Regione Piemonte - Sito Ufficiale

Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

Sommario:




La poesia a braccio tra tradizione e innovazione

Valter Giuliano intervista Paolo Santini e Alessio Ruggi, poeti pastori

Sono tornato per incontrali, i poeti pastori; per comprendere qualcosa in più della loro magica passione.
Rieti ci accoglie con una corrente fredda che avvolge ogni cosa.
A metà della strada della via principale che sale alla piazza del Comune, il vicolo San Rufo si apre sulla destra. Ci dirigiamo infreddoliti verso l'insegna discreta del ristorante "La Lampara", aperta solo per noi , rifugio per i nostri appetiti corporali e spirituali: entrambi saranno soddisfatti per quantità e qualità.
Al tavolo Paolo e Alessio siedono davanti al bicchiere di vino che fa da aperitivo.
Sono loro i nostri Testimoni (pdf 336Kb)

Paolo Santini, classe 1966 è originario di Posta, sulla Salaria, ma risiede a Leonessa dove ha trovato la moglie che gli ha dato due figli, di quattro e otto anni. Di mestiere fa, insieme al suocero l'impresario edile.
Ha imparato a cantare frequentando gli anziani, ma soprattutto Pietro De Acutis, un maestro riconosciuto che di lui dice " è bravo, piacevole, a volte riesce a fare cose incantevoli, raggiungerà grandi livelli". Alessio Ruggi ha 48 anni e vive e lavora a Terzone dove svolge attività diversificate con un negozio di prodotti e macchine agricole, una pompa di benzina, un'azienda agricola che produce latte e pecorino di qualità. Ha tre figli, due maschi gemelli e una femmina. Anche di lui si dice un gran bene come poeta, anche se gli rimproverano qualche scivolata sull'endecasillabo..."Quando si canta, se sbagli tu lo sai, ma capisci anche, dalla faccia di chi ti sta a sentire, che se ne è accorto. Perché ti fanno l'analisi, ti contano le sillabe", commenta divertito.

