappresenta quindi una mera collaborazione interpretativa in via di continua evoluzione ed aggiornamento che non ha pretese di esaustività assoluta né, tanto meno, di sostituzione del potere/dovere e dell’autonomia dei singoli Enti locali di fornire quelle che ritengono essere le soluzioni applicative più adeguate ai singoli casi concreti che sono sottoposti alla loro attenzione.

LEGISLAZIONE NAZIONALE E REGIONALE SULLA POLIZIA MUNICIPALE

1) Gli appartenenti alla Polizia municipale sono competenti all’accertamento di tutti gli illeciti amministrativi?

In virtù del combinato disposto dall’articolo 1, comma 1, prima parte, della Legge n. 65/1986 e 13 della Legge 24/11/1981, n. 689, gli appartenenti alla Polizia municipale sono competenti all’accertamento di tutte le violazioni punite con sanzioni amministrative.

2) Quali poteri può esercitare il Sindaco o l’Assessore da questi delegato alla Polizia municipale sul Comandante del Corpo o sul Responsabile del Servizio di Polizia municipale?

Il rapporto tra il Sindaco o l’Assessore alla Polizia municipale, da un lato, ed il Comandante del Corpo o il Responsabile del Servizio di Polizia municipale, dall’altro, è regolato dagli articoli 2 e 9 della Legge n. 65/1986.

Dette norme hanno voluto tenere distinte la posizione dell’organo politico elettivo e quella dell’organo tecnico, dotando il secondo della necessaria autonomia sul piano organizzatorio, in modo da differenziare e caratterizzare il peculiare apparato della Polizia municipale rispetto alle altre ripartizioni organizzative svolgenti le ordinarie ed istituzionali funzioni comunali (Tar Lazio, sezione II, sentenza 10/3/1998, n. 385).

Lo stesso articolo 6, commi 1 e 2, della legge regionale 30/11/1987, n. 58, esplica il concetto in termini di dipendenza gerarchica e funzionale per l’esercizio delle funzioni di polizia municipale, svolte in forma singola od associata, dell’organo tecnico rispetto a quello politico.

Pertanto, l’organo politico può certamente impartire le direttive, vigilare sull'espletamento del servizio ed adottare i provvedimenti previsti dalle leggi e dai regolamenti, con obbligo, da parte di tutti gli addetti alle attività di polizia municipale di eseguirli.

L’organo politico, tuttavia, considerata l’autonomia di cui il Comandante od il Responsabile del Servizio sono dotati ex lege non può esercitare nei confronti della loro attività poteri di avocazione e di sostituzione (cfr., Tar Piemonte, sezione II, sentenza 30/11/1990, n. 452).

3) Gli appartenenti alla Polizia municipale possono esercitare funzioni di polizia giudiziaria?

L’articolo 5, comma 1, lettera a) della Legge n. 65/1986, dispone testualmente che: “Il personale che svolge servizio di polizia municipale, nell'ambito territoriale dell'ente di appartenenza e nei limiti delle proprie attribuzioni, esercita anche:

a) funzioni di polizia giudiziaria, rivestendo a tal fine la qualità di agente di polizia giudiziaria, riferita agli operatori, o di ufficiale di polizia giudiziaria, riferita ai responsabili del servizio o del Corpo e agli addetti al coordinamento e al controllo, ai sensi dell'articolo 221, terzo comma, del codice di procedura penale”.

A propria volta, l’articolo 10, prima parte, della legge regionale 30/11/1987, n. 58, rinvia espressamente alla suddetta norma statale, disponendo che “Agli appartenenti ai servizi di Polizia locale si applicano le norme di cui all'art. 5 della legge 7 marzo 1986, n. 65, per quanto attiene alle funzioni previste ...”.

4) Quali sono le ipotesi in cui gli appartenenti alla Polizia municipale possono portare senza licenza le armi di cui possono essere dotati secondo i rispettivi regolamenti comunali?

