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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

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Piemonte dal vivo incontra Richard Galliano, in viaggio con la fisarmonica.

Richard Galliano è un nome legato indissolubilmente alla storia della fisarmonica contemporanea. Concerti e collaborazioni prestigiose in tutto il mondo, gli hanno permesso di attraversare tutta la musica: da Chet Baker a Bach, da Erik Satie a Dominguinos, da Juliette Greco a Charlie Haden, da Ravel a Piazzolla. Perfettamente a suo agio nelle piazze, come nei conservatori, la fisarmonica di Richard Galliano ha viaggiato ovunque, sempre alla curiosa ricerca di forme altre, aprendosi al jazz, alla musica classica, per rivelare al grande pubblico il suono nobile di questo strumento.

La fisarmonica è lo strumento del viaggio, e nella tua musica si sente...
La fisarmonica si trova in tutto il folklore, a Parigi è il valse musette, in Italia è il liscio, la mazurka, la tarantella, in Brasile è il forrò, la samba, nei paesi dell'est, in Romania ci sono dei grandi fisarmonicisti, vicini alla musica di Bartok, in Cina e nei paesi asiatici imitano, copiano, in Africa, in Colombia utilizzano l'organetto. Quando suono cerco di pensare a tutto questo, comincio con un tango, poi un valse musette, poi una ballata, ancora jazz, dopo vado verso il Brasile. La gente che mi ascolta mi segue e propongo così un viaggio musicale.
Una delle tue avventure più memorabili è stata la riscoperta delle tue origini francesi attraverso il New Musette. È stato Astor Piazzolla a suggerirti questo percorso, lo stesso da lui compiuto con il Tango Nuevo…
L'insegnamento di Astor Piazzolla era quello di tornare a suonare la musica della propria terra, un pensiero un po' nazionalista. È vero che si ha sempre voglia di tornare dove si è nati, nel proprio ambiente culturale, geografico. Io sono originario della regione di Nizza, una città che era italiana, ma soprattutto mediterranea. All'epoca in cui incontrai Piazzolla ero molto preoccupato, accompagnavo molti cantanti francesi, come Aznavour, Juliette Greco, Barbara, ma volevo fare qualcosa di personale, è difficile però cominciare. Oggi il mio percorso è evidente, per esempio stasera suonerò solo, non ho un programma predefinito. Vado in scena e sentendo le vibrazioni del pubblico so se ho voglia di suonare quel pezzo e poi di suonare un pezzo più calmo. Faccio un viaggio con le persone. Ma all'epoca il consiglio di Piazzolla è stato davvero importante. Mi ricordo che un giorno ero andato a prenderlo in aeroporto, lui arrivava a Parigi e in auto mi disse "Richard devi fare come me, devi fare il New Musette". Io sapevo dentro di me che era vero ed è divenuto evidente col tempo: mi rendo conto che qualunque sia il progetto, il suono del valse musette, per me è il più vero, il più autentico. Amo suonare gli standard jazz, ma appartengono meno alla mia identità. Conosco fisarmonicisti, per esempio Frank Marocco, un italo americano che vive a Los Angeles, che hanno nel sangue la tradizione del be bop, perché sono stati cullati dalle canzoni che sono diventate poi gli standard jazz. Io sono stato cullato dalle canzoni di Edith Piaf, le canzoni dei dintorni di Parigi, la poesia di Montmartre. È sempre una forma di blues ma più parigina.
Nel contesto jazzistico la fisarmonica ha sempre avuto un ruolo piuttosto marginale. Tu invece ti sei sempre battuto affinché questa situazione cambiasse.
