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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




Piemonte dal vivo incontra Matteo Bellizzi

Il giovane regista di Sorriso Amaro, direttore artistico di Piemonte Stories

Matteo Bellizzi e Edoardo Fracchia della Stefilm

Incontro Matteo alla Fiera Internazionale del Libro di Torino.
Mentre parlo con Mussaca, un senegalese che mi racconta che loro il cous cous lo fanno con il miglio, mi sento chiamare. Mi ha riconosciuto per la borsa verde militare, lui è già entrato.

Il suo sorriso è accogliente, so che sarà un'intervista piacevole, ma è il suo sguardo - più di tutto il resto - a raccontarlo. I suoi occhi hanno una svaporatezza e una purezza che raccontano di mondi segreti, sopravvissuti a questo. Determinato nel gesticolare, come se nella concretezza delle sue mani fosse racchiusa l'appassionata progettualità del suo percorso artistico, a poco ci racconta e si racconta.

Comincio l'intervista al Book Film Bridge sapendo di lui che ha 30 anni, che è stato il direttore artistico dei 12 documentari di Piemonte Stories, che nel 2000 con Filari di vite si è aggiudicato il secondo premio al Torino Film Festival; che il suo Sorriso Amaro - che 50'anni dopo il capolavoro di Giuseppe De Santis ha riportato le mondine nelle risaie - è stato selezionato per la CX Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia (sezione Nuovi Territori), per il Festival dei Popoli di Firenze e per partecipare alla prestigiosa rassegna Documentary Fortnight 2003 di New York. Che suoi sono anche gli extra dell'album resistente degli Yo Yo Mundi La Banda Tom e altre Storie Partigiane.
Lo saluto con la consapevolezza che di lui sentiremo ancora parlare, perchè rari sono gli spiriti capaci di essere ancora sensibili alle foglie.

