Fare teatro a Cracovia
Gabriele Boccacini, direttore artistico di Stalker Teatro, incontra per noi Bartosz Szydtowski direttore artistico del Teatr Laznia Nowa di Cracovia
Sorto nella Nowa Huta o Nuova Città, in quello che avrebbe dovuto essere il prototipo della nuova città comunista - con viali enormi, palazzoni monumentali in stile architettonico socialista e molti spazi verdi - ma che ad oggi è il quartiere più popolato e difficile della città, il più giovane teatro di Cracovia ha convertito un ex complesso industriale in un luogo di libero scambio. Ha trasformato le fresatrici e l'odore del grasso dei macchinari in sale dedicate allo spettacolo dal vivo, a mostre e momenti di incontro. Le strette analogie con il lavoro condotto da Stalker Teatro presso le Officine Caos alle Vallette di Torino e presso l'ex Lanificio Pria di Biella, guidano questo interessante confronto tra nazioni.
- Vorremmo capire meglio qual è la situazione teatrale a Cracovia: il vostro teatro com'è nato, in quale territorio?
Come riuscite a portare avanti il vostro progetto e a sostenere la vostra struttura?
Come succede ovunque la situazione nel settore teatrale è difficile, ma il nostro caso è la dimostrazione di come i miracoli possano avvenire. Questo è un lavoro che non si fa in un anno, ma in dieci. I nostri primi lavori hanno avuto molto successo, proponendo un'idea diversa da quella degli altri teatri cracoviani. Noi non siamo in competizione, ma a complemento del teatro tradizionale; siamo freschi, aperti. Siamo una struttura molto dinamica. Il nostro programma guarda alla realtà. L'istituzione culturale offre qualcosa da consumare, non provoca una situazione, noi invece provochiamo situazioni in cui il dialogo sia facilitato. Questo tipo di operazione è possibile solo se lavori nella tua isola, con le tue regole, con la tua utopia.
- Un'isola comunque molto grande... Mi dicevi che nel vostro quartiere ci sono 250.000 abitanti.
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Ci sono cose ragionevoli che sono miracoli, magie. Io ho perso il mio teatro precedente per difficoltà economiche e per questo ho vissuto un periodo di grande depressione, poiché il lavoro di dieci anni era sfumato in poco tempo. A dicembre non avevamo più il teatro, a gennaio un politico ha dimostrato la sua disponibilità a sostenere un teatro a Nowa Huta, così mi sono messo alla ricerca di uno spazio idoneo. Ho trovato una grandissima fabbrica (4.500 mq) che è una scuola per operai caduta in disuso dopo la chiusura del grande centro metallurgico che era il cuore di Nowa Huta. Poi ho scritto un programma che ho presentato agli amministratori cittadini: Cracovia è difficile perchè è molto conservatrice e c'è molto fermento artistico, quindi anche concorrenza, ma questo teatro è stato fondato con il consenso di tutti.
Un grande impegno, per un territorio che non aveva servizi, non aveva opportunità...
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Certo: 250.000 abitanti e soltanto un teatro, adesso molto commerciale, che propone farse e testi classici; altre due o tre case di cultura, e due o tre piccoli cinema, e grande frustrazione per il cambiamento economico. Io sono nato lì, e ho trovato una donna che mi ha detto: "È arrivato il momento che tu ci ridia indietro quello che noi abbiamo dato a te". Il nostro non è un progetto intellettuale o politico, ma è un'idea anche personale, emozionale, molto aperta alla società intorno. Gli obiettivi erano tre: trovare un luogo comune, renderlo cool, di moda, un punto di riferimento. Pensavamo di metterci qualche anno e invece ci sono voluti solo pochi mesi. Anche la nostra prima produzione ha vinto molti premi. Questa struttura è un esempio di come si possano davvero sviluppare le idee.
- Com'è articolato questo grande spazio di 4.500 mq?
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Ci sono due piani. Il primo piano ha una navata maggiore, una sala per 400/500 persone, e due laterali più piccole con 4 sale di spettacolo, tutte occupate durante il festival. C'è da poco anche una sala dedicata al cinema con una capienza di 100 persone, piccola ma interessante. Ci sono uffici e una sala prove, servizi e una caffetteria aperta di recente. Al secondo piano ci sono degli studi, a disposizione degli artisti indipendenti. C'è anche un giardino che è ancora da allestire. È un posto industriale trasformato in un'istituzione culturale e questo si deve sentire: interveniamo solo per riparare. Il pavimento della fabbrica è di legno. La nostra équipe è di sole 12 persone, anche se dovremmo essere almeno in 20. Quelli che lavorano di più sono i tecnici: non siamo ancora attrezzati per fare spettacolo in contemporanea in tutte le sale, così loro devono smontare e rimontare le luci e le attrezzature a seconda della programmazione.
