Piemonte dal vivo incontra Il teatro ragazzi raccontato da Silvano Antonelli: ci vuole un filo fino alla luna
Incontriamo Silvano alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani poco dopo una delle riunioni preparatorie per Avignon Off 2011 - Farandole à l’italienne cui parteciperà con lo spettacolo Storia di un palloncino. Ad accoglierci sono l’azzurro orizzonte della sua camicia di scena e quel palloncino “che c’è dentro ogni testa”, che tiene legato al dito per tutta l’intervista, quasi a non voler smarrire il senso del proprio andare. Il Dizionario dello spettacolo ci ricorda che è "fondatore e direttore artistico della Compagnia Teatrale Stilema di Torino” e che “ha realizzato alcuni degli spettacoli più originali del Teatro-Ragazzi italiano, dove la soave lievità dell'infanzia è raccontata con accenni di grande immediatezza e ironia". Lo incontriamo per saperne di più della sua idea di animazione teatrale e di teatro, e insieme a lui cerchiamo un filo cui affidarci per la comprensione dell’evoluzione dell’ecosistema Teatro Ragazzi negli ultimi trentacinque anni, anche se “scappa e vola in alto tanto/poi ripensa a tutto quanto/su e giù vuole restare/non sa proprio come fare…”
- Sei un geometra di Ferrara che è arrivato ad essere una delle voci del Dizionario dello spettacolo del 900. Raccontare la tua storia è un po’ come ripercorrere quella dell’animazione teatrale prima, e del teatro ragazzi poi. Vuoi aiutarci a ricostruire il tuo percorso e, insieme, l’evoluzione di questo “piccolo mondo nato nelle periferie delle grandi città”?
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A me è successo nel ’74 - avevo 19 anni - di essere catapultato, travolto da quello che allora si chiamava teatro ragazzi, animazione: tutte cose che stavano cominciando. L’ho sempre considerata una fortuna. Allora a Torino c’era Gian Renzo Morteo che aveva la prima cattedra italiana di Storia del Teatro, e che rifletteva molto su queste cose. Era il traduttore italiano di Ionesco e di altri autori di teatro dell’assurdo, ma io l’ho visto venire al saggio di fine anno di una terza elementare di Rivalta, da solo, per vedere “dove c’era il teatro”. Moltissimi - in questo quartiere tra l’altro, Santa Rita - andavano a cercare un modo di fare teatro con i bambini e poi provavano a tradurlo in spettacoli e feste teatrali. Era un’attività intensa e quotidiana, che riservava molta attenzione ai contenuti. Quello che a me appassionava tantissimo era il linguaggio: come facevi a far aprire la bocca in un moto di meraviglia a un bambino di tre anni e a richiudergliela dolcemente dopo tre quarti d’ora. Questo acquisire una sorta di empatia teatrale, trovare dei linguaggi da condividere è sempre stata la cosa che mi ha appassionato di più.
- Hai cominciato con il Teatro dell’Angolo per poi uscirne…
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Ho cominciato nella compagnia in cui Giovanni Moretti aveva messo insieme un po’ di giovani. Una decina d’anni dopo ne sono uscito, senza aver litigato con nessuno, perché mi interessava continuare quel lavoro lì, mentre mi sembrava che un certo teatro ragazzi (e lo dico con rispetto di molte esperienze e con molta ammirazione, anche dello stesso Teatro dell’Angolo) crescendo si strutturasse molto, ed era come se quello che tu facevi e l’effetto che aveva sul mondo avessero in mezzo un materasso di 3 metri di gommapiuma. Io volevo stare un po’ di più nelle trincee: portare avanti un teatro che cerca di costruirsi un rapporto quotidiano con i bambini e con i genitori, pensando che i bambini sono uno tra i tanti attori sociali e che quindi si possa pensare di dare voce anche a loro. Dopo di che non c’è mai stato un intento per forza educativo, pedagogico, psicologico: era cercare di fare il Teatro. Cercare di fare il teatro, certo, aveva tutte delle valenze collaterali, anche importanti, ma l’intento era quello di essere dei cittadini che si rapportavano ad altri cittadini. Io penso che il teatro ragazzi sia una delle poche esperienze, nel suo piccolo e nei suoi piccoli numeri, che abbia cercato di dare voce a un pezzo di società che altrimenti difficilmente ha voce.
- Intorno ai bambini poi ci sono i genitori…
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Quello che mi ha stupito negli anni e che in questo momento è un fenomeno imponente - anche se nessuno se ne accorge - è il teatro per famiglie. È un teatro che sicuramente ha sempre avuto un rapporto con la scuola, ma è singolare come tutte le repliche teatrali programmate per le famiglie – a cui bisogna andare apposta coi bambini, alle otto e mezzo del venerdì, che bisogna dar loro da mangiare prima, sai che dopo quando han finito si addormentano, dovrai portarteli in braccio, se ne hai due è un disastro - siano piene. Questo probabilmente è un fenomeno carsico, sotterraneo, probabilmente ci sono delle esigenze di vivere insieme dei momenti tra adulti e bambini, che non siano solo guardare la televisione (operazione che comunque fatta con i debiti modi non è da demonizzare).
