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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




Piemonte dal vivo incontra Gli Universi Sensibili di Antonio Catalano.

Il palpitare delle lucciole batticuore, i concerti di vento tuoni pioggia e cicale, i mondi a sé delle tane e degli armadi sensibili, la memoria silenziosa del popolo dell'autunno, i musei sentimentali di foglie cadute, le storie di pane, la giostra del sapere dei semplici, le sirene dell'Alentejo, la cappella dei meravigliati, l'almanacco del giorno dopo, le serenate per il nuovo mondo, la giostra del tempo, il canto dei semi: mentre lo raggiungiamo alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, numerose sono le suggestioni legate al suo lavoro che ci ritornano in mente. Ad aspettarci, insieme a lui, gli Armadi sensibili e le sculture di legno, foglie e oggetti quotidiani de Il popolo dei semplici, ospiti della casa in occasione del festival Giocateatro Torino. L'unico requisito per poterli incontrare, la capacità di meravigliarsi.

Crei storie, filastrocche, pitture, sculture, armadi sensibili, giostre, padiglioni delle meraviglie che porti in giro per il mondo. Ti hanno definito in molti modi - sicuramente ne dimentico qualcuno - artista surreale, poeta-artigiano neoprimitivo, anim-attore metamorfico, sciamano patafisico, mago povero, maestro dell'armadio e alfiere di teatrale memoria. Ma quando chiedono ai tuoi figli che lavoro fa il loro padre, cosa rispondono?
Questa è una bella domanda, questo è molto complicato: il papà. Semplicemente, il papà, perché comunque - a parte tutte le definizioni che sono state date - continuo a divertirmi semplicemente, a mettere all'interno delle cose che faccio, dal teatro alla pittura e alla scultura, dal cucinare allo stare con i miei figli, l'idea del gioco. E' l'elemento portante. Perché il gioco? Perché dà leggerezza alle cose, e profondità nello stesso tempo. Questo è il vero problema secondo me, quello di smetterla di far le persone serie, ma di diventare davvero seri giocando. Nel gioco c'è la meraviglia, lo stupore, la scoperta e la curiosità. Aveva ragione Gian Renzo Morteo quando diceva che bisogna restituire alla curiosità il suo primato, perché attraverso la curiosità si scopre il mondo, si legge meglio il mondo, ce lo possiamo immaginare anche diverso da quello che è. Il gioco è un elemento fondamentale per me, insomma, inteso anche come atto creativo, con le sue regole. Ecco perché ho smesso fare "il teatro", nella sua dimensione più tradizionale del palcoscenico: per giocare bisogna essere in due. Il miglior teatro naturalmente emoziona, ma ho bisogno di relazionarmi con gli altri. Arrivo dal teatro di strada degli anni '70 dove il palcoscenico era un luogo caldo, si stava bene. Dieci o undici anni fa ho deciso però di riprendere un cammino che era stato abbandonato dalla vecchia animazione degli anni passati che però voleva dire sperimentazione con l'infanzia e non soltanto. Bisogna smettere di pensare che il pubblico sia frantumato e diviso, il pubblico è la gente, sono le persone, bisogna trattarle non come numeri ma nella qualità dell'incontro, nella relazione. Per far questo bisogna smetterla di fare teatro, bisogna scendere giù dal palcoscenico e iniziare con il tuo mestiere, se ce la fai, a raccontare delle storie guardando negli occhi le persone, ma anche sapendole ascoltare. Ecco perché bisogna invadere tutti i territori, perché attraverso il gioco dobbiamo ritornare a quello che noi italiani abbiamo inventato: il concetto dell'artista rinascimentale che non per presunzione invade altri territori - dall'astronomia all'entomologia - ma per pura curiosità. Quando sono sceso dal palcoscenico 11 anni fa mi sono messo a costruire questi Armadi sensibili cercando di stimolare uno sguardo diverso. Da lì sono partito per fare poi i musei sentimentali, occupandomi di entomologia, gastronomia, astronomia, archeologia, e ho invaso un po' tutti i territori con la pittura e la scultura, con questo progetto grande, che si occupa un po' di tutto, che si chiama Universi sensibili.