In base all’articolo 5, comma 5, della Legge n. 65/1986, così come interpretato nel suo primo periodo dall’articolo 19 - ter del Decreto legge 4/10/2018, n. 113, convertito con modificazioni con la Legge 1/12/2018, n. 132, solo gli addetti al servizio di polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza possono, previa deliberazione in tal senso del consiglio comunale, portare, senza licenza, le armi di cui possono essere dotati in relazione al tipo di servizio nei termini e nelle modalità previsti dai rispettivi regolamenti, nonché nei casi di operazioni esterne di polizia, d’iniziativa dei singoli durante il servizio, anche al di fuori del territorio dell’Ente di appartenenza esclusivamente in caso di necessità dovuta alla flagranza dell’illecito commesso nel territorio di appartenenza, oltre che nei casi di cui all’articolo 4 della stessa Legge n. 65/1986 e per l'accesso ai poligoni di tiro per l'addestramento all’uso delle armi in dotazione.

5) Gli addetti di Polizia municipale possono recarsi presso un poligono collocato al di fuori del territorio comunale con la pistola d’ordinanza ed in orario di servizio in ipotesi differenti da quella dell’addestramento annuale programmato ed obbligatorio al tiro di cui agli articoli 18 e 19 del Decreto ministeriale del Ministro dell’Interno 4 marzo 1987, n. 145?

No, perché, da un lato l’articolo 3 della Legge n. 65/1986, fatti salvi i casi di cui all’articolo 4, comma 1, numeri 2) e 4), della stessa legge, prevede in via generale che: “gli addetti al servizio di polizia municipale esercitano nel territorio di competenza le funzioni istituzionali previste dalla presente legge ...”, e dall’altro l’articolo 5, comma 5, della stessa Legge n. 65/1986 (anche nella versione novellata dall’articolo 19-ter, comma 1, del Decreto legge n. 113/2018, convertito con modificazioni dalla Legge n. 132/2018, d’interpretazione di detta norma), per quanto attiene all'accesso ai poligoni di tiro per l'addestramento all’uso delle armi in dotazione, rinvia espressamente al regolamento approvato con decreto del Ministro dell'interno, sentita l’Associazione nazionale dei comuni d'Italia.

Giova sul punto rilevare come l’articolo 10 della legge regionale n. 58/1987, essendo la materia ordinamentale e riservata alla competenza esclusiva dello Stato, si limita a stabilire che agli appartenenti ai servizi di Polizia locale si applicano le norme di cui all’articolo 5 della Legge n. 65/1986, per quanto attiene alle funzioni ivi previste.

Il regolamento in questione è stato adottato con il Decreto ministeriale del Ministro dell’Interno 4 marzo 1987, n. 145: “Norme concernenti l'armamento degli appartenenti alla polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza” ed il cui articolo 6, comma 2, consente ai soli addetti di Polizia municipale ai quali sia stata disposta l’assegnazione dell’arma in via continuativa ed unicamente in relazione alle armi che siano state Loro assegnate per la prestazione dei servizi in continuativa con armi, il porto dell’arma senza licenza, anche fuori dal servizio, ma sempre e solo nel territorio dell’Ente di appartenenza e nei casi previsti dalla legge e dal regolamento.

Lo stesso D.M. del Ministro dell’Interno n. 145/1987, prevede poi all’articolo 18, comma 1, che: “gli addetti alla polizia municipale che rivestono la qualità di agente di pubblica sicurezza prestano servizio armato dopo aver conseguito il necessario addestramento e devono superare ogni anno almeno un corso di lezioni regolamentari di tiro a segno, presso poligoni abilitati per l'addestramento al tiro con armi comuni da sparo”, fatto salvo il caso previsto dal comma 4, secondo periodo, della stessa norma, secondo cui il Sindaco può disporre la ripetizione dell'addestramento al tiro nel corso dell'anno per gli addetti alla polizia municipale o per quelli fra essi che svolgono particolari servizi”.

