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Piemonte dal Vivo incontra Stefano Bollani, miglior jazzista europeo del 2007

Bollani

È giugno, ma, nell'avvicinarci alla piazza che l'estate di Pino Torinese dedica al suo Jazz Festival, a ricordarcelo sono solo i numerosi banchetti di ciliege appena colte incontrati lungo la strada. Il cielo è plumbeo, minaccia di piovere, qualcuno torna alla macchina per recuperare una giacca, e gli organizzatori hanno già provveduto a stendere teli su ogni cosa. Ci si chiede quanti daranno disdetta, scoraggiati dal maltempo, ma ancora una volta è la màlia che la musica porta con sé a rovesciare ogni pronostico: quando è ora di cominciare non c'è più posto a sedere, e non pochi sono coloro che approfittano del bar vicino per godersi comunque il concerto. A intervista conclusa, Stefano Bollani e I Visionari scaldano l'atmosfera fin dalle prove regalando a chi è già sul posto canzoni d'altri tempi, abbandonando i Beatles per Buscaglione, accennando Nilla Pizzi per poi passare ad un più leggendario Frank Zappa. In serata, però, è il jazz il vero protagonista del concerto tanto atteso, affidato alle mani sapienti di uno dei personaggi più amati e seguiti sulla scena musicale: vincitore dell'European Jazz Prize del 2007, è infatti Stefano a condurre il gioco conquistando a sé il pubblico presente grazie alla sua vena istrionica, ma soprattutto in virtù del nuovo repertorio eseguito insieme ai Visionari.

Cos’è il jazz? Come spiegheresti ad un bambino la sua specificità rispetto ad altri generi musicali?
Partirei dall'energia, sceglierei una porzione del jazz in cui essa risulti particolarmente evidente insieme all'entusiasmo – energia e entusiasmo sono le due cose che interessano di più ad un bambino – e poi gli spiegherei questa bella vicenda dell'improvvisazione. Qualsiasi bambino improvvisa, appena viene in contatto con uno strumento, poi invece viene educato a leggere solo una partitura e a rispettare un codice e quello che hanno scritto i grandi maestri. L'improvvisazione è la caratteristica principale di un bambino. Io mi ricordo che quando ho cominciato a suonare a sei anni cercavo di suonare delle canzoncine, ma cercavo anche di inventarle, per cui penso che si divertirebbero. Sarebbe, credo, un bel mezzo per educare i bimbi.
I tuoi bambini suonano?
I miei figli suonano. Mio figlio ha nove anni, Leone, è già un ex-batterista, ha smesso da quattro anni. Ha fatto cinque lezioni e poi ha detto: “Ormai ho imparato!” e non c'è stato più modo di continuare. Frida ne ha quattro, ma canta e suona il piano con una bella grinta.
Il jazz di solito divide le acque: o lo ami o lo odi. Tu in questo senso sei un po' un'eccezione, riesci a raggiungere pubblici molto diversi tra loro: credi che il merito di ciò sia da attribuire al tuo stile eclettico, alle tue doti di intrattenitore, o al fatto che sei tu il primo a divertirti?
Bhe, c'è il lato teatrale, che è emerso soprattutto in occasione di collaborazioni con la Banda Osiris o grazie alla partecipazione televisiva da Arbore che ha attratto molta gente: è un ottimo canale pubblicitario, vedi aumentare il pubblico in sala, ma se quelli che vengono al concerto poi non si divertono perché si aspettavano un comico (perché da Arbore ad esempio avevo fatto le imitazioni) la volta dopo non ci tornano. Quello che mi è piaciuto è vedere che il pubblico è rimasto.
C'è un processo in atto per cui in Italia il jazz riceve sempre più attenzioni dai mass media, vede moltiplicarsi i concerti, i festival dedicati, le riviste e i siti web. Il dubbio però resta: è difficile vivere di solo jazz? E a cosa ci si affida? La vendita dei dischi è solo un veicolo promozionale per l'attività live o è un sostegno concreto all'attività artistica?
Di dischi non si vive, non vive nessuno. Si vive di concerti. Si può vivere di jazz, oggi, in Italia, non si poteva tempo fa: dobbiamo per questo ringraziare Franco Cerri, Gianni Basso, tutti quelli che hanno aperto la strada a questa generazione che si può permettere di fare solo l'artista, non di suonare nelle orchestre della RAI o di fare i turni in studio per qualche cantante. Non sono però in molti a vivere di solo jazz, ma d'altronde non sono in molti a vivere di sola poesia, di romanzi etc etc. La realtà è questa.
Hai collaborato e collabori con alcuni dei più grandi personaggi del panorama Bollanimusicale mondiale - da Caetano Veloso a Pat Metheny, da Enrico Rava a Paolo Fresu – e grazie alle tournée, ai premi ricevuti, alle diverse esperienze cui ti dedichi giri il mondo e hai la possibilità di confrontarti con prassi, regole, strutture, organizzazioni differenti. Cosa potremmo mutuare dall’estero per migliorare il sistema musica italiano?
Quasi tutto. Di solito si prende come esempio la Francia per dire che si occupa di cultura. Io per fare l’originale parlerei della Scandinavia: lì c’è un’attenzione incredibile alla musica, lì le persone sono anche degli amatori. Uno che fa l’avvocato, o l’infermiera, poi suona uno strumento e il giovedì sera si incontra con gli amici per suonare un quartetto di Schubert o a cantare i cori di Hendel. Questo da noi non esiste. O sei un professionista oppure non suoni uno strumento. Dovremmo credo prendere questo ad esempio, l’educazione musicale.
Enrico Rava è stato un po’ il tuo mentore, il tuo trampolino di lancio: c’è qualche giovane musicista cui vorresti restituire il piacere e l’onore?
Decisamente questo gruppo che suona con me stasera, i Visionari. Sono giovani dentro, sono tutti miei coetanei - Mirko Guerrini (sassofoni, flauto), Nico Gori (clarinetti, sassofoni), Ferruccio Spinetti (contrabbasso) e Cristiano Calcagnile (batteria) – e mi piacerebbe che guadagnassero in visibilità. Si sono già esibiti con questo gruppo in parecchie città del mondo e vedo che la gente si ricorda di loro.
Com’è nato il tuo grande amore per la canzone?
Sin da bambino. Io credo che scrivere una canzone sia un mestiere di una difficoltà enorme. Condensare in tre minuti un’emozione, un’immagine, una storia, è l’abilità dei poeti. Chi riesce, poi, musicalmente, a vestire una poesia del genere, con lo stesso tipo di intensità, ha la mia più enorme ammirazione. Mi piace cantarle, mi piace ascoltarle, mi piace suonarle proprio perché non so scrivere canzoni.
Hai fatto un lavoro sui Fiori Blu di Queneau: lo hai scelto perché è un romanzo jazz?
E’ un romanzo jazz nel senso che è un romanzo, come quelli di Calvino, in cui c’è una struttura molto pesante all’interno della quale i personaggi si muovono improvvisando. In questo senso mi ha sempre ispirato. Quando ho scritto il mio primo romanzo La sindrome di brontolo, avevo in mente quel tipo di idea. Inventare una struttura molto precisa con dei giochi a incastro, in cui poi poter fare improvvisare cinque personaggi. Era come avere cinque temi o cinque dita di una mano.

domenica 15 giugno 2008, Paola Bologna

Bollani in concerto
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