Piemonte dal vivo incontra Il cineconcerto riattualizza il cinema muto: parola dei Supershock
I loro spettacoli riportano il pubblico ai tempi del cinema muto, quando le proiezioni dei film erano accompagnate da un'orchestra presente in sala che suonava dal vivo. Nello stesso tempo però le loro sonorizzazioni in presa diretta lavorano ad una riattualizzazione del film, le loro musiche gli conferiscono una voce fresca e moderna, sviscerandone nervature inusitate, mettendo in luce interpretazioni nuove, offrendo risalto a particolari nascosti. Indie rock band torinese composta da Paolo Cipriano e Valentina Mitola, i Supershock ci raccontano il processo creativo sotteso ai loro cineconcerti, spettacoli di potente impatto sonoro e visivo, che riescono a raggiungere un pubblico trasversale di cultori e neofiti di tutte le età.
- La vostra sonorizzazione in presa diretta del cinema muto riattualizza i film, cercando di sviscerare significati e letture che li avvicinano al sentire contemporaneo…
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Valentina Mitola: Noi siamo musicisti, ma amiamo da sempre il cinema. Abbiamo cominciato circa 6 anni fa a lavorare sul cinema muto perché abbiamo avuto esperienza di quanto sia vicinissimo ai giorni nostri, sia perché tantissimi registi hanno preso immagini e storie dal cinema di quegli anni, sia perché le tecniche alla fine risultano sempre simili. È vero che il cinema si è molto evoluto con la computer grafica, però da fine ‘800 segue un suo percorso lineare. La riattualizzazione mediante una colonna sonora contemporanea è un’operazione molto importante che recupera la carica esplosiva del cinema delle origini, altrimenti meno incisivo nella nostra società dell’immagine. Quando il cinema è nato, era veramente un qualcosa di eccezionale, la visione da parte del pubblico era un qualcosa di incredibilmente forte, epidermico. Un film delle origini visto oggi senza colonna sonora, privo di questo tipo di sinestesia, perde il suo carattere di eccezionalità. Le colonne sonore fatte al pianoforte sono assolutamente lecite e sono operazioni anche molto piacevoli, però crediamo che non rendano quella eccezionalità, quella carica esplosiva che il cinema aveva nelle sue prime visioni. Ci è proprio sembrato che accostare una musica contemporanea, una musica moderna – noi siamo musicisti rock, di formazione classica – donasse a questa esperienza il carattere eccezionale che aveva alle origini.
- Questa vostra operazione è però diversa dalle sonorizzazioni convenzionali, e da quelle originali degli anni Venti erano sostanzialmente musica classica da repertorio…
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V: Noi scriviamo musica sui fotogrammi, seguendo il ritmo del montaggio del film perché la colonna sonora sembri realizzata insieme al regista. Questa cosa permette al pubblico di sentire i cambi di immagine, di sentire anche il ritmo del montaggio che già al tempo aveva una forza spettacolare. Penso appunto a film che abbiamo sonorizzato come Metropolis, Nosferatu, Il Gabinetto del Dottor Caligari, Il Golem, abbiamo lavorato su dei cortometraggi, lavoriamo anche su film attuali con registi in vita. Questa cosa dà il ritmo, la forza incatenante che il film aveva alle origini, quindi ci sembra un’operazione forte, ed è un modo poi per far conoscere alle persone questo cinema che non è noto a tutti.
- Come gruppo nascete nel 2003, anno di debutto con Les Fleurs du Mal, e da allora vi siete sempre prodotti da soli, con la vostra Supershock Records. Per molti versi avete seguito una strada in controtendenza forte, raccogliendone però recensioni sempre positive e diventando internazionalmente riconosciuti per i vostri concerti-spettacolo. Ci volete raccontare il vostro percorso?
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Paolo Cipriano: Credo che sia stata una scelta un po’ obbligata per noi, sia da un punto di vista artistico, sia da un punto di vista organizzativo. Prima di tutto perché noi abbiamo sempre creato e suonato una musica rock e il nostro tipo di suono è poco italiano. Quindi per l’industria musicale italiana, che negli ultimi 20 anni è stata fiorente, noi crediamo di non essere particolarmente adeguati. Inoltre anche artisticamente noi siamo sempre stati affascinati dal poter sperimentare, ad esempio lavorare coi film, lavorare con spettacoli teatrali e in generale non sempre è così facile riuscire a fare comunicare bene più ambienti, come per esempio l’ambiente musicale con quello teatrale. Questa cosa ci ha spinti fin dai primi anni ad autoprodurci. Il fatto che fuori, anche dall’Italia, tutto abbia funzionato e continui a funzionare e speriamo funzioni sempre di più, non solo ci riempie di orgoglio, ma ci fa appunto pensare che forse è stato un percorso che ha richiesto coraggio, però effettivamente è stato un investimento giusto.
V: Prima di tutto per noi c’è la questione artistica. Noi non cerchiamo prima di tutto la produzione, il ritorno economico. A seconda delle scelte artistiche fatte, ci apriamo una porta oppure un‘altra. A volte purtroppo i giovani preferiscono andare a chiedere alla grande realtà discografica che sembra un miraggio. Le opportunità e la carriera sono fatte di singole cose che fai, di una tua maturazione, delle esperienze che riesci a produrre, a portare avanti. Prima di tutto bisogna cercare di fare esperienze come artista, e poi cercare aiuti, e non il contrario, perché altrimenti non avrai la forza e l’indipendenza per fare le tue scelte in maniera consapevole.