Se poi il poligono di tiro a segno si trova in un comune diverso da quello in cui gli addetti alla Polizia municipale prestano servizio, l’articolo 19 del D.M. del Ministro dell’Interno n. 145/1987, consente agli stessi, purché muniti del tesserino di riconoscimento e comandati ad effettuare le esercitazioni di tiro, di essere autorizzati a portare l’arma in dotazione fuori del Comune di appartenenza fino alla sede del poligono e viceversa, ma nei soli giorni stabiliti e previa comunicazione al Prefetto della disposizione di servizio almeno sette giorni prima della sua adozione e fatta salva la facoltà del Prefetto stesso di chiedere la sospensione dei tiri medesimi per motivi di ordine pubblico.

6) La Polizia municipale può accertare le infrazioni stradali consumate nel territorio comunale, ma fuori dal centro abitato?

Sì, in virtù del combinato disposto degli articoli 11, comma 3, e 12, comma 1, lettera e), del Decreto legislativo 30 aprile 1992, numero 285: “Nuovo Codice della Strada”.

L’articolo 12, comma 1, lettera e), del D.lgs. n. 285/1992 dispone infatti che: “L'espletamento dei servizi di polizia stradale previsti dal presente codice spetta ai Corpi e ai servizi di polizia municipale, nell'ambito del territorio di competenza”.

A propria volta, l’articolo 11, comma 3, del D.lgs. n. 285/1992, nel prevedere testualmente che: “ai servizi di polizia stradale provvede il Ministero dell'interno, salve le attribuzioni dei comuni per quanto concerne i centri abitati. Al Ministero dell'interno compete, altresì, il coordinamento dei servizi di polizia stradale da chiunque espletati”, attiene alla direzione ed alla predisposizione di detti servizi ed a loro coordinamento, ma non alla delimitazione delle competenze della Polizia municipale, che è regolata dagli articoli 3, 4, comma 1, numero 3) e 5 della Legge 7 marzo 1986, n. 65 con riferimento all’intero territorio dell’Ente di appartenenza (cfr.: Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 1° marzo 2002, n. 3019; e Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 15 marzo 2001, n. 3761, secondo la quale “… nessuna autorizzazione da parte del Prefetto è necessaria per consentire alla Polizia locale l’accertamento delle violazioni nel territorio di sua competenza, non essendovi alcun potere gerarchico dell’Amministrazione centrale nei confronti dei Corpi di Polizia municipale”).

7) Le regioni possono fissare le regole sulle caratteristiche delle uniformi e dei distintivi di grado degli addetti della Polizia municipale?

Sì, lo prevede espressamente la Legge n. 65/1986, la quale all’articolo 6, comma 2, numero 4).

Più specificatamente, detta legge quadro in materia di ordinamento della polizia municipale con l’articolo 6 devolve alla legislazione regionale la fissazione di norme generali per l’istituzione del servizio di polizia municipale, attribuendo invece, tramite gli articoli 4 e 7, ai comuni la potestà regolamentare in tale materia.

L’articolo 17, comma 1, lettera a), della legge regionale n. 58/1987, esercitando tale competenza, ha dapprima previsto che la Giunta regionale, sentita la commissione tecnica per la Polizia locale, stabilisce per i servizi di Polizia locale degli enti locali della Regione, al fine di assicurarne l'omogenea caratterizzazione e immediata riconoscibilità sul territorio, le caratteristiche delle uniformi e dei relativi simboli distintivi del grado, nel rispetto del divieto di assimilazione a quelli militari.

Attualmente, dette caratteristiche sono individuate dalla D.G.R. n. 51-9269 del 21 luglio 2008: “Approvazione modifiche ed integrazioni alle caratteristiche delle uniformi degli appartenenti ai Corpi ed ai Servizi della Polizia Locale della Regione Piemonte”, e dal suo allegato A).

