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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




Piemonte dal Vivo incontra César Brie

Uno dei punti di riferimento del teatro europeo e sudamericano

Cèsar Brie

Forse è impossibile non amare coloro che, spinti da una profonda onestà verso se stessi e da una imprescindibile vocazione, vivono preservando e coltivando i loro entusiasmi. Vediamo in loro quello che in noi è in nuce, percepiamo l'intensità dei loro desideri - che altro non sono se non lontananze da una stella - e la forza che hanno tratto dalla rinuncia ad ogni altro bisogno. César Brie è certamente una di queste persone.

L'incontro con lui previsto a Palazzo Nuovo dagli organizzatori del Master in Teatro Sociale e di Comunità si è appena concluso e nel guardarmi intorno riconosco una condivisa sospensione dell'aria: in ognuno di noi un seme è stato di certo gettato. Cerco un posto tranquillo e appartato dove poterlo intervistare e alcuni ragazzi del CSOA Gabrio mi dicono che l'aula del collettivo studenti è libera. Decidiamo per un'intervista incrociata, e l'alchimia sembra perfetta: teatro, politica, impegno sociale sono del resto i punti cardinali della sua geografia.

E' la vostra biografia personale e collettiva, legata alla tormentata storia della Bolivia e dell'Argentina, a darvi una consistenza poetica e artistica differente? E' facile, trattando tematiche sociali, cadere nelle trappole del pietismo, o del vuoto comizio...
No. Credo che si possa raccontare qualcosa anche se non la si è vissuta. La sensibilità degli artisti segue molti canali, alcuni sono biografici, mentali, o riguardano studi fatti o sono legati ad una sensibilità personale verso qualcosa. In realtà ogni spettacolo non ha senso solo per quello che racconta, ciò che è importante è il come. Per raccontare una storia e basta, bisognerebbe ricorrere a mezzi massivi. Su Otra vez Marcelo abbiamo realizzato un dvd che doveva andare in onda sul canale governativo il giorno prima delle elezioni, ma mezz'ora prima ordini dal Palazzo del Governo lo hanno bloccato: finchè è teatro, lo sopportano. Quando è TV no, perché raggiunge molta più gente. Il senso è cercare di fare poesia, non limitarsi alla denuncia, al bisogno, ma andare oltre. Noi viviamo perché abbiamo bisogno di questa poiesis, di questa creazione, di questo interrogarci attraverso il bello per capire di più chi siamo, dove andiamo. Io non cerco di denunciare, ma di creare un'opera d'arte. Un'opera d'arte non informa soltanto, ma deve sconvolgere i sentimenti, toccare l'io delle persone.
In una tua intervista hai dichiarato che non essere attenti al sociale è essere complici di qualcosa e il tuo lavoro coniuga strettamente lavoro artistico e denuncia sociale. Partendo da questa considerazione, secondo te cosa dovrebbe fare un regista europeo, cosa non può permettersi di non affrontare, e come può evitare la retorica?
Cosa dovrebbe fare il regista europeo, dovrebbe essere chiesto al regista europeo. Io non lo sono. Non bisogna essere ciechi di fronte al mondo in cui si vive, e ci sono differenti modi di farlo. Ci sono artisti che hanno una coscienza politica e lo sanno, ci sono artisti che hanno una coscienza politica e non lo sanno. L'importante però è che ce l'abbiano. Ci sono anche artisti estranei a questo tipo di sensibilità. A me non interessano, ma forse sono necessari: certe ricerche formali le hanno portate avanti loro, per cui... Nell'arte tutte le stelle brillano, tutte dicono qualcosa, ma alcune ci guidano. Io sono un po' contro questo manicheismo per cui il teatro deve essere fatto in un certo modo: io mi alimento anche di ricerche apparentemente sterili. Bisogna stare molto attenti: il mondo dell'arte tende a dividere le persone in categorie. Se sei o no d'avanguardia, piuttosto che impegnato, ma ci sono artisti che pur non esponendo una tesi sono immensamente politici. Kantor ad esempio...
Teatro povero, centrato sull'attore: è una scelta determinata anche dalle difficoltà oggettive in cui versa il teatro in paesi come la Bolivia e l'Argentina?
