Piemonte dal Vivo incontra la danza performativa di Ambra Senatore
Piace, Ambra Senatore. I suoi assoli suscitano l’interesse di molti e trovano continue conferme del loro valore artistico. Non è un caso dunque che il lavoro della giovane coreografa e danzatrice torinese abbia da poco convinto la giuria internazione del Premio Equilibrio, presieduta da Lura Kumin, "per la capacità di saper coniugare danza e dimensione concettuale con grande intelligenza e ironia”. Questa la sua cifra stilistica, che con abilità misurata unisce il linguaggio coreografico a quello teatrale, proponendo partiture di azioni che spostano il punto di vista sulla realtà con una vena umoristica e surreale‚ spesso con una critica sottile e tagliente. Aspettando di rivederla a Torinodanza, la incontriamo per farci raccontare l’esperienza di Spazio Piemonte 2008 e le aspettative che nutre in merito alla sua partecipazione a L’Etè des Hivernales con Piemonte dal Vivo: un’occasione per approfondire la poetica e l’etica di un’artista che sta rapidamente conquistando il pubblico e la critica internazionali.
- La danza contemporanea ha molte anime: è un danzare aperto al teatro, alle arti visive, al video; si ispira a culture diverse e lontane da quella europea - dal pensiero orientale alla gestualità africana; a volte quasi si nega alle caratteristiche più tipiche di questo linguaggio, come la dinamicità e il movimento. Come ci puoi descrivere il tuo tipo di scelta artistica e come si è evoluta nel tempo?
- Vengo da una formazione di danza, simile a quella di mille altre bambine. Arrivo poi a conoscere quella che chiamiamo danza contemporanea tra Parigi e alcuni luoghi d’Italia specifici, in cui ci sono delle nicchie di vita di danza. La mia scelta creativa prende corpo non nella testa, ma a partire dal 2004 in sala. Nasce da un desiderio reale e concreto di lavorare prima di tutto sulla creazione, non solo più come interprete, e questa era una cosa che avevo in cuore da tempo. Nel 2004 mi trovo ad uscire da un lavoro di compagnia pesante rispetto alle relazioni e ad avere l’esigenza di lavorare da sola, di riconoscere come mio quello che facevo. Mio e solo mio, nel bene e nel male. E di lì il motore. La cosa più sincera che potevo fare, era lavorare su qualcosa di molto vicino a me. Avrei anche voluto lavorare su tematiche importanti – come la guerra o la pace – ma sinceramente dovevo appoggiarmi a qualcosa di più piccolino e più vicino. La scelta di un approccio creativo al lavoro non è quindi fatta nella testa, ma in sala, e al di là delle differenze tra danza, teatro e arti visive: io non mi riconosco in una sola di esse, credo di essere un po’ a cavallo, e parlerei piuttosto di creazione contemporanea. E lo farei con semplicità, perché non può che essere così. La scelta degli strumenti, delle questioni, delle modalità arriva in sala. C’è poi anche un ragionare, la testa non è che non esista, però non è a tavolino a priori. Ci sono delle visioni iniziale, dei sentire, anche delle idee, attorno a cui poi si costruiscono dei mondi, delle visioni. Ogni spettacolo è uno, ed è un po’ una tappa di uno stesso percorso.
- Sei stata una delle protagoniste della vetrina coreografica Spazio Piemonte 2008, cui hai partecipato con un tuo lavoro. Per la nostra regione è stata la prima iniziativa di questo tipo, e ha inaugurato un’attenzione nuova per i giovani coreografi. Come hai vissuto questa esperienza?
