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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

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Piemonte dal vivo incontra Il teatro tratto da, di e con Erri de Luca

Incontriamo Erri De Luca al Salone del Libro di Torino, per farci raccontare un aspetto forse meno conosciuto della sua intensa attività di raccontatore di storie. Dopo aver militato in Lotta Continua e aver svolto innumerevoli mestieri, si è distinto come scrittore, giornalista, traduttore dall'ebraico antico e poeta, legando il suo nome anche al mondo dell'alpinismo e dell'arrampicata sportiva. Un aspetto forse meno noto di questo percorso è, però, il suo rapporto con il palcoscenico, la sua esperienza prima di spettatore (di lavori messi in scena a partire dai tuoi testi), poi di drammaturgo, regista e interprete. Lo intervistiamo negli spazi di WIPIE-TV, il progetto di web television della Regione Piemonte.

Era il 1997 quando Assemblea Teatro mise in scena Una goccia di miele da un giorno di fiori, tratto da alcuni tuoi testi. Renzo Sicco, regista e direttore artistico della compagnia, racconta che gli chiedevi continuamente "Cosa c'entro io con il teatro?". Molto è cambiato da allora, lo spettacolo dal vivo è per te ormai linguaggio sperimentato...
Intanto a me piace il teatro. Mi piace proprio come forma, da spettatore. La considero la forma d'arte più democratica e immediata possibile. Non c'è bisogno neanche di prendere un pezzo di carta. Si sale su quattro assi in croce e si può raccontare, mettere in scena il fatto del giorno, per esempio. Dunque a me piace il teatro, e tutte le volte che qualcuno mi chiede di portare in scena delle mie pagine, io dico sempre di sì e non voglio nessun compenso per questo, perché credo che lo spettacolo vada lasciato libero, vada fatto. Il più possibile a costo zero, per quel che riguarda i diritti d'autore. E poi mi piace che lo facciano in tanti, anche a livello amatoriale. Io non do mai l'esclusiva. Lo possono fare tutti: questo mi piace. Quando Renzo mi chiese di mettere in scena alcune pagine, gli dissi "Sì, ma io cosa ci vengo a fare là?" E ci sono andato a fare lo spettatore. Altri usavano le mie pagine, le portavano fuori dai libri per metterle in scena. Questo mi piace, mi piace ogni volta che si prende una pagina, la si estrae da un libro e la si porta in giro, a pigliare un po' d'aria fuori, invece di farla stare chiusa là dentro. Metterle la voce, darle dei corpi che la pronuncino, questo è bello. Marco Paolini, Gian Maria Testa già usavano delle parole mie, e all'improvviso hanno deciso di invitarmi a salire con loro sul ballatoio...
La prima volta che sei salito sul palcoscenico è stata appunto nel 2003 al Festival della Letteratura di Mantova con Attraverso. Lo hai fatto accanto a Marco Paolini, Mario Brunello, Gabriele Mirabassi: da allora non ne sei più sceso. Cosa ha spinto Erri De Luca a salire sul palcoscenico e a rimanerci?
No, no, io scendo sempre. Sono fatti per questo i palchi, uno sale e poi scende. E' diverso dal monumento...
Però ci sei risalito più volte. E' come se tu avessi trovato nel teatro una delle case possibili per i tuoi racconti...
Io faccio lì la stessa cosa che faccio per iscritto. Racconto. Racconto delle storie. Nel caso del teatro ci metto anche la voce e le mie quattr'ossa davanti. Non sono un attore, non sto interpretando una parte, non sono utile a questo. Invece come raccontatore... anche oggi con Mauro Corona qui al Salone del Libro, mi metterò a raccontare e lui farà lo stesso.
E' del 2006 lo spettacolo-ballata di grande successo Chisciotte e gli invincibili che ti ha visto contemporaneamente autore e interprete insieme al cantautore Gianmaria Testa detto Trinità, al clarinettista Gabriele Mirabassi detto Il polmone, e a una sedia vuota, riservata ad eventuali Don Chisciotte presenti in sala. Come cambia il ritmo della scrittura quando l'orizzonte cui è destinata non è più la pagina scritta, ma la parola detta?
Intanto la parola mia è la parola orale. Le frasi dei mie racconti non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle. Per me prima di tutto un racconto è orale. Io non faccio altro che spostarlo dal silenzio della pagina alla rappresentazione al racconto a viva voce. Per me non c'è nessuna distanza, anzi, c'è una vicinanza.
Il tuo ultimo libro, Il Peso della Farfalla, che in pochissime settimane ha raggiunto la vetta nella classifica dei titoli più venduti, è diventato uno spettacolo di Assemblea Teatro. La regia ne ha saputo afferrare quello che tu definisci il ‘così'?
Mi risulta di sì. Dalle reazioni delle persone che hanno visto lo spettacolo mi risulta di sì. Lasciando perdere le mie impressioni di spettatore occasionale, il risultato, da quello che sembra, insomma... E' che Renzo Sicco ha una vecchia esperienza, intimità, con le mie pagine, quindi sa come fare.
In questo tuo percorso di avvicinamento al teatro quanto ha contato il fatto di essere napoletano? Te lo chiedo perché Claudio Meldolesi, storico del teatro, definiva Napoli una Città Teatro ...
La considero un'agevolazione. Un vantaggio sleale. Perché quello è un posto dove le persone per motivi di compressione fisica dentro un ambiente molto stretto, sono stati costretti a precisare la loro voce, la loro caratteristica, il loro modo di pronunciare le cose e di farsi intendere. Anche la mimica, la gestualità, fa parte di questo bisogno fisico di spingere le parole in mezzo agli altri. Napoli è una città che possono parlare dieci persone in un crocchio insieme, contemporaneamente, e si capiscono tutte. Mentre quando vedo in televisione che due persone si parlano una sull'altra e nessuno capisce niente, mi sembra un regresso, un analfabetismo. A Napoli possono parlare in dieci insieme e si capiscono. Dunque questo aiuta, è un vantaggio forte. Poi quella è una città che ha prodotto teatranti, brulicava di teatri come la Varsavia yiddish.
Hai dichiarato di non amare il cinema ma hai recitato ne L'Isola, un film del 2003 presentato al 56° Festival di Cannes diretto da Costanza Quatriglio, con musiche di Paolo Fresu. Cos'hai riportato a casa?
Avevo dato una mano alla regista per la sceneggiatura. C'erano delle parti infantili che lei voleva scritte da me, così le ho dato una mano, poi mi ha chiesto il favore di fare una piccola parte molto simile a me stesso, quella di un detenuto di Favignana, un posto dove la mia generazione politica è stata un sacco di tempo, si è fatta venire i capelli bianchi, e dunque era una cosa abbastanza naturale, ma è un favore che ho fatto. Ho una diffidenza nei confronti del cinema, perché il cinema ruba l'immaginazione del lettore. Il lettore quando legge una pagina se la allestisce. Sente la voce, immagina la figura, gli ambienti. Il cinema gli sbatte sopra il naso con la sua versione definitiva, del ‘così dev'essere'. E allora per esempio se io mi metto a leggere le pagine del Gattopardo oggi, non posso togliermi da davanti al naso il faccione di Burt Lancaster che fa il principe di Salina. Mi ha fregato, insomma.

16/5/2010 Paola Bologna, riprese e montaggio di WI-PIE TV - Salone del Libro di Torino

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