Piemonte dal vivo incontra il "cervello in movimento" di Emio Greco, coreografo e danzatore
Già conosciuto in Italia, sicuramente non abbastanza, Emio Greco è uno degli artisti più innovativi nel panorama della danza contemporanea, senza dubbio tra i più acclamati in Europa. Non è un caso, dunque, che lo stesso Gigi Cristoforetti, dopo aver visto nel 2006 il suo "Hell" al Théâtre de la Ville di Parigi, abbia rincorso il tentativo di farne uno dei cardini progettuali di Torinodanza. Due anni dopo, una conferenza stampa ne annuncia il sodalizio, foriero di molte novità. Emio, che dagli anni della formazione a Cannes ha inanellato esperienze fondamentali - da quella con Jan Fabre, a quella complementare con Saburo Teshigawara, fino all'incontro decisivo con il drammaturgo olandese Pieter Scholten - porterà infatti a Torino il suo capolavoro, ma non solo. Lo incontriamo al Circolo dei Lettori, prima che arrivino tutti, per farci raccontare il lungo percorso che tuttora lo conduce alla ricerca di una nuova forma di danza.
- Nella tua ricerca artistica ci sembra centrale l'intreccio tra il lavoro del corpo - più legato alla liberazione della parte istintuale - e il lavoro della mente, maggiormente legato all'esplorazione concettuale, al pensiero, all'esigenza di dire qualcosa, che di fatto pone dei limiti. Questo dualismo è realmente una presenza costante della tua produzione artistica o è solo il fulcro della trilogia Fra Cervello e Movimento?
- Fra Cervello e Movimento è la grande bozza di lavoro che ci ha permesso di aprirci al mondo della coreografia, ma questo tema continua ad esistere. Ci siamo resi anche conto che quello che chiamavamo "cervello in movimento" a volte esce dai propri confini fisici di corpo e mente, e può abbracciare altre realtà più ampie appartenenti alla società, al modo di pensare, al modo di porsi rispetto ad altre arti, non solo a quella coreografica. Ci sono tanti corpi e menti, e importante è la loro relazione con il tempo, con quello che siamo, con il nostro retroterra culturale e sociale e con ciò verso cui vogliamo proiettarci. E' in questo interspazio tra due binari di riferimento che esiste il nostro lavoro e non potrebbe esistere altrimenti, perché è sempre dallo sfrigolio di due tensioni che nasce quella scintilla che successivamente è necessario far crescere, articolare, giustificare.
- Nell'utopia artistica vede corpo e mente manifestarsi all'unisono?
- No. Quello che mi attrae di più è la contraddizione, è il tentativo di superarla sapendo che non sarà mai possibile una manifestazione di corpo e mente all'unisono. Questa impossibilità è il contesto del nostro lavoro, che quindi non sarà mai finito, poiché l'ideale cui tende non si concretizzerà mai. Artisticamente l'equilibrio significa chiusura, morte di quell'impeto che ti porta a creare.
- Nella conferenza stampa di oggi annuncerai la tua partnership con Torinodanza: vuoi spiegarci brevemente quali sono le linee guida di questa collaborazione?
- E' una collaborazione che da tempo Gigi Cristoforetti ed io meditavamo, che è nuova per Torino, ma anche per l'Italia. E' un atto di responsabilità per entrambi, e da parte di Gigi anche una forma di affetto verso il mio lavoro, un'attestazione di stima che mi ha profondamente toccato. Sono cose che nutrono un artista nel profondo, lo spingono a credere ancora di più nel proprio lavoro, a proporsi ancora in futuro. La partnership comincia ad ottobre con due lavori importantissimi, Hell e Purgatorio Pop Opera, e continuerà il prossimo anno con Purgatorio in Visione, una versione con la Passione di Matteo di Bach, e poi anche con la proposizione di lavori già realizzati, che vorremmo riportare a contatto con il pubblico.