P: E non arrivi mai preparato nei momenti importanti.
- Dopo aver partecipato con Metropolis al Festival d’Avignon Off nell’ambito di Farandole à l’italienne - Piemonte dal Vivo siete stati anche a Dubai, dove avete avuto un grande successo, tanto che avete ormai un agente in loco. Ci raccontate l’esperienza su un territorio così differente e com’è organizzato il loro sistema teatrale?
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V: Dubai è una città nata nel 1972, quindi è veramente una città nuova, giovane. Noi siamo stati invitati dall’Italian Festival Week: una settimana, quasi due, di proposte, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana a Dubai che presenta, appunto, la cultura italiana. L’Italia con la sua storia, la tradizione artistica, musicale, teatrale, è veramente molto apprezzata e quindi noi in quanto artisti italiani siamo stati accolti con grande affetto e considerazione. Dubai è un posto pieno di giovani, pieno di gente da tutto il mondo, che ha voglia di conoscere culture altre. È un posto di scambio, di relazioni umane e culturali. Il primo anno siamo stati invitati con Metropolis, a novembre del 2009. Il cineconcerto è stato accolto con un entusiasmo e una carica incredibile da parte del pubblico. Siamo stati ospitati in un teatro splendido, eccezionale, il Ductuc all’interno del Mall of the Emirates, noto per la pista da sci Ski Dubai. È una struttura stupenda, uno dei teatri forse più belli che io abbia visto, la visuale e l’acustica sono perfette. Il Ductuc è una realtà poliedrica, ospita spettacoli di teatro, danza, musica, cinema, qualsiasi forma di espressione artistica senza nessuna barriera, nessuna limitazione. Siamo stati un po’ la punta di diamante della programmazione, tant’è che l’anno successivo nel 2010 ci hanno accolto di nuovo con Nosferatu, in maniera sempre più entusiastica.
P: La differenza rispetto all’Europa, che si vede chiaramente, è culturale e storica e c’è un entusiasmo incredibile. Non solo le persone hanno molta voglia di conoscere altre culture, ma gioiscono di più delle cose, ci sono un impegno e una dedizione differenti nella promozione degli eventi, viene curato tutto in modo maggiore. In Europa, in Italia, siamo più abituati, ci sono più spettacoli. Ci chiedevate come funziona lì il mondo dello spettacolo: sempre nello stesso modo, con il passa parola appunto. Quando quest’anno siamo tornati per un concerto in un club rock e siamo saliti sul palco, il pubblico urlava. Era una cosa al di fuori del contatto che normalmente abbiamo con il pubblico, questo perché vengono investite tante risorse nella promozione.
V: Una cosa che ho notato è che vengono realizzati dei giornali, dopo lo spettacolo, con le foto del pubblico. Il pubblico viene coinvolto, invitato a partecipare, coccolato in tanti modi. La popolazione poi è mediamente molto giovane e abbiente, quindi ha la possibilità di pagare il biglietto.
P: Sin da subito noi abbiamo voluto essere indipendenti non interessandoci all’aspetto commerciale, però se c’è un’infrastruttura pubblica, grande, come a Dubai, che investe denaro, è un paradosso, ma è così che poi puoi fare arte veramente, come vuoi, ad alti livelli.
- Quali sono le difficoltà di una giovane compagnia che vuole emergere? Cosa potrebbe fare l’Ente pubblico per sostenere o promuovere il loro lavoro?
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V: Il nostro percorso è iniziato con un aiuto da parte degli Enti pubblici. Per noi è stato importante sia a livello economico che di spazi e possibilità. Ad esempio il progetto di Avignone (n.d.r. la partecipazione a Farandole à l’italienne - Piemonte dal Vivo nel 2009) è stato un trampolino di lancio per aprirci il mercato estero. Senza Avignone avremmo fatto sicuramente molta più fatica. Quello che abbiamo fatto è proporci. Noi pensiamo a dei progetti che possano avere dell’interesse per qualcuno, senza interesse non c’è pubblico non c’è neanche il sostegno da parte degli enti, dei locali o dei teatri. Io credo che sia importante crearsi le occasioni per fare la propria arte. La musica esiste anche sotto forma di cd, noi li pubblichiamo, però la rappresentazione dal vivo è alla base della diffusione dei sistemi indipendenti, anche se all’inizio avere gli spazi è difficile. Però noi abbiamo trovato delle situazioni aperte alle iniziative dei giovani. Abbiamo iniziato a lavorare nel mondo del teatro con uno spettacolo su Janis Joplin, suonando canzoni di altri, cosa che facciamo raramente, ed era uno spettacolo di teatro musica. Ci siamo poi proposti nel 2007 con Rigenerazione (n.d.r. progetto per le giovani compagnie di Sistema Teatro Torino e Provincia), che è stato un po’ il trampolino di lancio sul teatro, con un cine-concerto - proprio Nosferatu - che porteremo quest’anno ad Avignone. Noi portiamo il cinema anche su un palco teatrale, non solo per un happening musico-cinematografico, ma per cercare di creare degli appuntamenti che abbiamo un interesse artistico a 360°.
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28/2/2011 Paola Bologna, Francesca Savini - Uffici di Piemonte dal Vivo
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