8) Qual’è il termine iniziale che i singoli Enti locali debbono considerare per attribuire al proprio personale di Polizia municipale il segno distintivo del grado di Agente Scelto, Assistente, Ispettore Capo e Commissario?

Per ciascuno dei predetti segni distintivi di grado la D.G.R. n. 50-9268 del 21 luglio 2008: “Approvazione modifiche ed integrazioni alle caratteristiche dei segni distintivi del grado degli appartenenti ai corpi ed ai servizi della polizia locale della regione piemonte e istituzione della medaglia per meriti speciali” dispone a pagina 4 che i Comuni adeguino entro il 31 dicembre 2009 i segni distintivi del grado preesistenti a quelli nuovi introdotti con la predetta deliberazione ed il suo Allegato A): “Segni distintivi del grado per gli operatori di Polizia locale della Regione Piemonte”.

Il termine iniziale decorre quindi dal momento in cui i singoli Enti locali hanno recepito con proprio provvedimento formale le disposizioni contenute nella deliberazione giuntale in esame e nel suo Allegato A) e non già dal momento dell’entrata in vigore della predetta D.G.R. n. 50-9268 del 21 luglio 2008.

Ciò, essenzialmente, in ossequio all’autonomia inderogabile degli Enti locali nell’adozione di provvedimenti incidenti sullo status giuridico del proprio personale.

Per completezza, si rileva ancora che la D.G.R. n. 50-9268 del 21 luglio 2008, alle pagine 8 e seguenti del suo Allegato A), stabilisce che l’anzianità di servizio a cui afferiscono i nuovi segni distintivi di grado in esame si acquisisce di diritto dopo che sono decorsi i corrispondenti anni di servizio effettivo nel Ruolo Agenti o nel Ruolo Ispettori ovvero nel Ruolo Commissari e che, nuovamente per rispetto dell’autonomia dei singoli Enti locali, detta anzianità si computa dalla data di acquisizione della qualifica/funzionale risultante da un provvedimento formale dell’Ente di appartenenza.

9) L’attribuzione e la perdita della qualità di agente di pubblica sicurezza al personale di Polizia municipale costituiscono atti discrezionali?

No, i rispettivi atti prefettizi costituiscono atti di natura vincolata privi di qualsiasi margine di discrezionalità poiché ai sensi dell’articolo 5 della Legge n. 65/1986 il Prefetto è tenuto al mero accertamento della sussistenza o del venir meno dei requisiti che sono tassativamente indicati dalla norma in esame (cfr. specialmente Tar Emilia-Romagna – Parma, sezione I, sentenza 26/1/2017, n. 23).

10) I requisiti per il conferimento al personale di Polizia municipale della qualifica di agente di pubblica sicurezza possono sussistere solo al momento dell’attribuzione?

No, i requisiti in esame debbono necessariamente sussistere per tutto il periodo in cui il soggetto riveste la qualifica (cfr., soprattutto, Tar Sicilia – Catania, sezione III, sentenza 1/6/1994, n. 1333, secondo la quale legittimamente il Prefetto ha revocato l’attribuzione della qualifica di pubblica sicurezza ad un addetto di Polizia municipale che ha dichiarato la propria inidoneità tecnica all’uso delle armi in dotazione).

11) Il Prefetto può sospendere dalle funzioni di agente di pubblica sicurezza un addetto di Polizia municipale?

Al di fuori dell’ipotesi prevista dall’articolo 5, comma 3, della Legge n. 65/1986, ricorrendo la quale il Prefetto, sentito il Sindaco, è tenuto a dichiarare la perdita della qualità di agente di pubblica sicurezza dell’addetto di polizia municipale rispetto al quale abbia accertato il venir meno dei requisiti di cui al comma 2 dello stesso articolo 5 della Legge n. 65/1986, può anche sospendere cautelarmente dalle funzioni l’interessato, subordinatamente però alla previsione di un termine di efficacia del provvedimento adottato (cfr. Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 11/2/2011, n. 905).

