Piemonte dal Vivo incontra Tom Walker del Living Theatre
Dirompente, polemico, innovativo, temerario, scandaloso, il Living Theatre ha cambiato i codici della comunicazione teatrale, invertito il consueto rapporto tra attori e spettatori, messo in discussione testi, teorie e cliché interpretativi, cominciando il proprio percorso di sperimentazione ben prima del Sessantotto. Autentico esempio di comunità alternativa ispirata ai principi di libertà anarchica, da sempre ha coniugato la forma teatrale con l'impegno civile e politico, suscitando consensi ma anche dure ostilità, così come accadde nel caso di The Brig (1963), riproposto questa sera alle Limone Fonderie Teatrali grazie al Festival delle Province. La sala è gremita e l'emozione è palpabile: è un'importante pagina della storia del teatro quella che ci aspetta, destinata a cercare per il suo pubblico "un nuovo respiro, un momento che faccia sobbalzare il corpo e ansimare, un ansito che penetri nei tronchi intasati... nel corpo irrigidito dalla paura... una piccola verità nella dinastia delle menzogne, il lampo di luce nell'oscurità". Dopo lo spettacolo e l'incontro dei presenti con il Living Theatre, intervistiamo Tom Walker, sua memoria storica e suo attuale compagno di strada, per farci raccontare i cambiamenti intervenuti in questi anni, per capire cos'è rimasto del ‘vita, rivoluzione, teatro' degli inizi.
- Il Living Theatre è piombato nella civiltà dello spettacolo occidentale con la forza di un ariete da sfondamento. Cos'è cambiato nel tempo nella compagnia, nel lavoro artistico, nei rapporti con il pubblico e il sistema teatrale?
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Io ho visto il Living per la prima volta nel 1968 come spettatore. Ho visto Paradise Now nove volte, sono entrato come in trance nell'ambiente del gruppo, sono stato groupie, poi ho visto anche Londra nel 1969. Era un compagno perfetto per tutti quei sentimenti che avevo all'epoca della musica di San Francisco: Jimi Hendrix, i Grateful Dead, tutta questa libertà che stavamo sentendo anche attraverso sperimentazioni con la droga e altri stati dell'anima, la politica, la guerra contro il Vietnam e contro l'establishment. Ero già interessato al teatro e il Living in quel momento era la sintesi della politica, della cultura, dell'intelligenza. Qualcuno ha detto che nel Living si vede che Julian Beck e Judith Malina hanno capito bene tutte le idee del moralismo, ma sono anche capaci di romperle con le nuove sensazioni dell'epoca: la lotta per i diritti civili, la lotta contro il Vietnam. Il Living era una sintesi delle culture del teatro. Molto da allora è cambiato. Io ho visto più di cento, duecento persone nel Living Theatre, tante diverse fasi. Momenti di isolamento, altri di concentrazione su luoghi non prettamente teatrali - per quasi dieci anni siamo stati nelle fabbriche, nei manicomi, nelle scuole, per le strade - e finalmente abbiamo realizzato che per sopravvivere era necessario tornare nel teatro. Questo è successo nel 1977 a Massa Carrara. Così abbiamo proseguito durante tutti gli anni '70 e '80, abbiamo superato la morte di Julian, di altri compagni di strada. Anche noi abbiamo avuto il nostro compromesso storico (io sono stato qui in Italia nel '78 quando c'è stato il caso Aldo Moro): entrare nei teatri con un Cavallo di Troia per fare altre cose. Entriamo nei grandi spazi con The Brig, un classico, una bella cosa da rivedere, e questo rende possibili altri nostri lavori a Clinton Street a New York, i seminari, il teatro di strada. Non vediamo realizzarsi questo mondo perfetto che sempre sogniamo, così dobbiamo rimanere furbi e creare – come dice Peter Lamborn Wilson - delle T.A.Z (zone temporaneamente autonome), in qualsiasi modo a noi possibile. Se dovremo cercare dei finanziamenti da qualche ditta commerciale lo faremo, non dalla CIA comunque, né dalle forze armate, ma magari da Philip Morris e dalle sue sigarette. Dobbiamo trovare una maniera di andare avanti, perché isolarci non funziona.
- Cosa cercate: cambiamenti nella gente, insinuare il dubbio...
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Spero che potremo cambiare tante persone e realizzo che uno dei nostri doveri è mantenere l'ottimismo e lottare contro l'apatia e la frustrazione. Siamo i cheerleader, da un certo punto di vista ovviamente.
- Tecniche yoga, meditazione zen, biomeccanica, il canto rituale, l'espressione corporea, l'espressionismo artaudiano credo che siano ancora alla base del vostro training, finalizzati all'utilizzo di tutte le risorse fisiche, affettive e spirituali dell'attore-ricercatore. Volevo sapere se questo tipo di lavoro è stato in qualche modo contaminato dalle potenzialità del computer e delle tecniche video...
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Un pochettino, ormai sì. Noi possiamo fare teatro di qualsiasi cosa – totale, di strada, povero, Brig - ma la prima cosa che ci chiediamo è cosa vogliamo dire. Una volta che sappiamo questo il training arriva. Se vogliamo dire una cosa dove dobbiamo utilizzare posizioni di zen facciamo il training per realizzare quello, se vogliamo fare teatro di strada dove vogliamo essere visti da lontano e con forza, utilizziamo e studiamo la biomeccanica: è questa la base del nostro training. Il messaggio è la prima cosa. Poi, ovviamente, c'è la disciplina dello stile di vita. Quando si fa The Brig, ad esempio, i ragazzi fanno la marcia ogni sera prima dello spettacolo: non è il training, ma una cosa che devono fare per rendere più forte il messaggio. Nei nostri seminari, insegniamo ai ragazzi un po' di biomeccanica, un po' di esercizi che sono nati nel nostro studio Artò e poi utilizziamo questo per dire qualcosa. Questa è la cosa importante.
- Il teatro dove sta andando e dove invece vorreste che andasse?
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Questa è una grande domanda, ci vorrebbero giorni e giorni, ma stanno chiudendo il teatro. Spero che realizzeremo un mondo migliore. E' sempre banale, ma è questo che è importante. Assistenza e sanità per tutti, cibo per tutti. Non dobbiamo lottare così per sopravvivere. E' questo ciò che dobbiamo realizzare.
30/05/2008, Paola Bologna
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