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Sommario:




Il Teatrodanza della Compagnia Tardito Rendina: il piacere di osservarsi drammatici e sorprendersi ridicoli

Aldo Rendina

Aldo Rendina e Federica Tardito, insieme per vicinanza e frequentazione di un sentire comune, sperimentano il gusto e il piacere di percorrere le vie della comicità nelle sue diverse forme.

Arrivano entrambi da esperienze di teatro e danza contemporanea - che li hanno visti lavorare con i coreografi Georges Appaix, Anna Sagna (Sutki), Claude Coldy, Roberto Castello, Giorgio Rossi e Raffaella Giordano (Ass. Sosta Palmizi) - e la loro (auto)ironia è col tempo diventata mestiere, segno profondo e rigoroso della loro arte.
Il loro desiderio di osservarsi drammatici per scoprirsi comici sa ad ogni nuovo spettacolo coinvolgere lo spettatore trascinandolo in un mondo a sè stante che non consegna ulteriori pesi alla propria platea, ma tratta il dolore e la sofferenza prendendone le distanze e facendo emergere l'aspetto ridicolo del dramma messo in scena.

Li incontriamo per farci raccontare l'esperienza al Festival d'Avignon con Piemonte dal Vivo nel 2006, quella di Spazio Piemonte 2008 e la tournée in Sud America che li ha visti da poco protagonisti: un'occasione per approfondire la poetica di una compagnia alla ricerca di paradisi possibili.

Guarda un'estratto video dell'intervista:

