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PREDAZIONE - Gli ovini in Valle Stura di Demonte
Antonio Brignone / Stefano Martini / Raffaella Musso

La Valle Stura di Demonte, in provincia di Cuneo, si estende per una sessantina di km, da Borgo San Dalmazzo sino al Colle della Maddalena, che segna il confine con la Francia.
Una comoda via di transito, la statale n. 21, l’attraversa superando i centri più importanti e prosegue nella vicina valle dell’Ubaye, consentendo di raggiungere la Provenza, un tempo terra di emigrazione per molti montanari delle valli alpine. Coloro che la percorrono possono ammirare le numerose ed imponenti opere militari, costruite lungo l’intero asse vallivo per sbarrare il passo agli eserciti che, attraverso il Colle della Maddalena, discendevano la Valle per raggiungere la pianura Padana, che si sono ben conservate nel tempo e documentano gli eventi bellici verificatisi nei vari secoli.
Le attrattive naturalistiche, potenziate da un ambiente ancora incontaminato, disegnano per migliaia di turisti che ogni anno trascorrono le loro vacanze in questa valle, numerosi ed interessanti itinerari lungo i molteplici valloni laterali, percorsi da torrenti ricchi di acque e costellati da numerosissimi laghetti alpini, e tra boschi di abete, larice, pino, castagno e faggio che ricoprono i pendii della valle.
L’agricoltura che sino agli anni ‘60 rappresentava l’attività prevalente, con particolare attenzione alla coltivazione dei cereali, alla castanicoltura ed all’allevamento, continua a rappresentare un’importante fonte di reddito, soprattutto per quanto riguarda l’allevamento ovino.
La presenza infatti di numerosi pascoli anche a quote elevate rendono la valle il luogo ideale per l’attività tradizionale della pastorizia che, in questi ultimi anni, ha subìto un forte incremento dovuto al recupero della pecora sambucana, originaria della Valle Stura.
Il patrimonio ovino ammonta ad oltre 5.000 capi, di cui circa 4.000 di razza sambucana, distribuiti in un’ottantina di allevamenti collocati nei vari comuni della valle, in piccoli greggi che vanno dai 30 ai 300 capi.
In molte piccole borgate di alta montagna l’attività della pastorizia rappresenta l’unica possibilità di lavoro per i giovani che intendono continuare a vivere nel paese.
Alcuni fattori hanno determinato non solo la sopravvivenza ma addirittura il potenziamento dell’allevamento ovino oltre al lavoro di valorizzazione della pecora sambucana ad opera della Comunità Montana attraverso la realizzazione di varie iniziative.
Primo fra tutti il fatto che nei mesi estivi, secondo un’antica usanza, gli animali vivono in alpeggio senza custodia, il pastore infatti sale solamente bisettimanalmente per un controllo del gregge e per la somministrazione del sale, cosa che permette all’allevatore ed ai suoi familiari di dedicarsi all’attività agricola ed in particolare alla fienagione che, in alta montagna richiede molta manodopera e l’intera stagione estiva.
Si tratta poi di un’attività che può essere portata avanti dalle donne, lasciando agli uomini la possibilità di svolgere un altro lavoro, oppure anche realizzata part-time, in quanto un piccolo gregge composto da 20 o 30 capi può essere accudito in poco tempo.

La pecora «sambucana»
della Valle Stura

La pecora sambucana nata e allevata fin dai tempi antichi in Valle Stura, prende il nome da Sambuco, paese dell’Alta Valle, dove da sempre l’allevamento ovino ha rappresentato la possibilità di sfruttamento dei pascoli di alta quota.
Pascoli rocciosi, disagiati, pietrosi e ripidi, temperature rigide nei mesi primaverili ed autunnali, durante la notte hanno fatto sì che la pecora «sambucana» assumesse una rusticità che la rende particolarmente adatta all’ambiente in cui vive.
Dalla primavera fino al tardo autunno questo ovino vive sugli alpeggi di alta quota (2.000-2.500 metri) privo di custodia e di ricoveri e le frequenti nevicate fuori stagione non gli provocano danni. La sua grande agilità le permette di percorrere ripidi canaloni, scoscesi pendii, attraversare pareti rocciose seguendo intelligentemente «les draios» i sentieri scavati nella roccia per raggiungere le vette e brucare gli ultimi ciuffi d’erba particolarmente saporita. l lungo periodo invernale lo trascorre nell’ovile nutrendosi con solo fieno locale.
La pecora sambucana è un’ottima produttrice di latte, carne e lana.
Un tempo il latte era utilizzato quasi esclusivamente per l’alimentazione degli agnelli o per il fabbisogno familiare; oggi alcuni allevatori trasformano il latte eccedente in formaggio tipico locale «La touma», di sapore particolarmente gradevole.
La lana è di ottima qualità, molto fine e fitta, il filo è leggero e lucente e presenta una buona resistenza ad essere strappato.
L’agnello possiede un’ossatura molto piccola con una massa muscolare ben sviluppata, compatta e con assenza di striature di grasso filamentoso. Ha inoltre un sapore ottimo determinato anche dal tipo di alimentazione naturale somministrata alle pecore.
La pecora sambucana partorisce in giovane età e la sua carriera riproduttiva ha una buona durata. I parti sono distribuiti generalmente in autunno ed in primavera in numero di 3 ogni due anni e molto elevata si presenta la percentuale di quelli gemellari.