- Molto bene, ovviamente, nel senso che è stato un grande sostegno dal punto di vista economico, cosa che in questo contesto - soprattutto in Italia - è fondamentale: sappiamo benissimo, senza che io stia qui a ripeterlo, quali sono le difficoltà. E’ stato un sostegno anche dal punto di vista umano, perché ci è stato dato di incontrare persone che avevano il desiderio di capire come creare nuove possibilità. Dal punto di vista creativo e personale non sono mancate difficoltà e crisi, come è normale che sia. Per il resto è stata una prima esperienza, con dei tiri da ricalibrare - cosa che ritengo normalissima - però ho visto un dialogo aperto: tutte le parti in gioco concorrono, invece di scontrarsi. Nel mio caso ho sentito che dei semìni che ho gettato, nei quattro anni di lavoro precedenti la proposta di sostegno, in giro per l’Italia - non mi sono tanto riferita alla Regione prima, quanto a piccole realtà e festival - cominciavano a dare dei frutti. In questo contesto contemporaneo molto sfortunato, mi sono sentita molto fortunata.
- Mancano in Italia i fondi e i luoghi deputati alla formazione dei danzatori; non sono nate strutture sul modello dei Centres Coréographiques, si procede per seminari e stage di breve durata, molti giovani sono spesso costretti ad andare all’estero per una valida formazione: come hai vissuto questa situazione e quali proposte in merito?
- Da noi la formazione te la fai per spinta individuale, grazie ad incontri belli che ti capitano e che poi decidi di seguire, quindi te la costruisci in maniera assolutamente autonoma e ogni volta originale. Ti crei un percorso tuo, e devo dire che la quantità di buoni, buonissimi danzatori italiani - che è lampante, eclatante sia in Italia, sia tra coloro che lavorano all’estero - è la dimostrazione di come, alla fine, ci si possa formare anche ad alti livelli. Il sostegno della famiglia è fondamentale, perché questa cosa chiede soldi, tempo, e quindi tempo che non investi in tanti altri lavori. Io devo, ad esempio, la mia fortuna di coreografa emergente all’Università italiana, perché ho sempre avuto borse di studio di dottorato in ambito di danza grazie a persone che hanno capito che era un’ottima cosa che la parte di ricerca si accompagnasse a quella pratica. Sono stata molto fortunata, non ho dovuto fare la cameriera, come di solito succede. Molto disagio, quindi, nella formazione, ma anche la realtà di una generazione o due prima della mia che ha saputo darci moltissimo a livello di formazione. In Francia, per esempio, io vedo che è molto positivo che ci sia un circuito etc, ma mi viene da dire che un’eccessiva istituzionalizzazione della formazione e anche un appiattimento su dei canoni che impongono regole, diventano fattori pericolosi, se entrano nel fare creativo. Si rischia di omologare un pochino anche il danzare. Poi chiaramente uscito dalla scuola maturi e trovi una tua via: è quindi forse un rischio da correre. Sicuramente per i centri che già esistono un po’ le cose stanno cambiando, ad esempio in Toscana cominciano a ricevere un finanziamento diretto. Le realtà ci sarebbero anche, sono da accompagnare.
- Quali suggerimenti o proposte ritieni di rivolgere a un Ente pubblico che voglia promuovere in modo efficace il lavoro delle giovani generazioni di coreografi e danzatori?
- L’aspetto fondamentale per l’ente pubblico, per l’autore, e per chiunque lavori nell’ambito, è che esista un pubblico. Altrimenti non ha nessun senso. Andare in scena è uno scambio, e se siamo solo tra di noi addetti ai lavori per me perde d’interesse. Questa è una cosa che però accade con molta frequenza. Non so come, ma credo che si debba fare un lavoro molto serio, tutti quanti, su questa benedetta ‘formazione del pubblico’, anche se non credo che sia la parola giusta. Non credo che si debba formare. Credo che manchi in Italia una cultura diffusa per ciò che è spettacolo dal vivo in generale, per la danza in particolare. Bisognerebbe lavorare nelle scuole dell’infanzia in maniera intelligente. Tutto ciò non perché a noi che facciamo spettacolo conviene che ci sia un pubblico, ma perché ha senso fare e finanziare la cultura solo se c’è una ricaduta di cultura sui cittadini. Anche l’aspetto di comunicazione con il pubblico è importante, posso fare un esempio aprendo una parentesi dolente, ma mi sento di farlo: per Spazi per la danza contemporanea ci erano stati chiesti degli studi, ma al pubblico – né di programmatori né di appassionati – questo non era stato segnalato. Questo per me è un errore grave. E’ importante vedere con cosa ci si sta relazionando, e se non c’è chiarezza questo fa male alla danza. Credo che quest’ordine di questioni sia da tenere molto presente. Vorrei aggiungere che un’altra difficoltà per tutti noi è quella strutturale amministrativa. Capisco che dal punto di vista politico e amministrativo sia necessario che ognuno di noi abbia una forma riconosciuta, però a noi questo porta via un sacco di tempo e di energie: io non ho intenzione di creare un’impresa. Non è un’impresa. Ce ne sono di già esistenti che possono accogliere il nostro lavoro. L’affiancamento autore su associazione secondo me è un pericolo ed è un errore grave che si fa. Per alcuni può funzionare, ma non per tutti. I centri di produzione che raggruppano più autori credo che siano un futuro importante, perché se diventiamo burocrati non facciamo più il nostro lavoro, e non possiamo attualmente permetterci di avere tre persone in ufficio, che sono quelle che ci vorrebbero.
