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La Candoco Dance Company in carcere

alle Vallette per il progetto formativo C.S. Creative Survival

La Candoco Dance Company in carcere

Sei nel cerchio, a volte fuori, poco importa. Quello che percepisci è la presenza degli altri, intorno, condensata in un respiro trattenuto, nell'intenzione di un movimento. Il silenzio è sospeso nell'attesa che tutto inizi. Ecco, è ora: cerchi negli altri un piccolo gesto, lo fai tuo, lo amplifichi o ne cambi il ritmo, lo ingrandisci, lo trasformi in altro se ti sa attraversare. La danza accade, e il resto intorno sparisce. Non ricordi nemmeno chi sei e cosa fai, sei lo stesso corpo degli altri, sotto quella pelle che pizzica sudata, in quella stanza che solo alla fine, ricordi, ha ancora le sbarre: sei in una palestra della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, quella che a Torino tutti chiamano il carcere delle Vallette. A doverlo raccontare visto da fuori, nel workshop (26 - 30 settembre) lavorano insieme due ballerini della compagnia inglese di successo internazionale Candoco Dance Company - che affianca danzatori diversamente abili a danzatori cosiddetti abili - e cinque detenute residenti nella struttura a custodia attenuata SCA Arcobaleno, con l'appoggio della compagnia teatrale La Girandola. A doverla raccontare da fuori.

Nel cerchio però ci sono Paola, Bettina, Massimiliano, Manuela, Elisa, Fabrizio, Pedro e tutti gli altri. La comunicazione si fa via via più emotiva e quindi più scoperta e profonda, e dal laboratorio condiviso nasce uno spettacolo, scaturisce una danza che si nutre di questo stare insieme, al di là di qualsivoglia confine.

Pausa sigaretta (qui cosa preziosa). Ci danno il permesso di uscire e di sederci sull'erba.
Cominciamo l'intervista.

Guarda dei momenti del laboratorio (file .wmv - isdn - 630 Kb)

Guarda il video dell'intervista (file .wmv - adsl - 3,9 Mb)

La Candoco Dance Company in carcere

Mi siedo anch'io. Li guardo e chiedo loro se - visto il tema di questa edizione del Malafestival - qualche contagio c'è stato. Se sono riusciti ad attraversare qualche confine. Dopo un momento di silenzio una delle ragazze residenti si fa coraggio e parla per prima: Il confine che io ho attraversato, essendo residente qui, è il contatto con l'esterno. Con altre realtà, soprattutto: stranieri venuti qui apposta, persone che sono diverse da noi, ragazze che si sono spostate per venire qui, per fare questo spettacolo. Per me è stato bello, perché è stato un insieme di emozioni, di avventure, di vissuti diversi. Tante cose insieme: ho attraversato questo confine di chiusura che c'è qui.

Anche gli attori della Girandola sentono che è avvenuto un contatto. Daniela dice che sono persone tutte uguali, che tra loro non c'è diversità. Che sono un unico gruppo. Manuela parla di questo stare insieme per portare avanti qualcosa: è questa la dimensione più autentica dell'incontro, e Pedro, della Candoco Dance Company, pur non parlando bene italiano, dà una lezione a tutti. Quello che è avvenuto non è stato solo un contatto, ma un contratto. Un contratto di rispetto, di aiuto...

I ragazzi della Girandola sono molto coinvolti e appassionati. Max racconta che sta riuscendo a fare questo lavoro con Pedro e Bettina, con le ragazze dell'Arcobaleno e insieme ai ragazzi che già lo conoscono, e che si trova bene. Poi, quando stiamo per cambiare domanda, Elisa prende la parola, andando all'essenziale delle cose: "Io voglio dire solo una cosa. Diciamo solo che è una buona lezione di vita, essere qua a contatto con queste persone che sono fantastiche. Vedere una realtà diversa, dentro il carcere, vedere come vivono loro, come possono vivere qua dentro... Una bella cosa, venire da esterna, dare il nostro aiuto. Io penso che tutti sbagliamo nella vita. La cosa più bella è vedere i nostri errori e cercare di cambiare per poi un giorno... Ed è proprio questo che loro fanno. Penso di essermi spiegata bene, spero." Per chi nutrisse dei dubbi basta guardarsi intorno. Tutti applaudono, qualcuno piange, io non so cosa dire. Mi sembra che qualsiasi domanda da qui in poi sia superflua. Mimma ne conviene: "Credo che le risposte le abbiano date tutte loro"

