"Il grande Virginio Di Carmine, è persona che ha molto mestiere.
Avrà fatto, a mala pena, le elementari, eppure se lo senti, scrive in un modo accademico: lui quando prende un libro non lo legge, lo apre, ne scova ogni significato più profondo, si sofferma sui particolari più nascosti. Ha dei canoni estetici tradizionali, un telaio, su cui costruisce il suo canto. Lavora tutelato dalla sua grande conoscenza poetica.
Pochi nella storia del canto a braccio sono arrivati al livello di Carmine... Sarebbe stato un gran poeta se ne avesse avuto le possibilità. L'ambiente, la natura, gli hanno fatto percepire emozioni particolari, senza le quali non avrebbe fatto quello che ha fatto in termini di poesia..."
Sono salito, per sentire i poeti pastori depositari del "canto a braccio", nella terra che li alimenta.
L'auto corre veloce oltre le gole del Velino in un paesaggio quasi consueto. Terre altopiane, con attitudini quasi alpine, nel cuore di un Appennino che viaggia tra i 900 e i 100 metri della valle del Velino per congiungere l'Alto Lazio con l'Abruzzo. Terre di transumanza, di tratturi, di fatiche, di sudori, di umiliazioni, di solitudini. Terre di pastori. E di poeti.
Uno dei cavalieri riconosciuti della rima in ottava è Virginio Di Carmine, classe 1929, nato a Cornillo Nuovo di Amatrice. E' lui la stella della serata. Tra i viventi è probabilmente il più bravo e completo. Con lui possono competere Bernardino Perilli, Rinaldo Adriani, Fortunato Aloisi... Poi c'è una schiera di giovani, che aspirano alla successione. "Era "biscino", il grado più basso nella gerarchia del mondo pastorale - mi racconteranno Alessio Ruggi e Paolo Santini - e si è dedicato alle letture, allo studio dei classici, dei grandi poemi cavallereschi. Nella poesia ha trovato un riscatto". Virginio non c'è ancora. E fino a quando non giunge, non si può iniziare.
Anche questo è rispetto.
Virginio finalmente compare. Benchè malato, ha struttura fisica possente, avvolta in una mantella scura, che gli attribuisce una vera immagine da patriarca. Ora tutto può avere inizio, e le rime si rincorreranno veloci, competizione poetica che fa nascere un incanto che sembra destinato a non spegnersi mai. L'ultimo pezzo è quasi un testamento, un passaggio di testimone, in cui il maestro riconosciuto incoraggia ed investe delle responsabilità di continuare una tradizione di cultura popolare il più giovane che stasera "canta" con loro.
Qualcuno, in rima, ne ha prima sottolineato un errore. Di Carmine, sempre in rima, ne ha prese le difese e lo incoraggia ad andare avanti. Non solo per questa sera: la sua è una sorta di "benedizione" perché continui la tradizione della poesia a braccio. Tutto intorno c'è commozione. Con mestiere, ma senza dubbio con sincera partecipazione, il maestro riconosciuto ha saputo creare un momento speciale e ha saputo scandire il naturale passaggio tra generazioni. E in fondo ci dice che il dialogo serrato di strofe, spesso canzonatorie e irriverenti, a volte di sublime poesia, rappresenta un segnale forte per la comunità che è tale solo se permane un cemento fatto di sentimenti condivisi, di ideali, di valori, di storie, che vengono da lontano e che trovano sempre il loro futuro.
Virginio Di Carmine non c'è più. Se ne è andato nel maggio del 2006.