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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




Racconti

Seduta sulla vetta

Di Artemisia Loro Plana (Biella)

Attorno a me il silenzio, quasi assoluto. Al mio orecchio non giunge neppure il suono delle campane delle mucche al pascolo che ho incrociato mentre salivo. Anche il vento è cessato; non c'è fronda che ondeggi nel bosco d'abeti che scorgo in basso, come se avessi premuto il tasto pausa e fermato l'immagine per osservarla meglio. Seduta sulla vetta che ho guadagnato mi sento piccola come un granello di sabbia e immensa come la montagna di cui mi sento parte, quasi fossi propaggine di roccia. Inspiro la vita mentre mi fondo con il tutto e assaporo l'immenso nell'istante che mi avvolge. Poi un falco appare dal nulla, volteggia nell'aria e descrive ampi cerchi, prima di planare nella foresta e scomparire fra i rami e destarmi al presente.

Sono stato tra i monti con la donna che amo

Di Fabio Fornelli (Bitonto, Bari)

Sono stato tra i monti con la donna che amo
e tutto sembrava magico
il tempo, quasi non esistere.

Mai per comando (canzone)

Del cantautore Piero Spina

Conosco a memoria il tuo profilo eppure ogni volta torno da te
tu sei di tutti e di nessuno, mai per comando.
Mi chiedi totale attenzione, il mio sudore ti do
poi mi circondi col tuo abbraccio, rido nel vento.
Con te ho imparato che non c'è mai nulla di scontato
ed è così che son diventato quello che sono: adulto e uomo
io sono qui da te, se ci sorprende la nebbia tu esisti solo per me
torno ancora da te, senza fare rumore, per allungare le ore ritorno in silenzio, ancora da te

Racconti una storia ad ogni sguardo, per questo ritorno sempre da te
tu sei di tutti e di nessuno, acqua dal cielo.
Mi chiedi totale abbandono, mi sciolgo sopra di te
esisto solo nel tuo abbraccio, vela nel tempo.
Con te ho imparato che non c'è mai nulla di sbagliato
ed è così che ho meritato il mio riposo, sono il tuo sposo
torno da te, se ci sorprende l'inverno il mio respiro è per te
torno ancora da te, senza fare rumore, per allungare le ore ritorno in silenzio, ancora da te.

Un concerto di musica celtica

Noemi Farina (Vicenza)

In quel pomeriggio d'estate un'atmosfera d'incanto abitava il bosco nel quale ero accorsa, palcoscenico di un imperdibile evento: un concerto di musica celtica inondava di vita la tranquillità della natura. Strumenti provenienti da un popolo a noi lontano suonavano il loro inno ad un mondo e ad una cultura che troppo spesso vengono dimenticate. La dolcezza della musica pervadeva gli animi e le menti di noi ascoltatori, che nell'udire quei suoni ci facevamo trasportare in luoghi mitici a noi sconosciuti: in spazi aperti e verdi...o forse nella parte più profonda di noi stessi. Una melodia ci carezzava il cuore. La mente si liberava dei mille pensieri quotidiani per dedicarsi interamente alla profonda leggerezza del momento. Tutto attorno a noi era diventato vita: si sentiva l'acqua del ruscello scrosciare, si avvertivano le piante respirare, l'erba che sorseggiava le goccioline di pioggia appena cadute, l'aria fresca e pura ci riempiva i polmoni. Tutti noi, inebriati da queste sensazioni, ascoltavamo la natura, taciturna e timida, finché la musica del concerto suonava per lei. Non mi sono mai sentita così in armonia con ciò che mi circonda.

E allora devi salire

Di Raffaella

Un sottile brivido accarezza la pelle. Il tappeto verde colora a tratti il maestoso bianco delle rocce. L'aria tersa, pura e frizzante risveglia i sensi all'improvviso. La quinta che si apre davanti è interrotta solo dal pendio della valle che traccia una diagonale perfetta. Ci sono zone dove l'uomo sembra non essere ancora arrivato e, se anche è arrivato, l'ha fatto lasciando un'impronta gentile. Questa è la vera montagna. Quella a cui non si arriva facilmente. Quella che conquisti solo con un rivolo di sudore sulla fronte. Quella che sa aspettare i tuoi tempi, capire la tua fatica, rallegrare il tuo cammino con le ali di una farfalla, il viola di un fiore che raccoglievi da bambina e ora sembra che ti aspetti. Là, in alto. E allora devi salire. Arrivare. La ricompensa sarà la gioia di un panino che sazia la fame, un abbraccio al tuo compagno di viaggio o il silenzio della pace che solo le alte vette sanno trasmettere. Lassù in alto, lontani dal brusio della folla, non esistono più differenze. Un uomo è un uomo e basta. La natura è natura. Il pensiero è un pensiero che vola. E che lassù sembra più leggero.