12) Gli addetti di Polizia municipale debbono essere obbligatoriamente armati nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali?

No, in quanto l’articolo 5, comma 5, della Legge n. 65/1986 contempla la dotazione e l’utilizzo delle armi esclusivamente per gli addetti di Polizia municipale ai quali sia conferita dal prefetto la qualità di agente di pubblica sicurezza, previa deliberazione in tal senso del Consiglio comunale dell’Ente locale di appartenenza.

13) La possibilità per i Comuni di istituire il Corpo di Polizia municipale allorché il servizio di polizia municipale sia svolto da almeno sette addetti si riferisce ai posti in organico o al numero degli addetti concretamente in servizio?

La facoltà prevista dall’articolo 7, comma 1, della Legge n. 65/1986, fa riferimento ai posti in organico, poiché, altrimenti, “… si giungerebbe alla situazione poco razionale di ritenere che l’ente locale debba sopprimere il corpo allorché, pur in presenza di un organico che prevede sette o più addetti al servizio di polizia municipale, il personale si riduca al di sotto di questa soglia e questa non sia in tempi ragionevoli ripristinata con il reclutamento di nuovi addetti” (Tar Campania – Napoli, sezione V, sentenza 28/9/2002, n. 5867).

14) Il Corpo di Polizia municipale può essere considerata una struttura intermedia inserita in una struttura burocratica più ampia?

No, il Corpo di Polizia municipale rappresenta un’entità organizzativa unitaria ed autonoma rispetto alle altre strutture organizzative del Comune, al cui vertice è posto un Comandante che ha la responsabilità del Corpo e ne risponde direttamente al Sindaco (cfr., per tutti, Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 27/8/2012, n. 4605).

Ciò non pare tuttavia ostare a che l’esercizio delle funzioni diverse da quelle specifiche ed esclusivamente proprie, ex lege, della sola polizia municipale, sia legittimamente affidato ad un dirigente/responsabile amministrativo di un’altra struttura del Comune, fatta salva l’autonomia e l’indipendenza gerarchica del Comandante del Corpo, perché in caso contrario si trasferirebbero a quest’ultimo le funzioni di governo che per legge competono al Sindaco o ad un suo delegato politico in violazione dell’articolo 9 della Legge n. 65/1986 (cfr. Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 17/2/2006, n. 616).

15) É legittimo un bando di concorso pubblico per titoli ed esami per l’assunzione a tempo pieno ed indeterminato di un posto di Agente di Polizia municipale - autista di scuolabus, categoria C, posizione economica C1?

No, in quanto le mansioni facenti capo a qualsiasi dipendente pubblico debbono essere proprie del profilo professionale attribuito o, se diverse da quelle strettamente connesse a tale profilo, debbono essere qualificabili come professionalmente equivalenti ed aderenti alla specifica preparazione tecnico-professionale del singolo dipendente.

Nel caso in esame, la non occasionale attività di conduzione dello scuolabus non pare essere riconducibile né a quella propria del profilo di addetto alla vigilanza, né ad attività qualificabile come a questa equivalente.

Per inciso, si rileva che le funzioni attribuite tassativamente agli addetti di Polizia municipale dagli articoli 3 e 5 della legge n. 65/1986 non figurano quelle di autista di scuolabus e che, secondo l’articolo 3 e l’Allegato A) del CCNL del Comparto Regioni ed Autonomie locali del 31/3/1999 (sul punto immodificato anche dopo l’approvazione del CCNL DEL Comparto Funzioni locali del 21/5/2018, giuste le disposizioni contenute nel suo articolo 12) l’Agente di Polizia municipale è inquadrato nella categoria professionale C, posizione economica C1, mentre l’autista di scuolabus è inquadrato nella diversa ed inferiore categoria professionale B, posizione economica B1.

