Piemonte dal Vivo incontra David Larible, il più grande clown del mondo
L'appuntamento è per il giorno dello spettacolo. Durante la pausa pranzo David interrompe le prove per raccontare e raccontarsi. Ha occhi di un blu profondo, mani forti e accoglienti, e colori tradiscono la sua origine italiana. Lasciata la sua équipe nell'arena circolare che accoglierà la prima mondiale di Clown di una Notte di Mezza Estate, ci ritagliamo un angolo fresco per l'intervista, approfittando di questo microcosmo verde che il parco Le Serre - dove si svolge il festival Sul Filo del Circo - preserva dal mondo intorno. Gli chiedo di lui, dell'essere clown, della maschera e dell'uomo, e in cambio ne ottengo un piccolo manuale di vita, che sta lì a ricordare ad ognuno di noi l'importanza di sentirsi vivi e di continuare a crescere, sapendo trarre insegnamento da ogni esperienza.
- Sei una stella del più grande circo del mondo (del grandioso circo americano Ringling Bros. And Burnus & Bailey); nel 1999 hai ricevuto il Clown d'Oro al Festival di Montecarlo - una sorta di Oscar; Woody Allen ti ha preteso per un suo Gala e Jerry Lewis ha voluto esibirsi con te in uno sketch televisivo. Ma sei ancora giovane per essere un clown: cosa vuoi fare da grande?
Ma, non lo so ancora. Probabilmente il clown, ma in maniera diversa. Il clown è una persona che vive alla giornata, non fa progetti. Il clown ha tanti sogni, quello sì, ma non progetti: sono due cose diverse. Il progetto è legato alla quotidianità, è più banale, mi piace meno. Io sogno sempre, cerco di vivere giornata dopo giornata, esperienza dopo esperienza. A volte ci si riesce a volte no, però l'importante è provarci. Da grande comunque farò il clown, speriamo. Dico sempre che continuerò a fare questo mestiere fino a quando mi divertirò. Non è un mestiere che puoi fare perché ti pagano. E' impossibile. E' una cosa in cui devi credere. Devi amarla, devi divertirti. Io sono qui, a poche ore dallo spettacolo, e già non vedo l'ora che arrivi il momento. E' bello, ed è quello che mi fa sentire vivo. Il giorno in cui non avrò più questo nervosismo, questo desiderio che arrivi l'ora fatidica, David il clown non avrà più motivo di esistere.
- Sei cresciuto sulla pista, esibendoti nei più famosi circhi italiani ed europei, ma occasionalmente hai lavorato in strada, e il tuo one-man-show Scusi vuol partecipare? ti ha fatto approdare al palcoscenico. Per non dimenticare che in Sud America sei stato protagonista di una soap opera e che sei apparso nel film Ocean Eleven. Come cambia il lavoro del clown in 'piazze' così diverse fra loro?
-
Uno dei requisiti più importanti di un clown è l'umiltà. L'umiltà di sapere che ti devi adattare. Il clown deve essere camaleontico, deve guardare cosa c'è intorno e cercare di appartenere a quel luogo. Questa è una delle cose più difficili, e forse anche una delle mie doti principali: mi sono esibito al Madison Square Garden davanti a 18.000 persone e in situazioni più piccole, ma ho sempre cercato di imparare, di adattarmi.
- Quindi un clown muore ogni sera...
-
Il clown muore ogni sera e rinasce ogni sera, ma non è triste: è la storia. Quando te ne vai dal camerino il clown è lì. Riposa e ti aspetta.
- Quando i giornalisti ti definiscono il migliore clown del mondo, so che ti difendi citando Charlie Rivel: "Non importa che io sia il migliore o il peggiore. Conta che io sappia che verrà qualcuno dopo di me".
-
Come abbiamo detto prima è bello che ti definiscano così, che Woody Allen ti chiami etc, ma è importante che queste cose non ti appaghino. Sono momenti che dopo ti devi dimenticare, perché ti devi rimettere in discussione.
- Aveva ragione Boll quando diceva un clown fa collezione di attimi...
-
Assolutamente. Anche Henry Miller aveva ragione quando scrisse che il clown è il poeta in azione.
- Il clown non recita, è. Ma per 'essere' deve avere alle spalle scuola ed esperienza. Tu sei trapezista, pattinatore, giocoliere, acrobata a cavallo, sai suonare cinque strumenti, ma soprattutto, sai sentire il pubblico in sala, capire le sue differenze, qual è la direzione giusta da prendere ogni volta. Si può insegnare/imparare tutto?
-
E' la linfa vitale. E' importante sapere che c'è qualcuno dopo di te. Affrontare il circo e fare una scuola lo possono fare tutti. Dipende poi da cosa vuoi farne di ciò che hai imparato: se vuoi costruirci sopra una carriera, devi avere delle doti, del talento naturale.
- E seguire questa vocazione ti ha fatto rinunciare a qualcosa?
-
E' soggettivo. Devi mettere sempre sulla bilancia quello che una cosa ti dà e quello che perdi. Se sei soddisfatto non ti soffermi nemmeno a guardare cosa hai lasciato.
Picasso - grande appassionato di circo, amico del famosissimo Grock - ha dipinto saltimbanchi, acrobati e clown lontani dalla luce della ribalta, nel momento in cui, caduta la maschera, ad affiorare erano malinconia, e solitudine. Questo languore del circo lontano dal pubblico è solo un luogo comune?
-
E' vero, è vero. L'ho rimarcato molto sui clown che si sono ritirati. Lo capisco: ti mancano il pubblico, lo spettacolo, quel suono divino e straordinario che è la risata di un bambino. Naturalmente c'è un vuoto, ma io credo succeda a tutti coloro che smettono di fare qualcosa che amano. Credo che sia così anche per un calciatore che non ha più la partita la domenica. Ti manca perché è qualcosa che ami e che hai fatto tutta la tua vita. Invece la leggenda del clown allegro in scena e triste nella vita è davvero un luogo comune, che probabilmente viene dalla letteratura, dall'opera: è romantico. C'è anche una bellissima poesia messicana che si intitola Garrik. Non la ricordo a memoria, ma posso raccontarne il senso: un uomo va dal dottore chiedendogli aiuto perchè ha perso interesse per tutto, ogni gioia di vivere. Il medico le prova tutte, gli consiglia viaggi, letture, ma nulla funziona. Alla fine gli dice di andare a vedere uno spettacolo del clown Garrik, la domenica, al circo. L'uomo risponde: "Dottore, mi deve cambiare la ricetta, Garrik sono io".
- Una domanda che è quasi d'obbligo, vista la prossimità con la città di Torino: so che sei juventino...
-
Sono juventino di cuore, nel midollo. Ho sofferto tantissimo quest'anno in serie B; siamo ritornati in A: sono contento. Sono venuto un paio di volte quest'anno al Delle Alpi, perché ho un figlio di nove anni che è ancora più fanatico di me, purtroppo interista. Nessuno è perfetto. Il calcio è una mia passione. Quando andavo a scuola giocavo nelle giovanili del Verona, e addirittura, nel 1990, ho firmato un contratto in America su cui c'era scritto che in ogni camerino dovevo trovare la televisione per poter vedere i mondiali. Senza questa clausola non avrei firmato. Forse dopo la clownerie il calcio è la mia passione più grande.
29/06/2007, Paola Bologna, Grugliasco