Per noi L'Iliade era una megaproduzione, è lo spettacolo più ricco che abbiamo fatto, eppure eravamo nove attori, un tecnico e un amministratore: la quarta parte di una qualsiasi compagnia del Teatro Stabile. Noi dobbiamo rimanere piccoli e poveri perché solo così possiamo rimanere liberi di fare e di dire ciò che vogliamo. La povertà non è un problema a teatro, è necessaria. Il teatro è essenzialmente un incontro tra attori e spettatori, per cui devi sviluppare le capacità dell'attore, le sue potenzialità vocali e fisiche, lo devi fare per supplire la mancanza di risorse economiche con l'immaginazione. Deve essere un vantaggio questa povertà, non una costrizione. Tutti i miei attori cantano, ballano, suonano, sono dei tecnici. Se vuoi ragionare economicamente pagando uno stipendio hai più prestazioni, ma la nostra idea è diversa. E' quella di un gruppo, un insieme di persone che vanno per una parte della loro vita verso qualcosa che è più grande dei singoli.
Anche economicamente siete organizzati come comunità?
Noi non siamo una comunità. Noi abbiamo una specie di convivenza. Il teatro stesso ti porta. Noi rispettiamo molto l'intimità delle persone, ormai abbiamo dei nuclei familiari che vivono separatamente. Non siamo una comunità, però abbiamo uno spirito comunitario nel lavoro, e condividiamo molte cose. Questa scelta ha vantaggi e difetti: ti vedi troppo, a volte un piccolo problema sorto in una stanza privata può rovinarti una giornata di lavoro, e questo non è giusto, per cui cerchiamo di darci delle regole. C'è sempre gente che ci visita, giovani che vengono da tutto il mondo, con cui confrontarti. Siamo curiosi: ogni persona che arriva la metto in sala e le dico: "Mostrami cosa fai". Spesso vengono per imparare, ma siamo noi che impariamo qualcosa. A me sembra un modo molto bello, di vivere, semplice, divertente, anche se io non sono uno molto comunicativo: preferisco prendermi pane e formaggio e mettermi a leggere un libro che mangiare in gruppo parlando di nulla.
Il ruolo del tuo pubblico: quali sentimenti vorresti che si portasse a casa dopo aver visto un tuo spettacolo?
Ogni artista di teatro vuole che il suo pubblico venga toccato, cambiato, inquietato dal suo spettacolo, ma anche divertito. Le donne si conquistano facendole ridere, non piangere. Vorrei che gli spettatori ritornassero a vedere altri lavori. Questo ci succede in Bolivia: all'inizio ho fatto due commedie, perché si trattava di dover costruire un pubblico dalla base. Dovevo farli ridere per conquistarli. Solo successivamente li ho schiantati diverse volte con cose più complesse, anche se io considero il grottesco la cifra del mio lavoro. Il grottesco è questa giusta posizione del comico e del tragico senza soluzione di continuità dove il pubblico passa da una forte emozione ad una risata. Questo è un linguaggio che cerco di sviluppare. Per me il pubblico è fondamentale, non perché voglio piacere, ma perché io faccio teatro per qualcuno. Qui avete una malattia. Siete ricchi, avete soldi...
Siamo privilegiati nelle risorse, ma il resto devi andartelo a cercare...
Qui gli artisti non hanno mai tempo. Devi concludere gli spettacoli in due mesi, tre mesi. Gli Stabili montano in 5 settimane. Come puoi approfondire in così poco tempo? Resti nella superficie. Tutta questa ricchezza materiale si scontra poi con la miseria del tempo. Noi la ricchezza materiale non l'abbiamo, ma a Marcelo ho lavorato otto mesi. La prima dovevamo farla ad ottobre, poi ho capito che era pronto ad agosto, due mesi prima. Il tempo è fondamentale, perché fai decantare le cose...
In Italia quando ti chiedono che lavoro fai e rispondi 'Teatro' ti ripetono la domanda: 'Sì, ma di lavoro, cosa fai?' E' una cosa che riconosci?
Succede la stessa cosa, in Bolivia noi siamo il primo gruppo professionistico. Siamo professionisti perché viviamo il nostro lavoro e perché professiamo una motivazione. Là non ci sono soldi per la cultura.
Come hai cominciato a fare teatro? E' lui che ha trovato te o sei tu che hai trovato lui?