Quest’ultimo rilievo contribuisce ulteriormente a non poter considerare legittima l’assunzione di un’unità di personale a tempo pieno ed indeterminato alla quale attribuire mansioni tra loro non equivalenti.

Ciò tanto più che, l’articolo 52 del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, numero 165: “Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche” ha codificato per il pubblico impiego il principio della contrattualità delle mansioni previsto dall’art. 2103 del Codice civile, secondo cui le mansioni del lavoratore sono quelle per le quali è stato assunto o quelle considerate equivalenti nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi.

ESTRATTO DEI PIÚ RILEVANTI ORIENTAMENTI APPLICATIVI DELL’ARAN IN MATERIA DI PERSONALE DELL’AREA VIGILANZA

1) “É possibile corrispondere l’indennità di turno ad un agente della polizia locale che, inserito di una organizzazione del lavoro in turno, in una giornata deve recarsi in trasferta, al di fuori del proprio territorio comunale, per recarsi presso uffici di altre amministrazioni?”

“In presenza di una organizzazione del lavoro per turni (presenti tutti i requisiti espressamente stabiliti a tal fine dall’art. 22 del CCNL del 14.9.2000), la relativa indennità può essere erogata al personale interessato solo se abbia effettivamente reso la propria prestazione lavorativa nell’ambito del turno di assegnazione.

Infatti, l’art. 22, comma 6, del CCNL del 14.9.2000 chiaramente dispone che: “L’indennità di cui al comma 5 è corrisposta solo per i periodi di effettiva prestazione di servizio in turno.”.

Proprio la precisa formulazione della clausola contrattuale, non consente l’erogazione della stessa in tutti i casi in cui sia mancata la effettiva prestazione di servizio in turno.

Quindi non solo nelle ipotesi di assenza dal servizio (qualunque sia la causa dell’assenza: ferie, malattia, ecc.), ma anche in quelle particolari fattispecie nella quale, pur essendo formalmente in servizio, il dipendente interessato comunque non rende la propria prestazione nell’ambito dell’organizzazione del turno, come nel caso in cui lo stesso partecipa ad un corso di formazione o  come quello prospettato, in cui il dipendente viene inviato in missione, ma pur svolgendo le proprie mansioni ed adempiendo alle proprie funzioni, non svolga comunque attività lavorativa in turno” (RAL-1956 dell’1/3/2018).

2) “Ad un dipendente, al quale sia stato modificato il profilo posseduto da vigile comunale della categoria C ad assistente amministrativo della medesima categoria C, per effetto di dichiarazione di inidoneità fisica alle proprie mansioni conseguente ad un infortunio sul lavoro, e che conseguentemente non svolge più attività nell’area della vigilanza, devono essere ancora corrisposte le indennità di cui all’art.37, comma 1, lett. b), del CCNL del 6.7.1995, come integrato dall’art. 16 del CCNL del 22.1.2004?”

“L’indennità di cui all’art. 37, comma 1, lett. b), primo periodo, del CCNL del 6.7.1995, come modificato dall’art. 16, comma 1, del CCNL del 22.1.2004, come precisato dal Dipartimento della Funzione pubblica, con nota n. 698 del 2 febbraio 2001, “…. compete al solo personale dell’area di vigilanza che, in possesso della qualifica di agente di pubblica sicurezza conferita dal Prefetto, ai sensi della legge 469/1978, esercita in modo concreto tutte le funzioni previste dagli artt. 5 e 10 della legge n. 65/1986”; l’indennità in parola, pertanto, non costituisce un’indennità professionale legata esclusivamente al mero possesso di un determinato profilo professionale né la stessa può collegarsi soltanto al possesso della qualifica prefettizia, ma presuppone necessariamente anche l’effettivo esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria, di servizio di polizia stradale e delle funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza.

