Piemonte dal Vivo incontra Barbara Uccelli
C.R. e la via delle installazioni performative
Incontro Barbara alla Fiera Internazionale del Libro di Torino dopo aver visto il suo C.R. allo stand della Città di Torino. Aspetto che svesta gli abiti di scena, che l'installazione di Daniele Catalli si smascheri, che dismetta i suoi simbolismi e la sua realtà virtuale, per tornare ad essere quello che era. Vestiti, vasi, tappeto, cassa, scarpe, collana. Qualcosa viene caricato in macchina, la cassa verranno a prenderla domani.
Barbara si siede vicino a me, pronta a raccontarsi, ma prima mi incalza, vuole sapere cosa ne penso di C.R.
Il pubblico, mi spiega, riconosce nell'installazione alcuni elementi iconografici, alcuni simboli - come la svestizione o il bosco labirintico - ma poi ognuno a seconda del proprio background, della propria cultura ne estrapola un contenuto. Non c'è narrazione: se io decodificassi tutto non ci sarebbe più niente da scoprire né da dire. Se il pubblico non fosse colpito da niente, se ne andrebbe via senza avere niente in mano. Gli elementi che sono presenti in scena sono molto forti, ma sono per scelta soggetti ad un'interpretazione personale.
- In tutti i tuoi lavori c'è sempre uno stretto e imprescindibile legame tra l'installazione e la performance...
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Le mie installazioni sono sempre d'impatto, ma anche piuttosto criptiche. Per questo il pubblico entra e si trova davanti ad un momento di non-azione, ad una sorta di fotografia iniziale che gli dà modo di registrare l'esistente e di decodificarlo a seconda del proprio background. L'installazione iniziale, durante la performance, viene poi modificata dall'azione intercorsa, fino a fissarsi in una stasi conclusiva che porta con sé significati e simbolismi nuovi.
Chi non conosce la specificità del tuo percorso artistico, può aspettarsi di assistere ad uno spettacolo di danza e invece...
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Se lo spettatore viene a vedere una mia installazione performativa pensando di assistere ad uno spettacolo di danza, rimane imbrigliato a priori in un concetto diverso e non si lascia catturare da ciò che vede e sente. I miei non sono spettacoli di danza. Nella danza, classica o moderna che sia, devi creare delle forme: non devono per forza essere belle, possono anche portare il corpo all'estremo, fino al deforme, ma sono sempre un modo di disegnare lo spazio. Nella situazione performativa l'approccio è differente: lo spettatore non guarda la forma, il virtuosismo, il passo fatto, ma l'aria che si muove. Per fare un esempio: in Out of Blu ad un certo punto ero in una cassa a testa in giù, ad essere visibili erano solo i piedi rivestiti di carta stagnola. Il virtuosismo c'era, perchè alla base di quella forma c'era un grande allenamento, ma il pubblico era rapito dal fatto che i piedi a poco a poco si spellavano.
- Hai ricordato Out of Blue, che ti vide protagonista lo scorso anno al Teatro Regio. So che sei stata in anche una delle protagoniste di Epi-demia2, il festival multitematico che ha invaso, o meglio, infestato, Palazzo Nuovo - Università di Torino con interventi artistici disparati ed eterogenei. Sono esperienze molto differenti...
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Sono sempre molto rispettosa dello spazio che accoglie una mia installazione performativa. Per fortuna ho una rosa piuttosto ampia di lavori tra cui scegliere. In occasione di Epi-demia2 ho cominciato a lavorare proprio su Cappuccetto Rosso. Avere gli universitari come interlocutori è stato uno stimolo forte, perchè sono un pubblico esigente, difficile da conquistare. C.R. è stato preparato durante un mio workshop di 10 ore: otto studentesse sono diventate otto Cappuccetti un po' atipici che, seguendo canovacci scritti da me, hanno creato dei personaggi meno tradizionali - una era un serial killer, un'altra era molto arrabbiata con Freud per averla fatta sembrare una prostituta etc. - che, con incursioni nei bagni, nelle aule e nei corridoi, hanno saputo conquistare a sè gli studenti di Palazzo Nuovo. Un'installazione di tulle di 5 metri per 4 allestita con della carta assorbente assorbiva intanto le gocce di colore che stillavano dall'alto, ridefinendo lo spazio di rosso.
- Nella vetrina di un negozio invece?
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In vetrina sei molto protetto. Sei tu che vai ad invadere lo spazio della gente, che prepotentemente richiedi attenzione. Cerco sempre di più di evitare lo spazio teatrale tradizionale perché in esso l'installazione smette di esistere in quanto tale e viene percepita come scenografia. Dopo ogni performance vorrei che l'installazione rimanesse, ma questo non è quasi mai possibile.
- Facendo un passo indietro e tornando a parlare di C.R. cosa è sopravvissuto, nell'installazione performativa che abbiamo visto oggi, del lavoro fatto con le studentesse di Palazzo Nuovo?
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Lì è nata l'idea che Cappuccetto Rosso è una storia di scelte. Non esiste una sequenza corretta, esistono solo scelte. E il risultato finale è che Cappuccetto Rosso è sopravvissuto.
Vuoi usarci come megafono per fare un appello, per condividere un pensiero che ti preme?
Voglio dire due cose che riguardano il panorama artistico italiano
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Dobbiamo smetterla di fare festival settoriali, dedicati cioè ad una determinata disciplina. Non ha senso. Siamo fuori dalla concezione europea, siamo vecchi. Si ha sempre paura di non mettere in cartellone un nome straniero o famoso che attiri pubblico, mentre ci vorrebbe un po' più di coraggio nella programmazione festivaliera e non. Bisognerebbe proteggere e sostenere la qualità, non solo per permettere all'artista di proseguire nel suo lavoro, ma soprattutto per permettere alla gente di sviluppare un proprio senso critico, per permettere al pubblico di capire.
La seconda cosa è che i critici dovrebbero tornare a fare i critici. La realtà è che non si prendono più delle responsabilità, ma questo è un problema, soprattutto per l'artista che, se è intelligente, si affida molto ad uno sguardo esperto esterno.
Mentre ci salutiamo mi presenta suo marito, che per vederla si è precipitato fin qui da Bologna. Non è mai facile conciliare una passione dirompente, un proprio progetto artistico, con la realtà quotidiana, con i ritmi familiari, con la consapevolezza che dopo l'illuminazione c'è sempre il bucato. La determinazione di Barbara è però grande: sappiamo che sentiremo ancora parlare di lei, anche se il suo trasferimento a Bologna è ormai imminente.
Di Paola Bologna, 5 maggio 2006
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