Chiedo se si sentono gli ultimi epigoni di una tradizione destinata alla sconfitta culturale e alla scomparsa...
Paolo è sereno: "Ultimamente la tradizione è in ripresa. Ci sono ragazzi che si stanno interessando. Hanno cultura, vena poetica. La cultura è importante, perché aiuta a fare la sintesi, a riempire la rima di argomenti, di effetti. La poesia è un tessuto che devi valorizzare al massimo con i ricami. Certo ci vuole anche l'allenamento, perché non è semplice rendere poetico il messaggio che intendi dare. Nasce dalla capacità di vivere fino in fondo quella sensazione particolare in quel momento preciso. Una sorta di magia che neanche tu immaginavi: perché la rima ti prende, di porta a delle combinazioni, a degli incastri, che non avresti mai pensato di poter ricamare". Aggiunge Alessio: "Essere poeta non è questione di un semplice passaggio da padre in figlio. E' una vocazione che parte da una base di spontaneità e che poi, da autodidatta, va coltivata. Non c'è una scuola che ti prepara anche se è chiaro che frequentando chi esercita da tempo quest'arte, ti perfezioni".
L'origine tuttavia viene riconosciuta nei grandi poemi della tradizione...
Paolo ammette: "Certo abbiamo letto e leggiamo anche le poesie. Non necessariamente quelle che sempre vengono indicate, l'Ariosto, il Tasso.. Questa fu l'origine della nostra tradizione, anche se io nella poesia cerco altre cose." Alessio conferma: "Quando cominciai, all'età di 14, 15 anni, si facevano certe serate in cui il dibattito andava avanti tutta la notte proprio sugli episodi e i personaggi appartenenti all'Orlando Furioso, all'Erminia tra i pastori... I classici cavallereschi qui hanno insegnato a scrivere e a parlare a tante persone... Alla fine, allora, diventava vanto cantare, la sera, in osteria, le storie che si erano lette. Si avevano, addosso, gli occhi sgranati e attenti di tutti, con una gratificazione che compensava l'impegno E allora si continuava a leggere per poter continuare a stupire".
La tradizione si è dunque rinnovata...
"Ha cambiato riferimenti: ora nasce dalle problematiche quotidiane. E' lì che nasce il canto vero, spontaneo... In questo - racconta, riflessivo, Paolo - si possono distinguere coloro che hanno mestiere dagli altri. Beh, qui si ritrovano le stesse emozioni di D'Annnunzio, poeta della costa pescarese".
Paolo sottolinea che è quello più recente, il filone destinato ad affermarsi:"Anche se oggi ci sono alcuni mestieranti, degli attori, per i quali la poesia a braccio diventa una sorta di mestiere come un altro, fatto di finzione, di interpretazione. Uno che non è abituato non se ne accorge, ma noi sì. Perché diventano poesie costruite, non sofferte, sempre perfette, senza errori, imperfezioni. Si capisce che sono preparate e a volte variano solo i nomi dei luoghi, adattati di volta in volta, su una base consolidata".
E cita alcuni esempi precisi, attribuiti a episodi e protagonisti altrettanto precisi, per poi commentare:"Sono cose che l'improvvisatore scatenato, che è capace di far durare il canto, la poesia a braccio, anche una nottata intera, non può fare, perché prima o poi gli finirebbero questi schemi. Nel primo caso c'è l'autodidatta che ha abbracciato lo stile colto, che ha uno spessore straordinario e che per questo si fa apprezzare. Ha la capacità di trasmettere lo stesso concetto in tre parole; ma c'è il rischio che ti arrivi freddo...
E dunque diventa più poetico il messaggio di uno che parla in dialetto e ti fa capire una cosa in maniera genuina, calda. Chi è meno istruito e dunque non viene trasportato dai modelli letterari, a volte è più geniale di chi ha letto molto. Se trova la serata giusta, sa dare fondo all'ispirazione, sa essere geniale per le invenzioni che propone. Ma queste sono, evidentemente, considerazioni personali che ho maturato nel tempo".
In quanti continuano a praticare la tradizione?
"Adesso saremo una trentina, sparsi tra una decina di località, nei comuni di Leonessa, Posta, Bacugno, Amatrice, Borbona; poi bisogna scendere verso Roma o nella Toscana, oppure verso l'Abruzzo che confina con noi: Campotosto, Mascioni, Poggio Cancelli. Bisogna ripercorrere le antiche strade della transumanza. Da qui si faceva verso la campagna romana, nell'agro pontino. Dagli stazzi abruzzesi, probabilmente da Campotosto, scendevano quaggiù e poi il tratturo lungo la Salaria andava a Roma...
Non a caso la capitale fu il riferimento per tutto il movimento dei pastori poeti e del canto a braccio. Ad esempio, la "Festa de Noialtri", fatta in Trastevere, era seguita da tutti e là tutti sapevano le cantate. Le osterie di Campo de' Fiori, finita la festa, erano piene, con nottate infinite in cui i poeti la facevano da padroni. Quello spirito oggi non c'è più. Allora era una specie di "Festival di Sanremo" dei poeti pastori. Nel 1973, al Palacongressi dell'EUR, fu addirittura organizzata una presentazione di tutta la poesia a braccio. Andò addirittura sul "Corriere della Sera"...".

Andrebbero avanti all'infinito. Peccato che la serata non sia una delle loro, con le sfide a improvvisare, perché mi sembra siano, a questo punto, davvero ispirati. Quando dico loro del progetto di una serata del canto a braccio con Roberto Benigni cui stiamo lavorando nell'ambito della manifestazione "Torino capitale mondiale -con Roma- del libro" mostrano i muscoli: "sarebbe straordinario confrontarsi con lui; è un grande, ma se si fa la gara, possiamo anche vincere..." Fuori, una brezza gelata scende più fredda che mai dalle montagne che fanno corona a Rieti. Se non fosse per questa, Paolo e Alessio sarebbero capaci di sfidarsi qui, tra le vie deserte del centro storico. Invece salgono in auto e nella notte tornano alle loro valli e alla loro poesia. Anna Paola e Tito tornano a casa e noi ci rifugiamo nella camera d'albergo che affaccia sul Velino e guarda al Terminillo gelato nella neve dell'inverno, con la convinzione che la poesia, magari non potrà cambiare il mondo, ma se tutti avessimo maggior confidenza con la poesia, il mondo potrebbe forse cambiare in meglio.

Estratto dall'intervista di Valter Giuliano




e-mail: pdv@regione.piemonte.it

Regione Piemonte Home Page