Molto pił su dell'aliante e dell'aquila

Di Renza Tobia

La valle era ampia, verde di boschi e di prati, di un verde scuro e cupo, ancora in ombra. Il primo sole del mattino sfiorava le cime, baluginava sulle vette, inondava di luce i ghiacciai. In alto nel cielo, portato dal vento del nord, si muoveva dolcemente e pigramente un aliante. Il pilota descriveva con il suo uccello meccanico giravolte e ghirigori, imitando l'aquila che con volute ben più maestose esplorava lo spazio alla ricerca della preda. Io ero giù, in basso, sulla corriera che arrancava per la strada un po' sconnessa che portava al paese. Già s'intravedevano in lontananza le prime case, e più in alto le baite delle borgate. Ma il mio cuore pieno di gioia volava molto più su dell'aliante e dell'aquila; la bellezza del luogo mi sconvolgeva come sempre, ad ogni ritorno. E mi giungevano alla mente brandelli di poesie un po' ridondanti imparate nell'infanzia, a scuola... "Salve Piemonte .... sulle dentate scintillanti vette salta il camoscio, ....tuona la valanga". Quella era la mia terra, la terra dei miei avi; il luogo nel quale riconoscevo la sorgente della mia identità alpina, così come il grande fiume, ancora piccolo rio nascente da una polla, prendeva vita prima di lanciarsi nella pianura gonfio di acqua e di detriti. Avevo bisogno di quel luogo per ricaricarmi di energia, per respirare aria pura, per immergere lo sguardo in cieli puliti! In alto, sempre più in alto: con lo sguardo e con tutto il corpo. Per sentire anche nello spirito quella tensione ideale che, nella metafora dell'arrampicata, ti insegna a misurarti con te stesso e a saper lottare nella vita per quello in cui credi.

Missione: arrivare alla neve

Di Virginia Bovolo (Cavallermaggiore - CN)

È giugno e il sole scalda silenzioso la giornata; io e il mio fidanzato siamo in montagna, sul Colle dell'Agnello, con la macchina ci arrampichiamo su per i tornanti. Ci siamo prefissi una "missione": arrivare alla neve. Perciò, con il motore che ansima leggermente per via dell'altitudine e dell'aria rarefatta, continuiamo a salire curva dopo curva, inarrestabili. Incontriamo i primi sprazzi di neve e, con essa, una sorpresa: una marmotta paffuta e per nulla spaventata ci attraversa la strada. È un attimo, e ci precipitiamo fuori dall'auto, macchina fotografica alla mano, per immortalare l'istante. Ma non basta: perché lei - la marmotta - se ne sta accovacciata davanti alla propria tana a guardarci, sulla soglia, ci scruta incuriosita sotto gli occhi ancora un po' cisposi per il letargo… regalandoci molto più di una fotografia da documentario: un ricordo. Il ricordo di un musetto baffuto che ci osserva, di neve e roccia e terra sotto i piedi, di un vento freddo che ci scalda di emozione mentre ci avviciniamo poco alla volta alla marmotta, cercando di disturbarla il meno possibile. Il ricordo di una giornata di sole neve cielo azzurro odori e silenzi, natura e scoperta. Il ricordo di un'esperienza esclusiva, che è stata concessa a noi, privilegiati, per poterla condividere insieme e per essere uniti e inebriati da sentimenti di bellezza e di eternità.

Una nevicata coi fiocchi

Di Carlo Cravero (Torino)

Ricordo, in quel di Frabosa Soprana sul Monte Moro, una nevicata coi fiocchi. In occasione di un viaggio di lavoro mi sono trovato a passare sulla neve fresca tra gli alberi carichi e bianchi, coi rami che quasi toccavano terra formando delle caverne di neve ovatta per quanto sembrasse morbida e leggera. Tutt'intorno non un rumore non un segno diverso dal candido manto. Poco più giù alcuni piccoli uccelli camminando lasciavano i segni delle impronte come decorazioni di un centrino ricamato da mani esperte, e i rami dei pochi cespugli tagliavano il manto bianco con ombre che creavano le figure più diverse, dove si poteva immaginare di tutto. Scendendo si sprofondava fino al ginocchio, la sensazione era quella di calore non di freddo, la neve continuava a cadere copiosa e appesantiva il berretto, i colori della giacca a vento erano gli unici diversi dal bianco che circondava me e il mio collega; in lontananza si vedevano le sagome delle case che poco alla volta si avvicinavano e il fumo che usciva dai camini dava un senso di casa raro da apprezzare. L'emozione di entrare al caldo e guardare fuori in una serata che non dimenticherò

Il fulmine

Di Antonio (Oltreilconfine)

Il fulmine scese come un'astronave di routine, mi girai, e il fragore si perse in lontananza. La punta del larice sommessamente si accasciò al suolo e si dipinse di futuro umus. La mezza estate scivolava confusa fra i lineamenti del Latemar, si divideva in milioni di gocce d'acqua sofferenti per la cristallizzazione. Giovani fiocchi di neve. Capricci di montagna viva e giocosa. Il sentiero bagnato continuava il suo cammino abbracciando timidamente i fianchi della montagna e si perdeva con sottile piacere oltre il bosco.