La Candoco Dance Company in carcere

Dopo un attimo proseguiamo. Bettina della Candoco Dance Company ci racconta che la loro è una compagnia di danza integrata. "Andiamo spesso fuori, lavoriamo con gruppi molto diversi, dai bambini molto piccoli, alle compagnie di professionisti. E' la prima volta che lavoriamo in carcere, ed è stata un'esperienza molto bella, nuova, e in soli quattro giorni abbiamo imparato molto. Pedro prosegue: Le cinque donne con cui stiamo lavorando ci hanno dato il benvenuto qui, davvero. Ed è molto più di quello che ci viene dato in altri posti, a volte anche nelle scuole è difficile riceverlo... Voi potreste chiedermi: 'Ma perché sto facendo questo?' E invece voi non domandate, fate, indipendentemente dal perché. Noi non avevamo nessuna ragione per venire qui, ma lentamente questa ragione è cresciuta, è questa danza. E' attraverso questa danza che ci siamo conosciuti in un altro modo. Nessuno sa niente delle difficoltà, del passato dell'altro. Va bene così. E' la danza che unisce. Non importa il nostro passato, chi siamo, ma il fatto che siamo insieme.

Una delle ragazze residenti lo interrompe. Gli dice che in quelle quattro ore e mezza insieme, lei si dimentica chi è stata. Le sue compagne annuiscono. Pedro la ringrazia per quello che dice, ma lei non molla: "Grazie a voi. Voi ci state dando questa possibilità di staccare, anche perché quando finisce io sono di nuovo chiusa qui". Lui non perde l'occasione per dirle che forse può portare qualcosa di questo con sè nella sua vita, per vedere il mondo anche da un altro punto di vista. "Noi facciamo questo non perché ci è stato imposto, perché dobbiamo, ma per noi stessi". Forse ha ragione lui, è ora di danzare, ma io vorrei sapere cosa ne pensano dell'attuale apertura della danza verso estetiche e canoni meno tradizionali (mi vengono in mente Natural - performance di ACCCA/Sadler's Wells Company of Elders presentata alla Biennale di Venezia che vede in scena 16 danzatori tutti over 60 - o il fatto che siano nati dei festival, come quello di Como, aperti alle performance di abili e di disabili). Lui nicchia e specifica: Noi non facciamo con questo gruppo nulla di diverso rispetto a quello che facciamo con la nostra compagnia, o con altre compagnie di danza. Quello che stiamo facendo è perfetto per questo momento.

I can do it: posso farlo anch'io. Li lascio andare. Un'ultima domanda la riservo a Vanessa Vozzo del Malafestival, per sapere se hanno contatti anche con altre realtà internazionali che si occupano di Teatro e Carcere. Disponibile come sempre, lei mi racconta che a partire da quest'anno stanno creando un contatto e uno scambio con l'Edge Festival di Roma (CETEC). "L'Edge nasce in realtà a Cambridge (UK) come biennale delle Arti e del Teatro Sociale nel 2000. Durante la serata del 5 ottobre Donatella Massimilla (rappresentate della sezione romana del festival) racconterà come questa rete di Teatro Sociale abbinato al Teatro d'Innovazione di stampo internazionale e professionale si possa estendere includendo progetti come il nostro. Oltre alla presenza di Donatella al Festival e di una delle sue attrici all'interno della performance del 5 ottobre, si sta inoltre cercando di avviare un progetto video. Durante il laboratorio tenutosi presso l'Istituto Penitenziario per il progetto Creative Survival da noi curato, la nostra associazione ha infatti lavorato affinché si potessero realizzare riprese video professionali. L'editing di tali riprese verrà effettuato a Roma da un gruppo di studenti universitari e il risultato video verrà in seguito proposto all'interno dell'Edge Festival di Roma. Tale sinergia, pressoché immediata e spontanea, è secondo noi anche il segno di una volontà e di una tensione comune che sta coinvolgendo un sempre maggior numero di soggetti e realtà, nell'intento di abbattere i confini di ogni tipo... sociali, di genere artistico, territoriali... e così via".

Lasciamo anche lei, i ragazzi hanno bisogno del suo aiuto per comprendere le indicazioni di Pedro. Un abbraccio a Mimma, e poi la trafila delle porte che non si possono aprire se l'ultima non è già chiusa. Aspettando che mi restituiscano la carta d'identità incrocio gli Africa Unite al cancello: stanno entrando. Sentono che dico alla guardia che ero con quelli del Malafestival. "Malafestival...intrigante!"

29/09/2006, Paola Bologna (Piemonte dal vivo), Casa Circondariale Lorusso e Cutugno
Traduzioni di Vanessa Vozzo (Malafestival)




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