La tua storia artistica comincia come mimo e animatore teatrale nelle scuole, continua come attore e artista con il Collettivo Gramsci, poi Teatro del Mago Povero, poi Casa degli Alfieri. Ci vuoi raccontare questo percorso che ti ha visto maturare artisticamente e che vi ha visti cambiare più volte prospettiva come collettivo?
Noi eravamo semplicemente un gruppo di amici di 18 anni che si ritrovava al bar, per passare le giornate si andava fuori a ballare come facevano in molti, ma questa cosa ci andava un po' stretta. Cercavamo sempre qualcosa che ci incuriosisse di più. Siamo uno dei gruppi più antichi che c'è in Italia - Il Mago Povero è nato nel 1970. Il nostro era un teatro documento, di controinformazione, che parlava dei problemi del mondo, però eravamo un po' schiacciati sul tema. E' stata un'esperienza straordinaria che ci ha formati, soprattutto per la dimensione dell'incontro: noi stavamo bene con il pubblico, davamo loro da bere e stavamo stavamo insieme, lo ascoltavamo, eravamo scomodi perché eravamo sempre fuori all'aperto a fare il teatro. Si andava nelle piazze a fare animazione, pittura improvvisata, scultura, processioni... E' stato veramente un mondo incredibile questo, che però non è del tutto abbandonato. Io ho voluto riprendere il senso profondo di quell'epoca. Il difetto che aveva era che a volte mancava di poesia, perché era troppo schiacciato sul tema. Il Mago Povero nacque per cercare di eliminare questo problema, per fare più poesia attraverso il linguaggio del teatro ed essere meno documentaristi. A Vittorio Veneto c'è un ragazzo che ha scritto sopra un muro: "Più poesia!". Questo secondo me è ancora il messaggio attuale. Perché la poesia scardina, entra nel cuore delle persone in questo mondo che è sempre più materiale. Non bisogna dire di essere poeti, bisogna fare, perché nel momento in cui dici non sei più. È nel fare, nelle mani, che si nasconde il segreto della conoscenza del moto delle cose. Pirandello diceva che la vera crisi sta nel filo che si è rotto tra il cervello e le mani. Tra le passioni e le mani c'è un collegamento, bisogna ripristinarlo, così come sapeva fare l'artigiano: bisogna scalare il cielo con le mani, e quindi bisogna essere capaci a fare tutto, dal pane ai muri, al teatro, se è necessario. Il problema non è nel teatro, non sta nelle congetture sull'arte che facciamo, il problema è la relazione che c'è tra me e te. Se tra te e me il teatro è un ostacolo, facciamo un'altra cosa. Già Brecht aveva intuito che bisogna uscire da questa relazione dicendo che se gli altri facevano il teatro lui avrebbe fatto il treatro.
Dal Teatro del Mago Povero si è poi sviluppata la Casa degli Alfieri che a sua volta, nel tempo, al suo interno ha vissuto dei cambiamenti...
Sì. Eravamo un gruppo, ma dopo 30'anni avevamo desideri diversi. Invece di fare come tanti altri gruppi che si sono rotti, abbiamo scelto per paradosso di metterci assieme e di comprare una casa, di abitarci dentro, di avere un teatro, dei laboratori, degli spazi di lavoro: tutto questo in comune. Ognuno si occupa però del proprio progetto, soprattutto di cose diverse. Io di questo grande progetto che si chiama Universi Sensibili, Luciano Nattino delle tradizioni popolari, Lorenza Zambon invece del teatro natura, Maurizio Agostinetto lavora con me, ma si sta occupando anche di fotografia e di pittura.
Vista da fuori la vostra antica casa colonica affacciata sulla terra ricca di vigne di Castagnole Monferrato, dimora privata e professionale, pare davvero un'utopia realizzata. Lucio Argano, scrivendo di voi, parla anche di dati economici molto interessanti, soprattutto per quel che riguarda la capacità di autofinanziamento. E' davvero così? Quali sono oneri e onori di questa scelta?
