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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




Piemonte dal vivo incontra Platel e Les Ballets C de la B: il corpo difforme
Prima parte

Chiara Castellazzi, giornalista e critico di danza, incontra per noi Alain Platel in occasione della prima italiana di "Out of Context. For Pina".

Alain Platel - ortopedagogista di formazione, coreografo e metteur en scène - ha saputo creare un universo gestuale in cui il corpo del danzatore si è liberato dai codici convenzionali. Ed è il corpo di chi è segnato dalla diversità, di chi vive in prima persona il disagio sociale quello che esplora la ricerca artistica di uno dei coreografi che occupa un posto di assoluto riguardo nella storia del teatro danza contemporaneo. Le sue creazioni, di autenticità assoluta, estrema e visionaria, sono intensamente attraversate dalla contrapposizione tra dolore e speranza, portando allo spettatore il senso di un’esperienza che individua nel diverso un portatore di verità dimenticate. Torinodanza - dopo aver presentato in passato vsprs e pitié! - dedica al coreografo belga uno dei nuclei tematici dell’edizione 2010.

“Out of context” è uno spettacolo «fuori dal contesto » delle grandi produzioni, con scenografie importanti, musicisti in scena, con  un grande lavoro preliminare di interpolazione della musica, barocca nelle ultime pièces. È qualcosa di diverso rispetto a quello a cui ci aveva abituato. È un lavoro molto scarno, intimo, quasi «sottocutaneo», non so se lo considera tale. Mi sembra che questo modo di lavorare le corrisponda molto e corrisponda ai suoi ultimi interessi, dove il fulcro della ricerca è veramente il corpo del danzatore. La mia domanda è se non le sarà difficile adesso tornare alle grandi produzioni?
È un’ottima domanda, me la pongo anch’io ogni giorno. È successo qualcosa con “Out of Context” che credo per me sia molto importante per il futuro. Non so ancora in che modo mi influenzerà perché ci siamo troppo “dentro”. Lo vivo ogni giorno da nove mesi. Sento che c’è qualcosa che ci obbliga a ripensare veramente tutti i concetti che riguardano gli spettacoli che facciamo. Perché appunto come ha detto lei questo lavoro ci ha permesso di guardarci più nell’intimo e di concentrarci sul corpo dei danzatori. Di capire come oggi il corpo può ancora comunicare le grandi emozioni, senza avere bisogno di una scenografia, di musica dal vivo o di tante altre cose. Credo che per me sia ancora interessante pormi la domanda: “qual è l’effetto di una scenografia, della musica dal vivo?”. Perché amo molto la musica dal vivo. Mi è piaciuto moltissimo lavorare con Fabrizio Cassol e quindi avrei voglia di continuare.
La prossima produzione sarà di nuovo con lui?
Non ne sono sicuro, stiamo valutando alcune proposte. Io voglio assolutamente riprendere il lavoro con Fabrizio, ma c’è bisogno di un buon motivo perché noi abbiamo vissuto qualcosa di forte con “Out of Context” e lui anche nel suo percorso. Non possiamo semplicemente continuare qualcosa, dobbiamo riflettere. A livello umano per me è molto importante continuare a lavorare con Fabrizio.
Quindi potrebbe essere la collaborazione con Cassol a veicolare un ritorno ai grandi spettacoli?
Quando ha visto “Out of Context” Fabrizio mi ha detto che era geloso di non far parte del progetto. Gli sarebbe piaciuto condurre questa ricerca sul lato sonoro della pièce. Abbiamo infatti utilizzato tutti i suoni che potevamo creare sul palco senza paura del silenzio e di inserire la musica popolare. Sono cose che interessano anche a lui. Cassol è interessato anche a questo tipo di lavoro, non solo alle grandi opere musicali; tutto quello che riguarda il suono gli interessa molto.
La prossima produzione sarà per Gerard Mortier, quindi per il Teatro Real di Madrid, sarà pensata per un grande teatro e quindi ci saranno anche dei condizionamenti?
Il progetto che stiamo realizzando per Madrid è in piena negoziazione, perché per il momento ho fatto delle scelte molto precise e voglio essere sicuro che si possano realizzare. Se potessimo includere Fabrizio in quest'avventura ne sarei molto contento, ma non sono ancora sicuro sia possibile.
C'è già qualche cosa che si può raccontare? Qual è il primo approccio a questa nuova produzione?
Il punto di partenza da qualche anno - è da un po' che ne parliamo Gerard Mortier e io - è la musica di Verdi. Come è accaduto tempo fa quando ho realizzato "Wolf" e mi sono confrontato con la musica di Mozart, non era una musica che mi interessava particolarmente, ma lavorandoci su ho cominciato ad apprezzarla. Sta succedendo la stessa cosa con la musica di Verdi. Voglio fare una scelta precisa, cioè lavorare soprattutto sulla musica per i cori e lavorare con un coro in scena.
Lavorerete anche sulla coralità dei danzatori?
Sì, ma per prima cosa lavorando sul coro come personaggio. Questa è una cosa che ci piace molto. Siamo in piena preparazione.
Pensa di tornare anche ai grandi affreschi sociali? Affrontando temi più sociologici, centrati sulla nostra società?