La danza contemporanea ha molte anime: è un danzare aperto al teatro, alle arti visive, al video; si ispira a culture diverse e lontane da quella europea - dal pensiero orientale alla gestualità africana; a volte quasi si nega alle caratteristiche più tipiche di questo linguaggio, come la dinamicità e il movimento. Come ci potete descrivere il vostro tipo di scelta artistica e come si è evoluta nel tempo?
Aldo Rendina: Ad un certo punto non bastava solo la danza. Possiamo parlarne a partire da uno spettacolo. Gonzago's Rose ad esempio aveva bisogno di dire a voce, con le parole, il messaggio che volevamo comunicare. Per Circhio Lume è arrivato uno sguardo clownesco. Gonzago's Rose era un po' comico-tragico-drammatico e nella ricerca artistica sul linguaggio abbiamo sentito il bisogno di un altro tipo di sguardo, che un po' svicolasse dal comico per entrare in un aspetto più clownesco. Da un certo punto in poi non ci basta quindi un solo elemento.
Federica Tardito: Se posso vorrei aggiungere un punto di vista molto personale. Il lavoro di ricerca che facciamo è molto caratterizzato da questo aspetto tra il tragico il comico e il ridicolo, e io penso che sia stato un colore, un colore della mia personalità, un fondamentale disagio nei confronti della vita - il non sapere come stare, come mettersi - che si è espresso nella ricerca e nel lavoro. Poi ovviamente il grande tentativo è di vedere come questa spinta personale possa diventare elemento di ricerca, elemento di comunicazione, come da una propria pelle personale possa uscire fuori e andare alla gente, alle persone, e non rimanere solo un'espressione per il proprio piacere personale. Questa ricerca si è quindi evoluta cercando di approfondire che cosa fosse questo aspetto tragico che possiamo contenere, e sperimentando, andando a vedere quali potevano essere le forme di leggerezza, di ironia, di pensiero in grado di distaccarci da questo nostro lato drammatico e di farci sperimentare uno sguardo anche diverso.
Siete stati tra i protagonisti della vetrina coreografica Spazio Piemonte 2008, cui avete partecipato con Oh heaven. Per la nostra Regione è stata la prima iniziativa di questo tipo, e ha inaugurato un'attenzione nuova per i giovani coreografi. Come avete vissuto questa esperienza?
A.R.: Una fantastica novità. Innanzi tutto perchè non conoscevamo in passato la possibilità di essere prodotti, di ricevere un finanziamento per una creazione specifica. A noi è capitato che non ci fosse ancora il bando, che è stato successivamente introdotto: ci sembra un aspetto molto positivo perchè mette sul piano le compagnie con i loro progetti che possono essere presentati, accolti, e scelti. Sono state importanti le sinergie che si sono create: all'epoca mi ricordo ci fu un tavolo dove c'erano rappresentanti di festival, dell'Università, della Regione. Una sinergia che ci sembra necessaria e vitale per procedere. Ci piacerebbe che continuasse per le generazioni future.
Mancano in Italia i fondi e i luoghi deputati alla formazione dei danzatori; non sono nate strutture sul modello dei Centres Coréographiques, si procede per seminari e stage di breve durata, molti giovani sono spesso costretti ad andare all'estero per una valida formazione: come avete vissuto questa situazione e quali proposte avete in merito?
F.T.: Di nuovo posso partire da un'esperienza personale. Quando ho finito il liceo ho fatto la scuola con Anna Sagna qui a Torino che aveva la compagnia, un luogo meraviglioso e proponeva questa formazione di due anni gratuita, dopo un'audizione: veramente una grossissima possibilità. Poi ad un certo punto sono andata a Parigi: tutti andavano a Parigi e ci sono andata anch'io. Là ho studiato tutte le tecniche, ed è stata un'esperienza importante, ma con uno sguardo a posteriori penso che se è vero che in Italia non ci sono i centri coreografici come in Francia, è anche vero che ci sono delle figure - come poteva essere Anna Sagna ai tempi - sulle quali forse si potrebbe investire di più. C'è tanto questa cosa di andare sempre all'estero, bisognerebbe però riequilibrarla un po'. Si potrebbero individuare in Italia dei coreografi di danza contemporanea, trovare degli spazi in cui lavorare, delle foresterie per i ragazzi e si potrebbero creare dei corsi di formazione con loro. Credo poi che la formazione di un danzatore contemporaneo che non si voglia confrontare solo con la danza, con il gesto, ma anche con quello che fa il teatrodanza - che parla dell'uomo e della donna in senso universale - necessiti di un lavoro sul corpo, ma anche sulla musica, di uno studio della storia della danza, di un ampliamento delle basi che prepari il coreografo o l'interprete a relazionarsi con la propria materia umana. Di lavori ove si conosca lo strumento con il quale si va ad agire non solo a livello fisico, ma anche emotivo e mentale. Una piccola fetta di preparazione in questo senso potrebbe essere molto util.
A.R.: E' una bella domanda. Quale sia la base che un danzatore dovrebbe avere per poter ospitare dentro la sua esperienza artistica e non, i linguaggi successivi che gli verranno proposti. Se guardiamo la danza contemporanea oggi che strizza molto l'occhio alle discipline orientali e circensi, viene da pensare che la base classica avrà un peso diverso. Da parte mia aggiungerei anche forse la possibilità di lavorare con dei coreografi, perchè quello che si impara andando in scena è diverso da quello che si impara in classe perchè lo spazio scenico è un contenitore di specifici che sono legati più all'opera che non alla formazione.
Quali suggerimenti o proposte ritenete di rivolgere a un Ente pubblico che voglia promuovere in modo efficace il lavoro delle giovani generazioni di coreografi e danzatori?
