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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




L'arte dello spettatore

Piemonte dal Vivo incontra Francesco De Biase interrogandosi su bisogni, consumi e tendenze del pubblico dello spettacolo dal vivo

Francesco De Biase

Molière parlava del teatro come di una strana azienda che ha lo scopo di far ridere la gente onesta, sottolineando la dipendenza del suo mestiere dalla platea cui si rivolgeva. Oggi, in un sistema in cui è il denaro dell'ente pubblico a permettere alla domanda di esistere, gli spettatori hanno voce in capitolo? Influiscono sul livello qualitativo dell'offerta culturale? Modificano il prezzo del biglietto? Determinano gli orientamenti prevalenti? Hanno cioè il potere contrattuale del destinatario dell'azione di marketing? Per provare a rispondere a queste domande e per meglio comprendere il delicato rapporto tra produzione e fruizione culturale, abbiamo intervistato Francesco De Biase, dirigente del Settore Arti Visive della Città di Torino, che ha da poco pubblicato con Franco Angeli il volume L'arte dello spettatore. Lo incontriamo nei nostri uffici, facendo insieme a lui tesoro delle parole di Brecht: "Se è poco credibile che si possa imparare nei libri come si debba commuovere le persone, a maggior ragione sarà impossibile imparare nei libri come si debba lasciarsi commuovere".