Per tali ragioni non può essere corrisposta al personale che non espleti tutte le predette funzioni (cfr. art. 10, comma 2, legge n. 65/86). Deve escludersi, quindi, che essa possa essere corrisposta al personale dell’area della vigilanza in caso di mutamento del profilo (e delle mansioni) per inidoneità fisica, in ragione del conseguente venire meno dello svolgimento delle funzioni di cui alla legge n.65/1986.

L’indennità prevista dall’art. 37, comma 1 lettera b) secondo periodo del CCNL del 6.7.1995 come modificato dall’art.16, comma 2, del CCNL del 22.1.2004, viene riconosciuta al personale dell'area di vigilanza per il solo fatto di essere inquadrato in profili della suddetta area, a prescindere da ogni considerazione delle modalità e del luogo di erogazione della prestazione.

Per tali caratteristiche, quindi, essa è sostanzialmente assimilabile al trattamento fondamentale, essendo legata ai contenuti del profilo professionale posseduto.

L’art. 49 del CCNL del 14.9.2000 considera tale emolumento fisso e continuativo in relazione alla disciplina del trattamento di fine rapporto.

Giova anche ricordare che nel precedente assetto pubblicistico, tale compenso era già considerato utile ai fini della determinazione del trattamento di quiescenza (Ministero del Tesoro, circolare del 3/9/1991, n. 8/I. P.).

Configurandosi, quindi, come un’indennità “professionale”, si ritiene che in caso di mutamento del profilo professionale del personale della polizia municipale dovuto ad inidoneità fisica, questo abbia comunque diritto alla conservazione della stessa, ai sensi dell’art. 21, comma 4, del CCNL del 6.7.1995 (nel rispetto delle previsioni ivi contenute in ordine ai necessari accertamenti sanitari), nel testo riformulato dall’art. 10 del CCNL del 14.9.2000, e dell’art. 4, comma 4, della legge n.68/1999, che prevede la “… conservazione del più favorevole trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza”.

Tale disciplina legislativa è stata di recente confermata ed integrata anche dall’art. 42 del D.Lgs. n. 81/2008, e successive modifiche e integrazioni, secondo il quale: «1. Il datore di lavoro, anche in considerazione di quanto disposto dalla legge 12 marzo 1999, n. 68, in relazione ai giudizi di cui all’articolo 41, comma 6, attua le misure indicate dal medico competente e qualora le stesse prevedano un’inidoneità alla mansione specifica adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza.»”.

Il trattamento economico del personale che, per inidoneità fisica, è stato riclassificato nella categoria inferiore è disciplinato dall'art. 21, comma 4, del CCNL del 6.7.1995, nel testo riformulato dall'art. 10, comma 2 del CCNL del 14.9.200. Per tale fattispecie, pertanto, deve trovare applicazione la disciplina dell’art. 4, comma 4, della legge n. 68 del 1999, così come confermata ed integrata anche dall’art. 42 del D.Lgs. n. 81/2008, e successive modifiche e integrazioni, secondo il quale: «1. Il datore di lavoro, anche in considerazione di quanto disposto dalla legge 12 marzo 1999, n. 68, in relazione ai giudizi di cui all’articolo 41, comma 6, attua le misure indicate dal medico competente e qualora le stesse prevedano un’inidoneità alla mansione specifica adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza.».

Nel senso della prevalenza delle disposizioni legislative, sono stati a suo tempo predisposti in materia gli orientamenti applicativi RAL539 e RAL540.

La innovativa espressione utilizzata nel citato art. 4, comma 4, della legge n.68/1999 (cui fa riferimento la disciplina contrattuale), secondo la quale “nel caso di destinazione a mansioni inferiori essi (i lavoratori) hanno diritto alla conservazione del più favorevole trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza” è sembrato finalizzato a garantire al lavoratore una protezione ben più ampia e stabile di quella  indicata dal precedente CCNL del 6.7.1995.