Un animale da valorizzare

Malgrado le notevoli caratteristiche di pregio presenti in questa razza ovina, essa ha subìto, a partire dagli anni settanta, un calo quantitativo notevole. Negli anni ottanta, infatti, in valle erano allevate in purezza circa duecento pecore sparse in quaranta o cinquanta allevamenti, su un totale di oltre cinquemila capi presenti.
I motivi di questo calo sono dovuti soprattutto all’incrocio della pecora sambucana con arieti di altre razze per ottenere un agnello di taglia più consistente, un po’ più pesante.
Questi scopi sono stati raggiunti, però si è notato una serie di svantaggi derivati proprio dal meticciamento; la struttura ossea è diventata più pesante, ma si sono verificati: una minore resa in carne, un netto calo qualitativo della lana, un incremento delle esigenze alimentari, una minore rusticità e quindi meno adattabilità all’ambiente.
A partire dal 1985 la Comunità Montana Valle Stura ha sostenuto un programma di lavoro tendente al recupero e alla valorizzazione della pecora in questione, al fine di trasformarla in fattore economico per coloro che in valle si dedicano all’attività dell’allevamento.
Il forte interesse degli allevatori per questa iniziativa di valorizzazione della razza ovina, tradizionalmente presente in queste zone, ha portato al coinvolgimento di tutte le forze esistenti in valle per la creazione, nel 1988, del Consorzio «L’Escaroun», che in lingua occitana significa piccolo gregge.
Attualmente il Consorzio conta una settantina di aderenti, che hanno dato vita a molteplici iniziative, tra le quali l’organizzazione di un centro di selezione degli arieti di razza pura,
destinati alla riproduzione.

Pecore
Pecore di razza sambucana


Il Centro è stato individuato nella borgata alpina
di Pontebernardo (frazione di Pietraporzio) e prevede la custodia, durante la stagione invernale, di una sessantina di arieti, che vengono poi distribuiti alle singole aziende per la monta.
L’iniziativa permette rispetto all’allevamento singolo, valutazioni più complete, tempestive e un rapido confronto tra i soggetti per quanto concerne l’aspetto morfologico. I futuri arieti scelti già alla nascita nei singoli allevamenti da parte del Comitato di razza, dopo lo svezzamento vengono acquistati dal Consorzio l’Escaroun e introdotti nel Centro, qui vengono sottoposti ai controlli sanitari e vengono come si dice in gergo tecnico «testati».
Una seconda iniziativa, la Mostra della razza ovina sambucana, è stata avviata nel 1986 nell’ambito della tradizionale Fiera dei Santi di Vinadio come valido strumento di stimolo per gli allevatori a migliorare i propri ovini.
È infatti un momento utile ad ogni allevatore per confrontare gli animali e valutare lo stato di selezione e di miglioramento raggiunto. Alla mostra che si svolge annualmente l’ultima domenica di ottobre partecipano circa 50 allevatori con un totale di oltre 300 capi.
Ai proprietari che espongono gli ovini migliori vengono consegnati riconoscimenti e premi, tra cui le ambite campanelle con il tradizionale collare in legno.
La buona partecipazione di pubblico favorisce la vendita, nelle macellerie locali, della carne dell’agnello e dell’agnellone (tardoun), sambucani, per i quali nell’anno 1992 è stato depositato il marchio di garanzia presso la Camera di Commercio di Cuneo.
È quest’ultima una delle tappe più importanti della commercializzazione della carne di agnello sambucano in quanto il marchio permette al consumatore di conoscere la qualità del prodotto acquistato.
Il Consorzio garantisce infatti che gli agnelli allevati dai propri soci e venduti nei negozi che espongono il marchio dell’agnello sambucano si nutrono con il latte di pecore alimentate esclusivamente con fieno prodotto in loco ed erbe fresche degli alpeggi.
Sempre nello stesso anno il Consorzio per la valorizzazione della pecora sambucana, «L’Escaroun» ha avviato la vendita in forma associata della carne di agnello sambucano, attraverso la creazione della cooperativa «Lou barmaset», che annualmente, commercializza oltre 2.000 agnelli provenienti dalle aziende ubicate nei comuni della valle.
Un impegno notevole è stato rivolto dalla Cooperativa al contenimento dei costi di trasporto, di macellazione e di consegna del prodotto. In particolare ha provveduto ad acquistare un mezzo di trasporto della carne macellata con cella frigorifera.
Al fine poi di valorizzare il prodotto lana il Consorzio si è impegnato su questo tema, in modo particolare per quanto riguarda la filatura tradizionale della lana, attraverso l’allestimento di mostre, la realizzazione di corsi, al fine di salvaguardare antichi usi che rischiano di scomparire.
I tentativi di valorizzare questo prodotto, che attualmente sul mercato ha un prezzo molto basso, si sono per ora limitati ad alcuni esperimenti con lanifici del Piemonte, che hanno permesso di determinare la buona qualità della lana delle pecore sambucane.
Nuovi esperimenti di lavorazione della lana sono in fase di realizzazione, in collaborazione con il lanificio Piacenza di Biella.