La fisarmonica è sempre stata presente, ma era solo poco nota al pubblico. Io conoscevo fisarmonicisti americani che suonavano jazz, ma è sempre rimasto tutto molto in sordina. C'è una registrazione che si intitola Accordion Joe dell'orchestra di Duke Ellington degli anni '30. Benny Goodman negli anni 35-40 aveva un magnifico fisarmonicista italo americano, Ernie Felice. In Francia c'erano fisarmonicisti fantastici come Gus Viseur che suonava con Django Reinhardt. In Italia c'è stato Gorni Kramer, jazzista negli anni 40-50. Tutto è rimasto sempre aneddotico per il pubblico. Io ho voluto, come dire, battere sempre sullo stesso tasto perché amavo molto il jazz. Ho voluto mescolarmi a questi musicisti e ho fatto molti progetti, con Chet Baker, ad esempio.
È vero che in Bach c'è tutto quello che un fisarmonicista deve sapere?
Quella di Bach è una musica universale perché è musica pura. Bach non scriveva specificamente per il violino o per il clavicembalo, per esempio l'Arte della fuga può essere suonata con il clavicembalo, con l'organo (Glen Gould l'ha registrata con l'organo), oppure può essere adattata a un coro, a un ensemble di archi. Quando lo suonavo ero davvero stupito, avevo l'impressione che Bach avesse scritto proprio per la fisarmonica perché tutto "tombait dans le doigts" (Ndr cadeva nelle dita, cioè si adattava perfettamente allo strumento). Oggi posso dire che Bach è davvero il mio professore. Mentre vi aspettavo, nella mia camera suonavo la sua musica. Anche se adesso la eseguo in scena perché c'è questo disco che è appena uscito, sono un paio d'anni che il suo genio alimenta la mia stessa musica, perché in Bach c'è tutto, c'è il jazz, ci sono tutte le melodie: per me è la musica ideale. Quest'anno sono trascorsi 200 anni dalla nascita di Chopin, e ho letto che suonava a memoria opere di Bach, per il quale aveva grande ammirazione. E adesso vedo l'influenza di Bach in Chopin. Per me Bach è il dio dei musicisti.
La fisarmonica è stata portata in Francia dagli emigranti italiani arrivati a Parigi alla fine dell'800, ed è curioso che a rivitalizzarne la tradizione - con una Victoria nata a Castelfidardo - sia stato proprio tu, figlio di Lucien Galliano, professore di fisarmonica di origine italiana. È come se ci fosse un'anima italiana , nella fisarmonica …
Sicuramente. Infatti la fisarmonica è stata inventata da un austriaco verso il 1820, ma all'inizio era come un piccolo giocattolo, un piccolo strumento, più piccolo dell'organetto. Col passare degli anni è poi stato migliorato ed è divenuto sempre più completo. Lo strumento che suono è degli anni '50, anni in cui la fisarmonica è arrivata alla perfezione. In quel periodo, come ancora oggi, le più grandi fabbriche erano nella zona di Ancona, a Castelfidardo. Gli strumenti sono partiti con gli emigranti italiani verso il Brasile, gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti ci sono molti fisarmonicisti soprattutto nella zona di Chicago, Frosini per esempio, originario della Sicilia, o Gallarini, sempre italo americano, che suonava anche nell'ambito del music-hall e concertistico. Io ho raccolto questa tradizione suonando in piedi. La più importante opera di diffusione, all'inizio del secolo, è stata realizzata dagli italiani arrivati a Parigi che hanno incontrato i musicisti gipsy, come Django Reinhardt ecc. Hanno creato uno stile nuovo, il Valse Musette, e insieme suonavano la mazurka italiana, la migliavacca, e anche dei valse musette derivati dai walzer di Chopin. Questo stile si collocava un po' tra la melodia italiana e il modo di suonare tipico della cultura slava e gipsy. Dopo questo periodo negli anni 60 c'è stato un rigetto della fisarmonica, sia in Francia che in Italia. Le nuove generazioni l'hanno rifiutata perché in quel periodo dagli Stati Uniti arrivava il rock'n'roll, anche se cantanti americani come Bill Haley avevano un fisarmonicista, perché fortemente legati alla tradizione del boogie woogie... Questo periodo corrispondeva all'epoca della mia giovinezza, sono