- Ti è sempre piaciuto fare degli esperimenti, anche all’asilo nido…
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In certi periodi ho fatto esperimenti anche con bambini molto piccoli, coi bambini del nido: Storia di un palloncino – lo spettacolo che andrà adesso ad Avignon Off - un po’ ne risente, perché coi bambini del nido non hai modo di barare, perché lì o c’è l’emozione pura o loro fanno altro. E lì allora vedi che certe cose che a noi sembrano sovrastrutturali, con loro trovano la ragion d’essere. Io una volta sono entrato in un nido vestito in pigiama, senza dir niente (nei nidi, negli anni ’80, il personale era quasi solo femminile, quindi era strano che entrasse un uomo un po’ corpulento con un cuscino). Semplicemente cercavo un posto dove dormire, ma non disturbavo granché. A un certo punto mi son messo in un angolo e ho tirato una riga con un nastro da pacchi: non c’è un bambino che abbia superato quella linea finché io non l’ho detto. E noi che pensavamo che il palco fosse solo per essere visti meglio… I bambini del nido stanno ad una distanza dallo spettacolo, relativa a quel che riescono a sopportare dal punto di vista dell’emozione, per cui c’è quello che sta là in fondo e guarda di striscio, o quello che fa finta di fare altro. La differenza tra il ridere e il piangere nei bambini piccoli è piccolissima, e questo vale per tutto. Li vedi proprio che quando alzi la voce, tutte le schiene vanno all’indietro, e se poi cambi tono, con la voce bassa, tutti vanno avanti. Io li ho fatti andare in barca 10 minuti, perché mi piaceva andare a vedere dove li emozionavi.
- Nel tuo Per una nuova animazione teatrale parli di passaggio dall’artigianato al supermercato, di un cambiamento del ruolo degli insegnanti, di un diverso approccio delle nuove generazioni di attori. Occuparsi del teatro ragazzi oggi cosa vuol dire?
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A una domanda così io non so rispondere, perché uno è sempre lì che cerca e per fortuna non trova mai niente. Io resto comunque per principio più curioso del futuro che nostalgico del passato, questo lo devo chiarire. In quel documento lì scrivevo che mi sarebbe piaciuto vedere come occhi più giovani, sposando un metodo, potessero interpretare teatralmente la realtà. Ci sono delle sensibilità differenti, c’è un dato anche proprio strutturale: il teatro nel quale io ho cominciato era un teatro di gruppo, quindi ti consentiva di fare per molto tempo una cosa specifica. Soprattutto all’inizio, io ho visto migliaia di bambini, migliaia, migliaia. C’è stato un periodo in cui non avevo ancora la patente e andavo a fare tre ore di animazione a San Mauro al mattino e tre ore a Gassino il pomeriggio, trovandomi al ponte di Sassi con Luigina D’Agostino (N.d.R. animatrice e attrice della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani onlus) che portava due etti di prosciutto e mangiavamo sulla sua Cinquecento e poi andavamo insieme a fare quelle altre due ore di animazione, tre classi lei, tre classi io. Le cose migliori succedono al pomeriggio alle tre e mezza, quando non ne puoi più, i bambini hanno le cotolette impanate sullo stomaco, vorrebbero distruggere la scuola, e lì, per salvarti la vita, trovi una cosa che poi finisce per far parte del tuo repertorio.
- In quel periodo storico c’era un’esigenza sociale ben precisa…
- Evidentemente, conteneva il fatto che c’erano paesi dove si era passati da tre cascine a tremila abitanti nel giro di tre-quattro anni. Tradurre quello in una forma fruibile di teatro era una cosa estremamente affascinante. Certo, poi nel tempo ci si specializza, quindi ‘inventi’ delle tue grammatiche, delle tue poetiche, dei tuoi modi di fare e cominci a costruire gli spettacoli con certe mentalità, con certi stili. Morteo aveva scritto in L’animazione come propedeutica al teatro che l’animazione sta al teatro come la contrattazione al contratto, cioè prima si discute e lo spettacolo è il mettersi d’accordo: quella cosa lì forse un pochino si è persa perché è come se si fosse specializzata da un lato l’animazione e come se, dall’altro, il teatro fosse un po’ tornato ad essere il confezionare delle cose. A me piace pervicacemente provare ancora a cercare di tenere collegate queste due cose: il fatto di frequentare dei bambini e tradurre questo nel fare degli spettacoli.
Il teatro ragazzi raccontato da Silvano Antonelli – seconda parte
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