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CACCIA - Il lupo e i selvatici
Bepi Audino
All’alba di un mattino dell’ottobre scorso mi trovavo sui confini del Parco dell’alta Valle Pesio e Tanaro, accanto ad un cacciatore a cui era stato concesso l’abbattimento di una femmina di capriolo.
Avevamo sott’occhio 11 caprioli di varia età e sesso, tra cui 2 femmine e un maschio adulto a non più di 200 metri. Gli animali sembravano decisamente più interessati all’osservazione di qualcosa che si trovava sotto di loro, in una conca per noi invisibile, e non badavano minimamente a noi.
Ad un tratto, improvvisamente, un lungo, profondo ululato riecchieggiò nel vallone.
I caprioli immobili continuavano ad osservare verso il basso con le orecchie tese; un secondo, più lungo ululato si fece udire. Potevo notare nel cannocchiale a 40 ingrandimenti la tensione degli animali, le loro orecchie rivolte verso la sorgente del supposto pericolo.
Il cacciatore esitava, guardava interrogativamente verso di me che non osavo parlare per timore di rompere l’incantesimo.
I caprioli, scattando all’unisono, le due femmine in testa ed il maschio a chiudere la fuga, superarono la cresta e si persero tra gli ontani.
Il cacciatore tornò verso di me, visibilmente turbato. Mi disse che l’emozione provata nel sentire il lupo valeva bene un’occasione perduta.
Credo che quanto ho raccontato possa sintetizzare il rapporto di odio - amore che lega il lupo e i cacciatori.
I popoli primitivi, cacciatori per necessità, hanno da sempre visto nel lupo un concorrente, un rivale, lo hanno perseguitato, temuto ma anche rispettato, venerato, adorato, riconoscendogli un’abilità e una lealtà di fondo, riconoscendolo in sostanza molto simile a loro.
E in questa somiglianza va cercata la volontà di mitizzarlo, di farlo assurgere ad animale simbolo, a feticcio.
Indiani, eschimesi, popoli delle steppe asiatiche hanno cacciato e continuano a cacciare il lupo vedendo in lui un potenziale fruitore delle risorse a loro destinate.
La riduzione di un competitore ammissibile e giustificata nelle loro culture in quanto la caccia è la base, o quasi, della loro esistenza; dalla caccia dipende la disponibilità delle loro risorse alimentari.
Il nostro contesto sociale, la nostra situazione economica, in Italia e nell’Europa Occidentale, pongono l’uomo cacciatore in una posizione diversa nei confronti del lupo.
Il predatore, faticosamente sopravvissuto nei decenni passati e in ripresa a partire dagli anni ’70, da quando cioè è stato inserito nella lista degli animali particolarmente protetti, è da considerarsi attualmente in una fase di espansione di areale, sicuramente favorito dall’abbondanza di ungulati selvatici, cinghiale e capriolo, in particolare, ormai diffusi su tutta la catena appenninica e sull’intero arco alpino.
Ovviamente il lupo entra in diretta competizione con il cacciatore, o forse è vero il contrario, comunque è riconosciuta l’utilità, il ruolo di controllore dello stato di salute delle popolazioni selvatiche svolto dai predatori, in particolare da quelli che cacciano inseguendo le prede e non solo con l’agguato. Ad onor del vero i lupi in branco adottano entrambi i sistemi. La loro azione predatoria è selettiva nei confronti delle specie meno idonee all’ambiente (è il caso del muflone) relativamente più abbondanti (il cinghiale) o in difficoltà in

Lupo in agguato verso un capriolo


determinati momenti stagionali (capriolo o cervo durante periodi di forte innevamento). Lo stesso camoscio è predato in misura significativa, anhe se con minor frequenza rispetto ad altre specie.
Nel Parco del Mercantour, la base alimentare della specie lupo è infatti costituita dal muflone, specie autoctona reintrodotta per scopi venatori, ma al secondo posto compare il camoscio, specie autoctona e sicuramente perfettamente adattata all'ambiente.
Va considerato che popolazioni di animali selvatici non più abituati alla predazione impiegano un certo numero di anni per «riabituarsi» a comportamenti di fuga idonei ad evitare la potenziale minaccia e pertanto, in questa prima fase, l’impatto della predazione si fa sentire in modo decisamente pesante.
In merito al regime alimentare, da analisi delle feci raccolte sulla cordigliera cantabrica, effettuati da F. Brana, J.C. Del Campo e G. Palomero (1982) si rilevano le seguenti proporzioni: animali domestici e selvatici di media e grande taglia sono pari all’80,72% della dieta, di cui ugulati selvatici pari al 39,76% con predominanza di capriolo (31,32%), cinghiale (6,02) isard, camoscio pirenaico, (Rupicapra rupicapra parva) (2,41%).
In altro settore della cordigliera cantabrica, nettamente meno popolato da greggi e con assenza di isard, la dieta del lupo contempla soltanto il 19,15% di bestiame domestico a fronte di un 55,32% di caprioli e cinghiali, e un 21,28% di carnivori, cani soprattutto.
Si calcoli che secondo F. de Beaufort (1990) del Museo di Storia Naturale di Parigi, il fabbisogno alimentare di un lupo adulto di taglia media, 30 kg., viene calcolato in 37,5 capi «equivalenti - pecora», ma tale fabbisogno non tiene conto che sovente, per varie cause, tra cui predomina il disturbo da parte dell’uomo, non viene consumata completamente la carcassa della preda, di conseguenza tale fabbisogno deve essere aumentato di almeno il 20/30%.
Va considerato quindi un probabile consumo di circa 50 capi ungulati pro capite annui.
È ovvio quindi che il prelievo operato da lupi su un popolamento di animali selvatici può diventare significativo e in certi casi può ridurre sensibilmente la quota di selvatici destinata al prelievo venatorio.
Sicuramente la presenza di lupi rende gli animali selvatici nettamente più diffidenti, ne aumenta le distanze di fuga, ne riduce la permanenza nelle zone più facilmente percorribili dal predatore. Ovviamente tutto questo si traduce in una maggior difficoltà di prelievo da parte del cacciatore, ma questo fatto va anche visto positivamente alla luce di un maggior impegno e quindi di una maggior soddisfazione dell’esercizio venatorio.
Va precisato che le frange più illuminate dell’universo venatorio italiano considerano auspicabile una convivenza tra il lupo e l’uomo cacciatore, ne fa fede l’adesione, da parte della Federcaccia cuneese e di alcuni comprensori alpini, al fondo di solidarietà per il pagamento dei danni da lupi al bestiame domestico. Lo stesso Presidente dell’Unione Nazionale Cacciatori zona Alpi, Bruno Vigna, sentito in proposito, vede nel ritorno del lupo un «marchio di qualità» al sistema di gestione venatoria dell’arco alpino, in quanto la politica di regolamentazione dei prelievi e delle reintroduzioni di ungulati selvatici ha permesso il ritorno dei predatori.
In merito alla supposta pericolosità del lupo nei confronti dell’uomo, pericolosità per altro abbastanza remota nei confronti di chi adeguatamente equipaggiato e armato affronta le solitudini alpine, ricordiamo, che molti tra i cacciatori affrontano viaggi in ogni parte del mondo proprio per cacciare in ambienti popolati da predatori potenzialmente pericolosi ed aggiungere così un pizzico di rischio all’avventura.
 
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