I miei genitori facevano teatro amatoriale, impegnato. I miei fratelli andavano in scena e io no, ero timido, ma io ora sono l'unico a fare teatro. Ho scelto a 17 anni di percorrere questa strada, forse anche perché non ero capace, mi è servito da stimolo. Ho fatto tanto brutto teatro, il primo spettacolo bello per me l'ho fatto 7 anni dopo. Lì sono riuscito a dare la verità di me, e da allora la sincerità è alla base del mio lavoro. Intendo essere sinceri come artista, come attore rispetto al mondo che c'è. Non voglio piacere agli altri, ma togliermi di dosso le cose che mi urge dire di fronte ad un testimone che deve essere scosso, coinvolto e distrutto quanto me di fronte a questa esperienza.
L'esperienza che hai avuto a Milano lavorando all'interno dei Centri Sociali e formando il collettivo teatrale Tupakamaru, com'è rivista a molti anni di distanza?
E' stato determinante per me. L'isola era il primo centro sociale di Milano e io ero diventato un po' il capo della parte culturale del centro. Mi ha formato umanamente, politicamente e penso anche artisticamente. Io ero nella merda: non avevo lavoro, ero in esilio, avevo vent'anni. Facevo la fame, sono anche stato ospedalizzato due volte per l'anemia. Non era facile, però non me ne fregava niente, perché lì creavo, indagavo. Ovviamente pagavo da me la mia mancanza di saggezza, perché facevo spettacoli brutti e non veniva un cane a vedermi. Lo vendevo alle biblioteche dell'hinterland che sono le uniche che hanno qualche soldino per dei disperati come eravamo, non sapevo far niente ma insegnavo moltissimo, cosa che è molto comune. Però tutto ciò mi ha formato: eticamente, socialmente e penso che mi abbia formato anche artisticamente. Poi sono andato a cercare le cose che non conoscevo là dove potevo imparare. E poi è stato un po' tornare e trovare i mezzi per partire di nuovo: quando sono potuto tornare in America Latina, sono andato a scegliermi il paese in cui mi sembrava più disperato tutto, quindi dovevo dare le risposte più giuste, più vere e autentiche, altrimenti non sarei sopravvissuto. La Bolivia è debitrice dell'esperienza nei centri sociali. Erano anni durissimi, ma così belli... a me Milano mi sembrava una festa, avevo tutta la fame spirituale, oltre che fisica.
Ci vuoi usare come megafono per dire qualcosa?
No, c'è già il teatro, ma se questa intervista va anche a dei giovani voglio dire soltanto una cosa: non rinunciate mai a sognare e a realizzare i sogni. Il resto sono cavolate.
Non sono i bisogni, sono i sogni.
Negli ultimi anni il Movimento dei Movimenti si è interrogato sull'agire comunicativo e molto si è parlato anche della maschera del teatro come strumento efficace. Hai colto qualche trasformazione nel modo di fare politica dei movimenti autonomi e auto-organizzati che sia in qualche modo debitrice al teatro?
Non aderisco a questi grandi meeting anche per problemi economici; sono parte di questo movimento, di questa resistenza lavorando nel mio piccolo. Per fortuna non c'è più il marchio ideologico che c'era ai nostri tempi., non ci sono più questi dogmatismi che cercavano di vedere il mondo solo da un lato. Non ci sono più questi vescovi rossi (leggi marxisti) che si appropriano delle nostre idee: questo per me è molto importante. Io credo molto di più nei movimenti che non nei partiti.
Avete un nuovo presidente in Bolivia, Evo Morales, da noi visto come un innovatore. Come si vive questo cambio di governo?
Io ho lottato perchè Evo fosse eletto, ho fatto campagna contro i suoi nemici. Avevano un manifesto con su scritto PODEMUS (possiamo) che affiggevano ovunque, avendo i soldi per pagare. Io andavo di note con la vernice bianca e facevo due trattini trasformando la scritta in ROBEMUS (rubiamo). La loro propaganda gli si è ritorta contro. Evo sbaglia a dare troppa corda a Chavez. E' la democrazia che vuole lui, le idee sue e di un movimento sociale immenso che vuole: la reversione dei latifondi in terre da distribuire agli indigeni, la nazionalizzazione degli idrocarburi per l'industrializzazione del paese, una costituzione che includa le etnie nella concezione dello stato e che possa riscrivere la parte liberale della Bolivia. Sino ad ora in quattro mesi ha fatto più di vent'anni di democrazia. La scommessa è quella di rispettare dei diritti fondamentali: d'opinione, di aggregazione politica, allo spostamento, alla salute, al lavoro, alla casa, all'alimentazione.

7/6/2006 Paola Bologna e i ragazzi del CSOA Gabrio




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