Grandine sull'accampamento

Di Elisamir

Agosto 1995...Chiappera...1700 metri...in due tende unite a formare un bunker in un immenso prato, alle pendici delle montagne e attraversato da un torrente ci sono due famiglie: 4 adulti e cinque bambini. All'improvviso il cielo si scurisce, si alza un vento impetuoso che copre il rumore delle cascate e una terribile grandinata si abbatte sul nostro piccolo accampamento. Le lampade a gas cominciano a oscillare pericolosamente, la tenda sembra stia per staccarsi dal suolo e l'acqua inizia ad affiorare dal terreno. le grida dei bambini si confondono con il fragore della tempesta e tutti, giovani e meno giovani, con i piedi nel fango, si aggrappano con tutte le loro forze alla paleria. Quindici minuti di avventura e poi cioccolata calda per tutti!

Un'amica insostituibile

Di Paolo Ponti (Bologna)

Quando, lasciando la caotica città, metti in valigia tutto l'occorrente non tralasciando (...purtroppo!), pensieri e preoccupazioni quotidiane, alla vista dei primi pendii, percorrendo l'autostrada, questi/e di colpo...passano nel dimenticatoio, schiacciate dall'imponenza, dalla purezza e dallo spirito di assoluta libertà che cotanta visione riesce a donarti...e siamo solo in autostrada, quindi ancora distanti dal....toccarla con mano, ma già l'effetto comincia a sentirsi, coinvolgendoti completamente in un caloroso abbraccio che...profuma di buono, di familiare, di desco imbandito con attorno tutti i tuoi cari, di voglia di ritrovarsi a vivere la "vera vita" che il Padre Eterno ci ha regalato e non l'assurda rincorsa alla quale ogni giorno, chi più, chi meno, siamo tutti sottoposti! La montagna è, per me, sinonimo di spazi aperti, che vanno ben oltre quanto è possibile osservare con l'occhio umano, gli spazi aperti del cuore e della mente non hanno confini, liberi di svariare tra piste innevate, piuttosto che tra sentieri impervi, faticosi sì, ma decisamente generosi per il solo piacere di raggiungere quell'agoniata meta che ti fa sentire....ad un passo dal Paradiso! e poi le malghe, l'odore...(...o quasi!) degli animali al pascolo, gli incontri lungo i sentieri, con coloro che abitano quei luoghi, sempre disponibili a scambiare due parole con i passanti-villeggianti che transitano sui..."loro territori"...il latte appena munto, il formaggio fresco appoggiato alla finestra, affinchè possa diventare...più sodo!, questi e mille altri ancora i..."messaggi" che la parola montagna invia alla mia mente e, col passare degli anni, questa forza attrattiva agisce sempre di più dentro di me...sinceramente non so il perchè, provenendo da una Famiglia nata e vissuta sempre in città (Bologna!), un motivo ci sarà, forse in una precedente vita....ero un Montanaro DOC...chissà, amo anche il Mare ed in generale la natura, ma la montagna resterà sempre un'Amica insostituibile nel cammino della mia vita.

Cavalli al pascolo sull'altopiano

Di Stefano Molino

Erano le otto di sera, un fine luglio dell'anno passato. Il sole ormai basso, già coperto dal maestoso massiccio che delimita l'altopiano dello Sciliar. Più sotto un enorme pianoro, verdissimo, con l'erba tagliata di fresco. Scendevamo a valle io e mia figlia Caterina, tre anni non ancora compiuti, per una breve passeggiata dopo la cena. All'improvviso ci apparve un gruppo di cavalli, prima coperto dai pochi alberi della radura. Erano sette o otto, color rame, con lunghe criniere bionde e soffici. Ci avvicinammo lentamente, io dissi a Caterina di guardare le loro orecchie. Dal modo in cui erano rivolte significava che avevano paura. Non erano cavalli selvatici ma diffidavano, per sicurezza, di due sconosciuti. Caterina voleva accarezzarli, continuava a parlarmi di quelle meravigliose criniere bionde e dei loro sguardi fieri e indagatori. Anche io volevo toccarli, ma temevo che sarebbero scappati. Uno di loro cominciava a fremere sbattendo ripetutamente la zampa sull'erba. Forse era il loro capo e voleva dirci di stare al nostro posto, non troppo vicini al branco. Mi voltai e vidi che accanto a noi c'erano dei cespugli con vari tipi di piante. Strappai qualche gambo e lo diedi a Caterina. Timidamente la bambina si avvicinò ad uno dei cavalli, quello più piccolo, che sembrava ancora un cucciolo al cospetto degli altri. Io osservavo ogni mossa del capo che adesso era immobile, guardingo e severo. Caterina fece ancora qualche passo, poi allungò il braccino per avvicinare l'erba al muso del cavallino. Questi si voltò, nitrendo, poi guardò il capo e fece quasi un cenno con la testa, come se volesse prendere l'erba che Caterina gli porgeva tutta radiosa e trionfante. Il cavallino strappò un lungo filo d'erba carnosa, poi un altro e un altro ancora. Caterina rideva, mi gridava che il cavallino mangiava la "sua" erba. Il sole, dalla nostra visuale, era tramontato del tutto. Il versante orientale dello Sciliar era ormai buio e contrastava con il rosso vivo delle alte montagne all'orizzonte. Non dimenticheremo mai più, io e Caterina, quei cavalli sull'altopiano, alle otto di sera.



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