Sei ormai un giovane videomaker di successo. La scelta di adottare lo sguardo 'in punta di piedi' del documentario e di raccontare storie non solo vere, ma anche ai margini - del ritmo frenetico della contemporaneità, della memoria storica, della visibilità mediatica - è stata fin dall'inizio una decisione consapevole, parte di un progetto artistico più ampio, o ti sei lasciato guidare di volta in volta dalla curiosità personale e dalle occasioni incontrate?
Non sono il tipo che fa progetti artistici ad ampio raggio, mi sono trovato ad amare un certo tipo di approccio e un linguaggio, sono riuscito a riconoscermi in ciò che stavo facendo, mi sono emozionato, poi ho scoperto che tutto questo si chiamava documentario e che non ero il solo a credere in certe cose. Il documentario è un medium che mi permette di avere una ragione per muovermi, per relazionarmi in maniera più profonda con ciò che mi circonda, è il paio di occhiali con cui mi muovo e mi fa vedere meglio.
Per fortuna non sei il solo a perseverare, a tenersi stretto il senso del proprio andare, la propria diversità: sebbene sia cosa rara e preziosa, questa, in un mondo in cui l'identificazione e l'omologazione sembrano avere maggior credito, in Piemonte Stories i protagonisti sono accomunati proprio da una imprescindibile progettualità personale...
Direi passione, che è poi l'unico motore vivo che muove il nostro fare. Ci siamo sentiti subito molto vicini alle realtà che stavamo raccontando, c'è stato quasi un riconoscimento reciproco che ha aperto subito le porte giuste. Quando parlavamo con Teobaldo Cappellano e ci confrontavamo sulle nostre idee scoprivamo molte affinità: anche lui si sente "diverso" perché i suoi principi sono in controtendenza. Lui produce Barolo, noi documentari...
C'è un tempo diverso da quello cittadino, in questi 12 cortometraggi. Romano Levi racconta il suo rimpianto per aver perso un unico tramonto (colpa del cinematografo!); alla Sacra di San Michele è un orizzonte che tra le brume si sta risvegliando, a dare inizio alla giornata; al fiume è il richiamo dell'acqua a dettare un respiro diverso. Anche il racconto filmico ha un ritmo differente da quello cui siamo troppo spesso abituati. E' un privilegio del cortometraggio?
E' un nostro privilegio, condiviso con quelli che affrontano questo mestiere con grande libertà, senza essere asserviti alle leggi dell'audience. Noi facciamo i film che vorremmo vedere in tv, cerchiamo di farci del bene e di avere i pensieri puliti. Occorre un buon grado di stupefazione per raccontare bene la realtà, ci dobbiamo continuamente innamorare delle atmosfere, delle persone, è l'unico segreto. E così che rimaniamo incantati quando il tempo rallenta, quando le persone si offrono a noi in quegli atteggiamenti che io chiamo crepuscolari, che non vuol dire tristi, ma momenti in cui la percezione è più attenta. Noi aspettiamo un po' l'alba delle persone, una dimensione che ci permette di assegnare al momento che stiamo vivendo i caratteri dell'unicità...se hai condiviso un'alba con altri sai il tipo di legame che si crea, una stupefatta appartenenza.
Nella tua concezione di documentario che spazio ha il linguaggio cinematografico?
Assolutamente centrale. Non posso negare che il complimento più apprezzato che possono fare ad un documentario è: "bello, sembra un film!". Ho cercato di perseguire una rigorosa disciplina in questo senso, un percorso difficile e spesso frustrante che mi ha permesso però di raccontare la realtà con la lingua del cinema (per alcuni momenti eh? lampi spesso velocissimi) però ce l'ho fatta, non mi sono piegato alla frenesia della telecamerina che corre e registra veloce, mi sono preso i miei tempi e ho cercato sempre di fare delle scelte sul campo, che è poi il mestiere del regista. Se lo ritengo giusto mi allontano dalla situazione che sto filmando e vado a fare un totale, correndo come un pazzo con la troupe perché non voglio far ripetere l'azione, però so che quello è il movimento che avrebbe fatto il cinema, la differenza è che noi lo facciamo "in presa diretta".
Nel cortometraggio sulla collezione di Leonilda Prato, fotografa ufficiale della resistenza e della storia del paese di Pamparato, si racconta di una contadina che per farsi fotografare si era persino profumata, sperando che a rimanere impresso sulla pellicola non fosse solo il suo vestito buono. Il cinema può raccontare anche ciò che non si vede? I tuoi documentari hanno un odore?
Non lo so, certo che a volte mi sembra di risentire l'odore dei momenti che ho vissuto girando, questo si...Senza scomodare Proust non potrò più vedere le immagini delle pastiglie Leone senza risentire gli aromi delle caramelle. Poi l'olfatto è il senso più vicino alla memoria, arrivano immagini rapidissime, immediate, che ci ributtano alla radice di quella sensazione ancora prima che ce ne accorgiamo.
Matteo Bellizzi e Edoardo Fracchia della Stefilm La Stefilm ha sviluppato la propria professionalità in anni in cui occuparsi di documentari appariva un'utopia. Le cose stanno cambiando, ma durante il primo convegno nazionale che si è tenuto a Roma nel febbraio scorso, è emersa la mancanza di una chiara politica culturale rivolta alla crescita di una economia audiovisiva nazionale. Cosa ne pensi?
Penso che occorra una profonda rivoluzione a più livelli ma il dibattito è troppo profondo e complesso, fino a quando non cambieranno certe politiche televisive noi non avremo molto spazio. Certe rivoluzioni però non si fanno con l'assalto al Palazzo, non posso obbligare la RAI ad ascoltarmi a tutti i costi. La rivoluzione vera si fa dal basso, cercando di creare strade alternative che possano muovere le idee, occorre molta più creatività imprenditoriale e coraggio. Noi dobbiamo smettere di sentirci sempre nella riserva del documentario, abbandonare la dimensione dimessa di chi non ha spazio e cominciare a parlare di forma, stile, nuove forme di distribuzione.
Quando ti chiedono che lavoro fai e rispondi 'il regista' come reagiscono? Ti chiedono 'Sì, ma di lavoro, cosa fai?' E' una difficile presentazione? E cosa consigli ai giovani videomaker in erba?
Direi che è proprio 'sta parola "regista" che è un po' inflazionata. Nell'uso comune è diventata una targhetta che non si capisce mai bene cosa voglia dire però fa effetto. Personalmente cerco di non definirmi mai così e inviterei tutti i giovani a fregarsene del titolo da regista e pensare alla propria passione, che è tutto ciò che conta... poi un giorno scopri che ti chiamano regista, ma è ciò che hai fatto che lo dimostra e non un atteggiamento.
Se dovessi usarci come megafono cosa vorresti dire, quale appello vorresti lanciare?
Se avessi un megafono in mano? Direi: AZIONE! E poi scoppierei a ridere.

Paola Bologna, 5 maggio 2006, Book Film Bridge della Fiera del Libro di Torino

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