Oggi, in un sistema in cui è il denaro dell'ente pubblico a permettere alla domanda di esistere, gli spettatori hanno voce in capitolo? Influiscono sull'offerta culturale, in qualche modo la determinano?
La risposta è sì e no contemporaneamente, nel senso che sicuramente tutta la programmazione teatrale e culturale tiene conto dello spettatore, ma dire che arrivi a determinarne la qualità, il mercato o altro non è del tutto reale. Io credo che oggi ci sia un'attenzione più alta, diversificata, verso lo spettatore, ma nello stesso tempo bisogna stare attenti a come si interpretano i dati delle ricerche di settore. Facciamo una esempio: l'anno scorso, per la prima volta in Italia, gli spettatori che sono andati a teatro sono stati 13 milioni, superando il calcio che ne ha totalizzati 12. Molti hanno festeggiato dicendo che gli italiani si sono convertiti alla cultura, ma c'è un problema nella lettura dei dati, che deriva da una realtà molto più complessa. Il risultato potrebbe essere determinato, ad esempio, dalla maggior frequenza di pochi: la maggior parte degli italiani non mette infatti piede in una sala teatrale neanche una volta l'anno. A differenza di quanto accadeva in tempi passati - quando una sala quasi vuota poteva essere motivo d'orgoglio - oggi il problema del pubblico è maggiormente sentito, ma come può esso esprimere realmente la propria opinione? Con gli applausi finali? In Italia si è fin troppo educati in questo senso, si applaude sempre. C'è ancora molto lavoro da fare per dare agli spettatori una voce, un ruolo vero, stando attenti anche a non cadere nell'errore opposto: l'ente pubblico deve infatti tenere ben presente anche la sua funzione di educazione a linguaggi e sperimentazioni, al nuovo che nasce e che ha sempre bisogno di tempo per essere assimilato. È necessario trovare un equilibrio tra la dittatura dei gusti del pubblico e la completa assenza dello studio delle tendenze in atto nella fruizione culturale.
In questo senso si è mosso ad esempio il Ministero inserendo, a partire dal 2005, nei criteri qualitativi per l'assegnazione del F.U.S. anche i dati di pubblico. Incidono davvero, però, nella pratica del processo decisionale?
Immagine Io credo che in questo senso ci sia ancora molta strada da fare. La Regione Emilia Romagna, ad esempio, in modo più preciso e articolato ha varato quello che è il suo piano triennale per lo spettacolo dal vivo, ove individua uno dei tre criteri fondamentali nel pubblico. Ci si pone il problema della ricerca di nuovi pubblici, di abbonamenti e formule che facilitino la fruizione, di cercare nuove forme di sostegno, di promozione del pubblico non solo in termini di quantità, ma anche di qualità. La questione è poi sempre come applicare tutto ciò, e come renderlo verificabile, misurabile. Il Ministero ha inserito l'affluenza di pubblico tra i criteri, ma io credo che la sua applicazione lasci piuttosto a desiderare, perché il problema è più complesso e non si esaurisce conteggiando i biglietti venduti. Bisognerebbe mettere a punto dei sistemi e dei criteri per la valutazione di tutto ciò, ad esempio attraverso il potenziamento degli Osservatori culturali, affinché diano agli amministratori e agli operatori strumenti diversi.
Com'è cambiato il modo di comporre l'identikit del pubblico?
Un tempo ci si basava soprattutto su criteri quantificabili molto precisamente (provenienza, età, prezzo del biglietto, titolo di studio), mentre oggi sembra essere sempre più forte l'esigenza di ricorrere a metodologie di carattere etnografico che permettano di individuare le subculture di appartenenza...
Sì, si studiano anche i comportamenti fruitivi del pubblico. Facciamo un esempio che riporta Antinucci: è stato fatto un sondaggio ai Musei Vaticani, una delle sedi espositive italiane più conosciute al mondo, per comprendere come si comporta il pubblico delle mostre. Cosa si guarda, in che modo, su cosa ci si sofferma di più, che cosa rimane, qual è il tempo che si spende erano alcune delle dinamiche che si intendeva analizzare. Interessanti i risultati. La media dei visitatori si fermava davanti ai quadri da uno a tre secondi, ma non solo, il 30% di quelli che uscivano dicevano di avere visto opere di artisti che in quel museo non c'erano. La qualità della fruizione culturale va dunque indagata a fondo... viene in mente Umberto Eco quando, provocatoriamente, riferendosi alla sovraesposizione cui si va incontro durante una visita, invitava a realizzare un museo in cui ci fosse un solo quadro per stanza. Per indagare qualità e quantità dei meccanismi fruitivi oggi abbiamo tutta una serie di tecnologie e di strumenti che vanno utilizzati.
ImmagineLo studio più approfondito di questi meccanismi fa rileggere in modo diverso anche i dati che hanno fatto parlare di conversione degli italiani alla cultura, o la fotografia fatta risulta attendibile anche dopo un esame più attento?
Io ho molti dubbi su questa conversione, e lo scrivo e lo dico. Sicuramente è aumentato, anche se quest'anno i dati saranno in controtendenza rispetto all'ultimo decennio perché i consumi generali stanno scendendo, e nell'ambito culturale si sta registrando una diminuzione del 5%. Andiamo però ad analizzare i numeri: i discorsi che emergono sono due. Il primo è questo: l'anno scorso in Italia sono stati registrati tra i 27 e i 30 milioni di visitatori dei beni culturali, ma di questi, 22 milioni circa sono andati in 5 musei. I restanti sono andati negli altri 400. Questo non è un caso unico. Verificato il consumo, bisogna comprendere anche come questo è diffuso. Il secondo discorso viene approfondito soprattutto da Luca Dal Pozzolo e da Alessandro Bollo nel volume: noi non siamo attrezzati per comprendere realmente come sta cambiando la situazione. Cosa vuol dire? L'anno scorso sono stati venduti nel mondo 40 milioni di i-pod: cosa vi si consuma? Che tipo di musica, che film, che fotografie? E i libri venduti nelle edicole? La musica che viene scaricata da internet? I live show, i concerti, le opere di cui si fa download o che vengono seguiti in streaming? Questi dati ad oggi sfuggono alle ricerche d'impostazione più tradizionale. Le innovazioni tecnologiche hanno modificato profondamente la fruizione culturale.
Le nuove tecnologie hanno cambiato le modalità di fruizione anche perché il destinatario dell'offerta culturale è sempre più spesso, in prima persona, generatore di contenuti...