Non abbiamo buttato via l'esperienza che abbiamo fatto in quegli anni lì. Questo è fondamentale. Collaboriamo ancora insieme quando ne abbiamo voglia, con leggerezza, mentre prima non c'era più leggerezza, bisognava collaborare per forza insieme. Adesso non è più così, è un piacere, è vivificante. E poi l'idea di lavorare in maniera artigianale costruendo sul posto, è davvero interessante.
Vuoi parlarci del Centro d'Arte per l'Infanzia?
E' un'idea, un progetto. Io ho costruito giostre, musei sentimentali (sul museo delle foglie cadute e il museo degli alfabeti perduti stanno uscendo due libri dell'Artebambini), padiglioni delle meraviglie, cabine da mare, tane, vulcani che parlano le voci della terra, il cantico dei semi, le sculture e pitture a soffio, mi sto occupando adesso della realizzazione di un bio-lunapark fatto tutto con rami e foglie: insomma, ho insomma un magazzino di 1800 mq e sto cercando un luogo che possa ospitare questi materiali, una sorta di casa emozionale che renda fruibili alle persone tutti i miei materiali. Pensavo ad esempio ad un paese interessato a diventare centro d'arte per l'infanzia. Insisto sull'infanzia perché è ancora un luogo di pensiero per me, di grande ispirazione, è un dono che tutti possono avere, anche i bambini. Non è un'esclusività, è un modo di vedere il mondo. Trovassi qualcuno che mi dà un paese intero, potrei allestirlo tutto completamente.
Inviti a camminare piano, a sospendere lo sguardo quotidiano, a rimetterlo su qualcosa di elementare e quotidiano. Anche la Caverna delle meraviglie - la cappella gonfiabile da te dipinta in collaborazione con la compagnia Il Melarancio per l'incontro/spettacolo Mamma di terra che avete portato ad Avignone nel 2008 - costituisce un luogo di riflessione sulla semplicità, e la rappresentazione di come tu persegua la ricerca di incontri artistici con "spett-attori" di ogni età, piuttosto che idee di spettacolo...
Mettere al centro lo sguardo: questo è fondamentale. Nel momento in cui si modifica lo sguardo, il modo di guardare le cose cambia completamente anche la relazione, il guardar lento è una delle cose fondamentali. Il nostro sguardo abulico, pieno, riesce ad identificare gli handicap solo quando sono fisici, mai quando sono invece più sottili, più perfidi. Quando uno ha male alla gamba lo vedi, ma quando uno non riesce più a vedere davvero non riesce più a vedere. Bisogna riabilitare lo sguardo, riallenarlo come se fosse un arto. Per fare questo io faccio allora delle cose curiose ed estreme, tipo catalogare le foglie cadute, per rimettere lo sguardo al centro delle cose.
Ci racconti l'esperienza attoriale in Zoè, il film del regista astigiano Giuseppe Varlotta?
Mi ha convinto Beppe che è un mio caro amico da anni, ma il cinema normalmente mi annoia un po', devo essere sincero, perché tende un po' a congelare la vita, a bloccarla. O si fa un cinema - come Fellini - dove congeli i sogni e vedi come la gente di quel momento storico lì sognava, oppure il resto mi blocca un po' la vita. L'idea di rivedermi dopo un anno... non mi riconosco. A parte questa mia congettura è stata una bella esperienza, mi sono divertito, ho lavorato con persone molto intelligenti come Baccini. Il cinema generalmente ha questa possibilità di catturare la vita e di fermarla dentro una pellicola, che ... Ti faccio un esempio: adesso ho lo spettacolo, piove, forse non ci staremo tutti nel tendone: come mi relaziono con la pioggia? Posso collegarmi alla vita che capita, mi viene in mente il fango che è il gioco più antico del mondo, quello della scultura, del dio creatore, dei bambini. Mi piace che un oggetto possa diventare altro, che segua l'emozione, il cinema invece mi chiude, mi ingloba, mi chiude in una scatola, a meno che non sia testimonianza, memoria.

11/4/2010 Paola Bologna - Casa del Teatro Ragazzi e Giovani

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