Il lupo in Valle Stura

Gli allevatori di ovini francesi d’oltralpe della zona del Parco del Mercantour, a partire dagli anni ‘90, hanno iniziato a lamentare aggressioni alle greggi da parte di lupi, che di anno in anno hanno provocato danni sempre maggiori.
In Valle Stura gli avvistamenti di canidi e le prime aggressioni agli ovini si sono verificati durante l’alpeggio estivo 1995, sui pascoli del vallone di Bagni di Vinadio e poi sono proseguite su quelli di Ferriere, del Vallone di Sant’Anna, di Pontebernardi e nel Comune di Sambuco.
Nei due anni successivi il numero di capi uccisi è considerevolmente aumentato (oltre 100 capi) e le aziende agricole più importanti della valle, con insormontabili difficoltà hanno dovuto abbandonare la pratica tradizionale del pascolo libero.
Come già sopra ricordato, la possibilità di lasciare gli animali liberi permetteva al contadino di dedicarsi, durante la buona stagione, alle attività agricole, con particolare attenzione alla produzione del fieno, utilizzato durante la stagione invernale per l’alimentazione degli ovini.
Il dover mutare completamente questa pratica, ben consolidata nei secoli, ha messo in grave crisi le oltre 80 aziende della valle, che traggono il loro mezzo di sostentamento o per intero o in buona parte dall’allevamento ovino.
Gli attacchi dei lupi scoraggiano gli allevatori e rischiano di vanificare i primi risultati positivi ottenuti in oltre 10 anni di lavoro, dalla Comunità Montana, dal Consorzio l’Escaroun e da tutti gli allevatori, che hanno favorevolmente influenzato l’economia della valle, rappresentando per molte famiglie l’unica possibilità di continuare a vivere in montagna.
Molte aziende agricole hanno manifestato l’intenzione, in caso non intervengano iniziative di tutela, di cessare la propria attività e d’altra parte gli allevatori non intendono che il problema sia risolto con l’indennizzo dei capi uccisi. Non dobbiamo infatti dimenticare che passione e legame affettivo hanno sempre contraddistinto il lavoro dei montanari nella cura dei loro greggi.
La presenza del lupo ha costretto i pastori della valle a trascorrere l’intera stagione dell’alpeggio accanto ai propri animali, sistemati in ricoveri di fortuna, in località in cui sovente non esiste neanche una misera via di accesso.
L’affetto e l’interesse che legano il proprietario alle proprie pecore è forte, ma sicuramente in queste condizioni non si può pensare ad uno sviluppo futuro.
In un recente incontro dei soci del Consorzio l’Escaroun un non più giovane pastore, proprio in una discussione sulla presenza del lupo, invitava i giovani che si avviano a quest’attività ad orientarsi su altre strade più sicure.
A questo punto ci chiediamo chi sostituirà le piccole aziende agricole nel prezioso compito di presidio del territorio e di salvaguardia dell’ambiente.

 
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