Assolutamente. Le tecnologie mi permettono di produrre un video, un libro, un cd e di circuitarlo, addirittura. È il pubblico stesso a produrre i propri manufatti culturali. Potremmo discutere a lungo sulla qualità, ma non è il merito della questione, che riguarda invece questa nuova possibilità di produzione e distribuzione alla portata di tutti. Il fatto che io possa utilizzare strumenti che ad un diverso livello producono la cultura professionale influisce nella mia fruizione dell'opera, dello spettacolo, del concerto, o no? E in che modo? Questo è un altro terreno di indagine.
Un altro cambiamento macroscopico che è avvenuto a livello artistico riguarda le arti performative negli spazi urbani. Anche in questo senso è rilevabile un cambiamento di pubblico netto: non c'è soltanto più chi si reca in un luogo deputato per assistere ad una performance, ma c'è anche chi viene catturato per strada, imbattendosi nello spettacolo per caso...
Aggiungo una cosa su questo. Il fenomeno riguarda lo spazio pubblico, ma non solo. Negli ultimi anni sono diventati soggetti di promozione culturale e organizzatori in prima persona, enti privati del mondo dell'industria, della moda e delle aziende. Questo cosa vuol dire? Che non ci sono solo più i luoghi deputati - il teatro, la galleria, il museo - a fare cultura. Perché il centro commerciale Le Gru a Torino, piuttosto che altri in altre città, organizzano rassegne cinematografiche, concerti o attività culturali di diverso tipo? Perché lo si fa negli aeroporti, sui treni, nelle palestre? Sarebbe banale rispondere che è strumentale all'aumento delle vendite. La situazione è più complessa. Il pubblico, lo spettatore, viene coinvolto, relazionato su più fronti, anche in diversi contesti della sua vita quotidiana.
Perché? Si va forse a caccia di nuove fette di pubblico?
Questo discorso non è nuovo. Non stiamo inventando qualcosa che nei secoli non è mai stato fatto. Basti pensare al teatro medioevale o a quello di inizio '900. A Brecht o al Living Theatre e agli anni '60. Motivazioni politiche, artistiche, sociali, hanno sempre spinto ad un rapporto più diretto con il pubblico. Noi lo coniughiamo in un modo diverso, parliamo di marketing esperienziale. Le aziende fanno cultura usando lo spettacolo - ma non solo - per coinvolgere l'utente finale in un'esperienza totalizzante, che abbia la meglio sulla semplice reclamizzazione del prodotto. I meccanismi fruitivi sono oggi allo studio di molti soggetti, e il panorama è davvero molto più complesso di quello che potrebbe sembrare: per questo è necessario puntare il nostro faro, il nostro spot sullo spettatore.
Le ultime riflessioni riguardano invece l'ente pubblico. Nello spettacolo dal vivo, più che in altri comparti, è impossibile standardizzare la produzione al fine di garantirne la qualità, e in più la sua fruizione si lega ad un contesto che ha molto a che fare con la percezione della qualità del servizio. Quali sono, allora, gli strumenti che possono essere maggiormente utili al miglioramento della performance del finanziamento pubblico, che insieme vuole migliorare la qualità e ampliare l'accesso alla cultura?
Provo a rispondere, facendo una premessa. Ci sono dei fenomeni che ci dovrebbero dare il segnale di come il pubblico è cambiato. In Italia, negli ultimi anni, hanno avuto grande successo festival della scienza, della letteratura, della filosofia: perché? E, guarda caso, la maggior parte di essi non sono organizzati da 'operatori culturali'. Questo è un dato fondamentale: intuire il pubblico. Credo che stiano individuando una domanda, un'esigenza fondamentale. Tutto sta cambiando, ponendo una serie di questioni etiche e morali che inducono alla ricostruzione di un pensiero: dall'eutanasia agli OGM. Dove si può fare questo, dove se ne può discutere, ci si può confrontare? C'è una reale esigenza di potersi incontrare. Non è un caso che 300 mila persone vadano al Festival della Scienza o 250 mila al Festival della Filosofia, in poche giornate: costituiscono davvero la risposta ad un bisogno. Come si possono rilevare le esigenze esistenti, che tipo di domanda c'è? Gli strumenti per capirlo sono di due tipi: il primo - e in questo senso Torino e il Piemonte hanno fatto molto - è la promozione del pubblico attraverso strumenti come la Carta Musei, i last minute a teatro o l'educazione delle nuove generazioni, che vanno ad incidere anche sulla qualità della fruizione, non solo sulla quantità. Bisogna lavorare sul tempo, sull'organizzazione dell'offerta, sull'informazione, sui servizi, su tutta una serie di dinamiche. Mi ricordo di quando si gioiva perché c'erano le code per prenotare i biglietti: era vergognoso; il tempo oggi è una dinamica fondamentale per tutto. Sulla qualità artistica è molto difficile intervenire; non ci sono strumenti se non il ricorso a commissioni ed esperti che ovviamente hanno le loro poetiche, il cui intervento è sempre soggettivo e discrezionale.
Mantenendo il punto di vista dell'ente pubblico: con 150.000 euro, 5 o 50 festival?
Le risorse finanziarie a disposizione dell'ente pubblico stanno diminuendo notevolmente, quindi sicuramente ci saranno scelte da fare in base a criteri attenti alle iniziative di qualità, ma questo non deve significare - secondo me - non avere un territorio con iniziative di piccola e media dimensione, che creano quel tessuto che fa crescere e nascere gli artisti, dà loro una rete di riferimento. Bisogna darsi dei criteri selettivi. Non tutti sono festival, ad esempio, ma si appiccicano il nome festival e c'è anche chi li fa male, o non li sa promuovere e non ha pubblico. Bisogna abbinare elementi qualitativi e quantitativi agli elementi artistici. Se investo sulla sperimentazione, è chiaro che sto partendo, sto inventando, sto crescendo e all'inizio posso avere solo tre spettatori: la valutazione deve riguardare anche la verifica degli obiettivi. Agire diversamente sarebbe banalizzare la complessità che c'è in questo settore.
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La presentazione del volume "L'arte dello spettatore" avverrà sabato 26 settembre 2008, ore 18.00, Casa Teatro Ragazzi e Giovani - Torino. I diritti d'autore saranno devoluti per contribuire al restauro di un bene culturale in Italia.

19/09/2008, Cristina Giacobino e Paola Bologna, Torino




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