Normalmente a quanto ammontano i fondi pubblici su cui potete contare per svolgere le vostre attività?
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Quasi tutti sono pubblici. Il budget fisso che riceviamo dalla Città di Cracovia è di circa 300.000 euro. Altri 300.000 vengono da sponsor e dal Ministero. Senza soldi non si può lavorare, ma è anche vero che con troppi soldi si rischia di essere ingessati. Un esempio è il teatro di Kampnagel ad Amburgo: è di 11.000 mq , una macchina incredibile, ma senza spirito. La nostra struttura funziona perché siamo riusciti ad appassionare molta gente. L'investimento è anche personale, privato, non solo istituzionalizzato.
- Vedendo Caos e il quartiere in cui lavoriamo hai trovato delle analogie rispetto al vostro lavoro e a Nova Huta?
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Non ho passeggiato per il vostro quartiere, ma il vostro spettacolo (Il tavolo della concert/o/azione) che ho visto, è simile al lavoro che portiamo avanti. Se siamo in crisi di partecipazione culturale è perché le élite usano una lingua che non tutti capiscono. Vorrei rompere il vetro tra comunicatori e spettatori, dare un'occasione di identificazione nel tema che di volta in volta tocchiamo. Questo è molto importante ovunque. Trovo interessante che la vostra struttura nasca sotto una chiesa. È una cosa simbolica. L'arte contemporanea ha perso la fiducia delle persone, per le sue provocazioni, perché è molto concettuale, e si è dimenticata la gioia della relazione, dello stare insieme, soprattutto nel teatro. Non si tratta solo di fare, ma di un modo di vivere, di portare avanti un'idea di teatro, di esserne il testimone. Mi hanno domandato una volta se il diventare direttore mi avesse fatto perdere i miei talenti artistici: è difficile fare contemporaneamente queste cose, ma gli ho risposto che la cosa più importante è costruire un luogo. Esso rimane di più nella memoria dello spettatore, e più stabile di uno spettacolo.
- Mi hanno mosso la stessa obiezione. Qualche giorno fa abbiamo organizzato un cenacolo cui hanno partecipato operatori e amministratori della città, e uno dei più anziani mi ha chiesto se, avendo anche il teatro, non fosse per noi diventato difficile portare avanti il lavoro della compagnia. Gli ho risposto che poiché l'incontro e il confronto stavano avvenendo nel teatro, e poiché avremmo mangiato insieme in una delle sue sale, stavamo in realtà facendo teatro. Mi sembra che questo venga fuori anche dalle tue parole: non sono importanti solo il quadro, il dipinto, ma anche la cornice, il muro su cui attacchi il dipinto, il contesto in cui si realizza un'opera...
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Questa idea torna adesso molto molto forte perché in Germania e in Polonia diciamo che il teatro non può esistere come un luogo di sola produzione artistica, ma è anche un luogo di fermentazione, è occasione socializzante. Se si parla di crisi del teatro è perché troppi teatri sono solo come una grande fabbrica di produzione artistica. Si deve cambiare il sistema: sarebbero meglio 10 o 20 piccoli teatri, piuttosto che due grandissimi. Uno grande basta. È più importante rivivificare il territorio. Non si deve dimenticare che un luogo resta nella memoria della gente più di due o tre spettacoli. Il nostro mondo inoltre non si può difendere senza apporto di media. Il nostro progetto è diventato un'idea molto popolare perché ne hanno scritto e parlato molto, la stampa e la televisione. Questo è importante per i politici. Quando il progetto è troppo modesto c'è un problema. Rivitalizzare Nowa Huta ha voluto dire non solo lavorare con la gente, ma anche utilizzare i media per parlare di questa idea, renderla famosa. Se hai cento spettatori non è molto, ma se intorno al progetto si parla, di fatto hai mille spettatori.
- È importantissima anche questa convergenza di interessi tra operatori e amministratori in vista di un obiettivo culturale comune. Non è solo una questione di budget...
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È un discorso che capisco molto bene, quando si tratta di cose che restano.
29/03/2007, Gabriele Boccacini, Torino
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