nato nel 1950, quindi negli anni 60 avevo 10-12 anni, ho visto che si rifiutava questo strumento che cominciavo a suonare e pensavo si trattasse di una forma di razzismo musicale. Questo mi ha forgiato, ha fatto sì che in tutta la mia vita io cercassi, trasportato dall'amore per la musica, di rimettere delle cose a posto, rivalutando l'immagine della fisarmonica sia nel jazz, perché avevo ascoltato persone come Art Van Damme il fisarmonicista americano della mia gioventù, sia nella musica classica. Ancora oggi che ho quasi 60 anni, ho appena registrato un disco in cui eseguo unicamente musica di Johann Sebastian Bach e per me la più grande ricompensa è che è stato pubblicato dalla casa discografica Deutsche Grammophon.
Il musette - soprattutto nella sua dimensione originaria, e il forrò - cui ti sei avvicinato nel progetto Paraiba meu amor - riportano ad una dimensione della musica che si inserisce nello scorrere quotidiano della vita, e piuttosto che vivere solo in dimensioni deputate (auditorium, sale concerto….) come accade prevalentemente oggi…
Oggi c'è meno musica dal vivo, se non nei concerti, ma c'è musica d'ambiente, subiamo la musica nei negozi, negli ascensori. Il valse musette è un po' sparito da Parigi, si sente rap nei negozi, ma non valse musette, perché la gente non osa ascoltarlo. È un po' come il tango in Argentina. Piazzolla si lamentava di questo, i giovani amavano il rock, musica un po' "barbara", e avevano abbandonato il tango. Per il forrò è differente, io sono rimasto molto impressionato quando sono stato nel Certau, perché mi sono accorto che ovunque si ascolta forrò. Forrò è la contrazione di due parole inglesi "for all", è il ballo per tutti. Dovunque si entri, o solo accendendo la televisione, si ascolta forrò. Il forrò è 2 percussioni, un triangolo e uno zabumba, e un fisarmonicista, poi c'è il canto, con le canzoni dei pastori, dei cowboy. Basta pensare a Luis Gonzaga o oggi a Dominguinos. C'è una tradizione vicina alla terra che è davvero molto molto forte, è una musica spontanea. Ancora una volta c'è stato il contributo degli europei che hanno portato la fisarmonica italiana in Brasile, tutti suonano la fisarmonica Scandali di Castelfidardo da anni, e quello che è interessante è il melange tra gli spagnoli, i portoghesi e anche gli indiani, che portano questo lato ritmico. Ho conosciuto dei fisarmonicisti che volevano suonare il valse musette perché lo amavano, ma spontaneamente suonavano nel modo forrò, a 4 tempi, adattando i 3 tempi ai 4. Si capisce così come si crea questa fusione, cercando di imitare gli europei, ma con geni differenti, un ritmo interiore differente.
Parliamo del concerto di stasera per il festival Linguaggi Jazz: hai scelto la dimensione solistica. È la più congeniale al tuo modo di essere musicista?
Mi piace molto suonare da solo per la grande libertà che ti dà. Sono completamente libero e prima di andare in scena cerco di non pensare a una scaletta, comincio con dei preludi, cerco non suonare cose evidenti, anche rischiando. A volte quando ho un po' paura mi aggrappo ai miei pezzi più forti, quelli che la gente conosce. L'esperienza solista è un'ottima occasione per fare delle esperienze e se l'acustica è buona posso suonare senza amplificazione, perché così sono ancora più libero, non sono legato al microfono e posso spostarmi. La fisarmonica è uno strumento diverso dal pianoforte, dall'organo. A volte quando si guarda un pianista si ha l'impressione che sia nel suo ufficio, dietro la scrivania, statico. Io posso muovermi, cambiare posto, il suono arriva, si sposta nell'aria, cerco di sfruttare questo vantaggio.

6/3/2010 Francesca Savini, Paola Bologna - Hotel Sitea, Torino

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