- In Italia, è noto, mancano i fondi e i luoghi deputati alla formazione di danzatori: quali suggerimenti hai per una Regione come il Piemonte che ha deciso di investire, oltre che in programmi di qualità e di apertura alle realtà internazionali, anche nell'incentivo alla produzione coreografica emergente? Tu hai anche lavorato alla Paolo Grassi di Milano…
- Abbiamo lavorato alla Paolo Grassi investendo molto: sia loro a livello organizzativo, che noi dal punto di vista artistico. L'apparato economico, tecnico e finanziario della scuola non avrebbe potuto sostenere un rapporto così intenso e articolato, come quello che abbiamo vissuto. Il lavoro fatto insieme è stato possibile grazie alla volontà e al forte desiderio di entrambi. Credo che ognuno di noi ci debba mettere del suo, non dobbiamo aspettare che qualcosa succeda. Dobbiamo partecipare attivamente, investire anche delle risorse personali, per far capire che la politica culturale deve cambiare.
- Ma fosse possibile un riordino del sistema danza quali sono le cose che riterresti imprescindibili?
- Sono le persone a fare la differenza. Nel tempo ho iniziato diverse collaborazioni con realtà italiane, che sono andate sfumando ogni volta che c'era un cambiamento politico. All'estero non è così. Questo meccanismo è solo italiano, ed è da scardinare. La politica culturale si deve appoggiare ad artisti che hanno una visione, e in qualche modo accompagnarli: ci vuole del tempo per creare un tessuto più fertile di quello che c'è oggi. Abbozzare delle idee e poi lasciarle cadere solo perché il contesto politico è diverso, proporre altro, cambiare sempre… tutto ciò non paga. Lo sguardo deve essere più lungo, in Italia si lavora troppo sul momentaneo.
- E cosa ci dici dell'Accademia Mobile?
- Girando il mondo ci siamo resi conto della necessità di uno scambio reale e reciproco con ogni realtà incontrata, quasi opportunistica per entrambi, se mi passate il termine. Così è nata l'idea dell'Accademia mobile: non ha sede fissa, non ha uno schema propositivo fisso, si ancora alla necessità di creare l'occasione per un'esperienza viva. C'è una generazione che vuole avvicinarsi alla danza, ma non riesce a trovare modi e luoghi. C'è una sofferenza di cui anch'io mi prendo la responsabilità. E' comunque uno dei punti su cui io e Gigi intendiamo lavorare.
- Cosa ti ha spinto ad andare all'estero? La passione o anche la necessità?
- Tutte e due. Io sono partito dall'Italia 20 anni fa e non conoscevo molto, Internet non c'era, in questo senso oggi aiuta molto ad uscire dall'isolamento. Io venivo da Brindisi, quindi da una realtà che offriva un aiuto culturale molto limitato, anzi, quasi inesistente. All'inizio cercavo una scuola che potesse far entrare la danza nel mio corpo, e mi rendevo conto che l'Italia non offriva questa possibilità. Un po' per caso decisi di andare a Cannes, in Francia, per formarmi. Allontanandomi ho guardato le cose in una maniera diversa, con più lucidità, e mi sono reso conto della necessità di un distacco, anche emotivo, dall'Italia. Quello che cercavo, in Italia non c'era ancora.
- Curiosità e necessità ti hanno portato a vivere prima in Francia e poi in Olanda, due paesi che in forme diverse incentivano la produzione coreografica e la creatività. Vuoi raccontarci brevemente le specificità di questi due modelli?
- Nei paesi che hai citato ci sono diverse iniziative di sovvenzione alla danza, che sono molto articolate e continuative nel tempo. Comportano diversi gradi di partecipazione e di impegno. Ciò significa che gli artisti coreografi e danzatori hanno aiuti che permettono loro di continuare il proprio percorso. Il finanziamento riguarda anche la ricerca. C'è un incoraggiamento istituzionale importante che infonde coraggio, dà il segnale che la danza è importante. Rende l'artista fiero del proprio lavoro.
20/03/2008, Giulia Bertorello e Paola Bologna
Circolo dei Lettori
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