- Andrai ad Avignon dal 10 al 26 luglio a Les Hivernales con Piemonte dal Vivo. E’ uno dei modi per rompere l’isolamento delle compagnie professionali e favorire la ricerca coreografica piemontese. Che aspettative hai, anche alla luce della tua conoscenza ravvicinata della realtà francese?
- Io credo che sia un’occasione molto molto buona, perché Les Hivernales è un festival con una lunga tradizione, che gode di grande apprezzamento presso i programmatori e la critica francese. Quello che posso dire – dai contatti che ho adesso – è che ci sarà una reale presenza di programmatori soprattutto francesi. Ho quindi delle buone aspettative, ma ho anche lo spavento perché la scelta del festival è quella di presentare per 15 giorni di fila – con due piccole pause – un programma tutti i giorni uguale, il che vuol dire per i danzatori essere in scena 15 giorni di fila, che è una cosa rara, molto, anche in Francia. Loro ne sono consapevoli, è una cosa di cui abbiamo subito discusso. Da un lato è affascinante, perché di sera in sera cambieranno la percezione, le questioni e sarà un buon terreno di sperimentazione. Mi aspetto di arrivare stremata, ma con un bagaglio esperienziale interessante. C’è un supporto tecnico, di accoglienza molto molto buono che già conosco per la Francia, ci si sente davvero accuditi. Sarebbe uno scarto qualitativo da copiare anche in Italia, poiché da noi è affidato solo alle singole persone.
- Sempre a proposito di questo: la Regione Piemonte ha proposto più artisti, e Les Hivernales ha scelto te. Hai anche contrattato rispetto allo spettacolo…
- I miei contatti con professionel francesi sono antecedenti a questa opportunità e credo che in qualche modo abbiano influito sulla scelta fatta dall’organizzazione del festival. Sicuramente nell’operare la selezione si saranno avvalsi anche dell’opinione di programmatori francesi di loro fiducia, anche solo per il fatto che il video spesso non è così chiarificatore. Sono semini gettati da me tra persone che hanno voluto sostenermi, tra queste sicuramente la Regione, che ha poi reso economicamente possibile questo percorso. Loro avevano scelto Merce e Altro piccolo progetto domestico: io amo questi due lavori, ma ho lottato per avere Maglie, perché quando è arrivata la proposta ero fresca di debutto, mi ci riconoscevo. In questo momento invece Maglie non lo amo più: ho preso una strada diversa nell’arco di due soli mesi perché sto lavorando ad un altro progetto, Passo che ha vinto il Premio nazionale Equilibrio 2009 dell’Auditorium della Musica e che debutterà l’anno prossimo a Roma. I motivi alla base della mia scelta erano che Maglie era più recente, era uno spettacolo diverso, che rappresentava un approccio meno comune degli altri due, ed era lo spettacolo sostenuto da Spazi per la danza contemporanea. Adesso mi sembra di aver fatto un grosso errore.
Paola Bologna, giovedì 11 giugno 2009