Ho l’impressione che “Out of context” rappresenti una scelta molto precisa che per me ha dei legami molto forti con i temi sociali. Forse la forma è cambiata, cioè nella forma non ha più niente a che fare con gli spettacoli che ho creato per esempio con Arne Sierens negli anni '90. Abbiamo scelto un'altra forma. E comunque credo che quello che mostriamo in “Out of context” sia fortemente legato al nostro pensiero, alla nostra visione di ciò che succede nella società.
Attraverso il corpo... Questa cultura del corpo che proponete non è la stessa ma è simile a quella che presentate con "Gardenia" che anche sarà a Torino per Torinodanza. Qualcosa fuori dalla norma dal punto di vista della vita e dei corpi?
È quasi l’opposto di "Out of Context" e allo stesso tempo ci sono dei legami.
Il fatto di presentare differenti culture del corpo pensa possa aiutare le persone considerate differenti o deboli? E' un modo per essere vicini a queste persone?
Probabilmente dirò qualcosa di un po' estremo, ma il più bel complimento che abbiamo ricevuto su "Gardenia", una pièce che parla della vita di transessuali, di travestiti che invecchiano, veniva da uomini eterosessuali che a Gent sono venuti a dirci che erano stati molto toccati dallo spettacolo. Gente che vive una vita praticamente opposta rispetto a quelle che mostriamo in scena sembra fosse sedotta e toccata da queste persone e non pensava più al tema della transessualità e del travestitismo, ma comprendeva bene tutto il lato umano, tutta questa fragilità, queste sofferenze, queste gioie che mostravamo in scena. Questo è un complimento che mi ha molto toccato.
Avete aperto loro degli universi...
Queste persone sono venute con molti pregiudizi. Cioè sono venuti per vedere degli uomini che si travestono da donna, ma il modo in cui abbiamo proposto questo tema ha lasciato loro percepire qualcosa d'altro, qualcosa che parla più del lato umano che del lato "travestito". Questo trovo sia un gran bel complimento.
Les ballets C de B: Out of Context Ancora a proposito di «Out of context. For Pina», questo spettacolo lei l'ha dedicato a Pina Bausch. Anche se il suo metodo di composozione e il suo stile sono diversi da quelli della Bausch che cosa sente che la avvicina di più a lei. Si sente un po', in qualche misura suo erede?
Il mio rapporto con Pina Bausch è cambiato nel corso di quasi 30 anni. All’inizio l’ho conosciuta come artista per il suo lavoro ed ero scombussolato dai primi spettacoli che ho visto all’inizio degli anni ’80. Ho perso molti amici che invitavo a vedere le sue pièces e ai quali non piacevano mentre io ero un grandissimo fan. Ho visto praticamente tutto quello che ha realizzato. L’ho incontrata 12 o 13 anni fa e il mio sguardo, riguardo a lei, è profondamente cambiato. Ho incontrato la persona dietro l’artista. Ho capito che era una  persona davvero molto onesta rispetto a tutto ciò che realizzava sulla scena. Lei non si presentava diversamente nella vita reale, al contrario. È stata una persona che mi ha profondamente toccato per la sua umanità, la sua visione estremamente aperta, l’enorme capacità di ascolto di tutto ciò che accade intorno…
Questo allora la avvicina a lei...
Se è così vuol dire che l’ho imparato da lei. Mi ha molto toccato. Mi ricordo che quando ci incontravamo parlavamo molto poco di arte, di proposte e progetti o di teatro, parlavamo della vita. Le facevo domande sciocche, sulla bellezza di fumare sigarette per esempio. Credo sia una persona che ci ha aperto gli occhi, quando alla fine degli anni '70 e all’inizio degli anni ’80 ci ha mostrato dei danzatori che non erano soltanto delle persone che potevano muoversi, ma delle persone con un’identità, un nome, con una personalità. Mi ricordo nei primi anni che vedevo le sue pièces, c’è stato un momento in cui conoscevo tutti i danzatori per nome e quando li incontravo, nei teatri o nei caffè, avevo l’impressione di poterli avvicinare per parlare con loro, come se fossero stati degli amici. Questa è davvero una cosa fondamentale che Pina ci ha dato.
E sulla scena?
La sua estetica è diversa, certo. Il modo in cui lei cercava di trovare certi movimenti e il modo di presentare i personaggi, lei aveva un suo stile personale.
È uno stile diverso certo. Ma ci sono dei momenti sulla scena in cui si sente vicino a Pina Bausch? A parte dove ha scelto di inserire una piccola citazione, come in « Wolf » dove una ragazza cammina a occhi chiusi e sbatte contro gli ostacoli come in « Café Mueller »...
In “Out of Context” ho voluto offrire a Pina un regalo postumo. Nei giorni dopo la sua morte ho partecipato a una commemorazione a Wuppertal. Era il mese di settembre 2009, e quando il giorno dopo sono rientrato a Gent per le prove, in quel momento ho deciso di farle un regalo dedicandole questa pièce. “Out of Context” non ha dei riferimenti diretti al suo lavoro e non abbiamo pensato di utilizzare il suo vocabolario, o le sue immagini o il suo pensiero.
Al di là dello spettacolo specifico di "Out of Context" cosa pensa che in scena la avvicini alla Bausch? Questa prossimità con la vita reale?
Credo sia soprattutto la voglia di mostrare delle persone sulla scena con le quali il pubblico si possa identificare e alla fine dello spettacolo possa avere un po’ l’impressione di conoscerle. Non vederle quindi come interpreti o danzatori, ma come esseri umani che vogliono condividere qualcosa con noi. Forse è in questo che spero di assomigliare un po’ a Pina.

Seconda parte




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