Il legislatore, infatti, non ha fatto alcun riferimento alla attribuzione, una tantum, di un assegno ad personam, per la conservazione del trattamento acquisito alla data del mutamento della posizione giuridica, ma ha affermato chiaramente il diritto alla conservazione “stabile” del più elevato trattamento correlato alla pregressa posizione.

In altri termini si avrebbe questa situazione: il lavoratore inabile viene riclassificato in mansioni “inferiori” ma conserva, anche per il futuro il diritto a percepire il trattamento economico delle mansioni dismesse.

Tale garanzia, come detto, è stata ulteriormente ribadita dall’art. 42 del D.Lgs. n. 81/2008.

Alla luce di quanto sopra detto, poiché trattasi di una problematica indubbiamente rilevante, ma attinente anche alla definizione della effettiva portata di specifiche disposizioni legislative, ulteriori informazioni potranno essere chieste al Dipartimento della Funzione Pubblica, istituzionalmente competente per l’interpretazione delle norme di legge concernenti il rapporto di lavoro pubblico”. (RAL-1307 del 18/2/2012).

3) “É possibile computare nell’orario di lavoro, anche a fini retributivi, il tempo impiegato dal personale della polizia municipale per indossare la divisa?”

“Nel merito del quesito formulato, la scrivente Agenzia non ha elementi di valutazione da fornire in quanto lo stesso attiene a materia non regolamentata in alcun modo dalla contratta collettiva.

Infatti, l’attività di assistenza dell’ARAN è limitata, ai sensi dell’art.46, comma 1, del D.Lgs. n. 165/2001, esclusivamente alla formulazione di orientamenti per l’uniforme applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro e non può, conseguentemente, estendersi anche alla definizione dei contenuti e delle modalità attuative delle disposizioni di legge o degli atti regolamentari autonomamente adottati dagli enti in materie aventi riflessi organizzativi.

Si consiglia, pertanto, di riformulare il medesimo quesito direttamente al Dipartimento della Funzione Pubblica, istituzionalmente competente per la interpretazione delle norme di legge concernenti il rapporto di lavoro pubblico o al Ministero del Lavoro, per la specifica competenza in materia di corretta applicazione delle disposizioni del D.Lgs. n. 66/2003 in materia di orario di lavoro.

Utili indicazioni possono essere tratte anche da alcune pronunce giurisprudenziali (Corte di Cassazione, Sez. Lav., n. 8063/2011; Corte di Cassazione, Sez. lavoro, n. 19358/2010; Corte di Cassazione, Sez. Lav., 08/09, n. 19273/2006) che sembrerebbero escludere che, in casi analoghi a quello esposto, il tempo per indossare la divisa possa essere considerato orario di lavoro” (RAL-1281 del 17/7/2012).

4) “Il Comandante della Polizia Municipale, titolare di posizione organizzativa, che coordina un progetto intercomunale, può partecipare alla distribuzione delle risorse specificamente destinate al progetto?”

“Riteniamo che il caso del Comandante della Polizia Municipale, titolare di posizione organizzativa e incaricato di compiti di direzione e di coordinamento di un progetto intercomunale durante il periodo estivo, possa essere esaminato e positivamente risolto attraverso una corretta applicazione della vigente disciplina contrattuale in materia di retribuzione di posizione e di risultato.

Poiché si tratta di un incarico di durata limitata, riteniamo che l’ente possa ipotizzare una adeguata valorizzazione della retribuzione di risultato, in considerazione degli ulteriori obiettivi assegnati al Comandante attraverso il coordinamento del progetto.

In altri termini siamo del parere che una parte delle risorse destinate dal progetto in parola al finanziamento del salario accessorio del personale coinvolto, possa essere utilizzato anche per premiare il risultato del Comandante nell'ambito dei valori stabiliti dal contratto collettivo (dal 10% al 25% della retribuzione di posizione in godimento)” (RAL-631 del 5/6/2011).