F.T.: La possibilità che ha dato Spazi per la Danza Contemporanea, quella è davvero qualcosa di molto importante: avere la possibilità di fare domanda tramite bando per avere un sostegno economico per la creazione. Non per fare la data, ma proprio per la creazione. Continuare a far sì che questa possibilità esista è molto importante. Poi un altro discorso, dolente per l'Italia, è la distribuzione. Magari ci sono artisti che hanno fatto dei lavori eccellenti - ne conosco tanti un po' più vecchi di me - che hanno veramente speso molte delle loro energie per la circuitazione dei loro lavori, e questo li ha totalmente distolti, depistati dal loro lavoro della sala. In Francia ad esempio mi hanno detto che quasi tutti i giovani hanno un piccolo agente. Non so come si potrebbe fare. Si potrebbe creare un'agenzia in grado di accogliere più compagnie, dare borse di studio o sovvenzioni … comunque sicuramente bisognerebbe riflettere su questo aspetto, vedere se ci sono delle risorse sia economiche che di pensiero, per cambiare questa contingenza che ha tagliato le gambe a molti coreografi. La proposta del Ministero ad esempio - noi abbiamo deciso di non farla per tempi nostri - richiede uno spettacolo all'anno, che è veramente tanto, e richiede inoltre molte cose che veramente ti distolgono da quello che è il lavoro di creazione. Lavoro che non è solo andare in sala, ma leggere, ricercare, vedere, viaggiare, tutto ciò insomma che uno crede sia meglio. Questo è davvero un grossissimo problema.
A.R.: Aggiungerei anche una sorta di agilità e flessibilità rispetto alle pratiche amministrative che ci sembrano un po' da riformare, magari creando delle fasce differenziate per il tipo di posizionamento che si ha sul mercato. Grandi istituzioni hanno bisogno per muoversi di aspetti burocratici che noi piccoli artigiani non riusciamo a sostenere, ad affrontare. Bisognerebbe trovare differenti vie, anche se non so dire quali. Si parla tanto di imprese, ma esistono anche le piccole imprese.
F.T.: Secondo me la cosa positiva che c'è in Piemonte con la Regione è il dialogo. Vengono fatte delle domande, le compagnie vengono accolte, vengono ascoltate, vengono fatte delle proposte, e questo è molto positivo perchè se non c'è questa possibilità di dialogo e di accoglienza c'è poco da inventarsi. C'è un bel sostegno, una bella spinta, io personalmente non mi sento persa nel vuoto come molti artisti italiani potrebbero pensare di essere.
L'ultima domanda riguarda l'esperienza che avete avuto nel 2006 portando Circhio Lume ad Avignone e quella che avete avuto quest'anno - sempre grazie alla Regione Piemonte - della piccola tournèe in Sud America. Che aspettative avevate, che incontri avete fatto, è servito alla vostra compagnia per crescere, cosa vi siete riportati a casa da queste due esperienze così diverse tra loro?
F.T.: Siamo tornati martedì scorso dal Brasile. Una cosa molto semplice ma inaspettata è stata che la possibilità di portare Circhio Lume - dopo così tante volte che lo replicavamo - in un altro paese, ha fatto vivere un'altra aria anche allo spettacolo. Noi eravamo diversi, molto leggeri. E' stato come se questa leggerezza e questo calore che c'è in Brasile (nonostante i grandi problemi) fossero arrivati nello spettacolo. E' una cosa che può sembrare molto semplice, ma per me è stato un bellissimo regalo. C'è stato veramente un incontro con il Brasile.
A.R.: Ritorno con la sensazione molto forte che si possa creare una continuità, probabilmente grazie al grande lavoro fatto dall'operatore culturale di Belo Horizonte con cui c'è stato il contatto. Ha saputo creare delle sinergie con L'Istituto di Cultura Italiana e con la Regione Piemonte, ha fatto un lavoro sul territorio preparando il terreno. Si è visto concretamente il suo lavoro, si può pensare alla reale possibilità di tornare con uno spazio formativo più duraturo, magari pensando anche ad uno scambio.
F.T.: Uno scambio che è avvenuto anche come passaggio di informazioni, con gli artisti brasiliani. A Rio ad esempio abbiamo conosciuto una coreografa che fa un lavoro simile al nostro a Rovigo e con lei si è creata una possibilità di interazione.
A.R.: E' buffo. Nella grande distanza senti la grande vicinanza di intenti, di desideri, mentre magari nella grande vicinanza senti di più il desiderio di sgomitare. L'esperienza avignonese è stata invece totalmente diversa anche per i numeri: là facevamo uno spettacolo per 12 sere in uno stessa sala più le parate in strada, in Brasile e Uruguay abbiamo invece cambiato città su ogni singola replica. Diversa perchè si è creata una circuitazione differente di pubblico, che è arrivato pian piano alla spicciolata perchè ovviamente Avignone è un posto in cui accadono contemporaneamente almeno 600 altre cose.  
F.T.: In più ci ha portato una cosa molto concreta che è un contatto con La Friche La Belle de Mai di Marsiglia e delle repliche, e poi a seguire altri contatti. Forse non tantissimi, perchè noi non abbiamo avuto la forza organizzativa per preparare il terreno e per sfruttare a posteriori la possibilità, perchè avevamo tante repliche e non abbiamo una persona che si occupa della distribuzione. Qualche occasione forse l'abbiamo persa, ma abbiamo avuto la possibilità di fare tante repliche di seguito - cosa molto difficile nella danza - e il lavoro è cresciuto in maniera velocissima. Sia il Brasile che Avignone dal punto di vista artistico sono state due grandissime possibilità, e ci hanno fatto rendere conto che ci mancano alcuni tasselli. Subito dopo Avignone noi siamo andati al festival di Volterra, dove Circhio Lume ha avuto un successo pazzesco: a momenti veniva giù il teatro. Abbiamo avuto un sacco di contatti e abbiamo fatto un sacco di repliche e da lì si è aperta la porta per lo spettacolo. Per i contatti non sarebbe male avere un aiuto esterno, per i motivi che ho spiegato prima.
C'è qualcosa che vorreste aggiungere dopo questa chiacchierata…
F.T.: Sì, riguarda la formazione del danzatore. Bisognerebbe cominciare nelle scuole, con i bambini, con programmi più articolati. Bisognerebbe far lavorare i bambini sull'espressione, per dare loro più strumenti per capire come e cosa fare, per renderli più pronti, più ricettivi, meno imbambolati e in balia di un non sentire e di un non sapere. E sarebbe bellissimo anche un lavoro di conoscenza su di sè per quanto riguarda le emozioni. Se ci fosse un'accoglienza di come siamo…

21/10/2009 Giulia Bertorello, Cristina Giacobino, Paola Bologna - Uffici di Piemonte dal Vivo

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