Alla
fine degli anni 60 il lupo é considerato ancora
specie cacciabile, anche se iniziano i primi allarmi per la sopravvivenza;
il Parco Nazionale dAbruzzo delibera di indennizzare i
danni arrecati al bestiame domestico allinterno del Parco.
Il 27/7/71 viene emesso il primo divieto temporaneo di caccia
al lupo, che nel 1976 si trasforma in divieto definitivo, con
labolizione dei bocconi avvelenati. La specie tuttavia
non é ancora considerata protetta. Sempre nello stesso
anno la nuova legge sulla caccia inserisce il lupo tra le specie
particolarmente protette.
Dal 1974 intanto le Regioni appenniniche emanano leggi per lindennizzo
dei danni. In questo anno nasce il Gruppo Lupo Italia, la prima
organizzazione di ricercatori ed esperti che inizia lattività
di raccolta dati su tutto il territorio nazionale, facendo capo
al Parco Nazionale dAbruzzo come sede ufficiale. Proprio
qui, a Civitella Alfedena, viene inaugurato il primo museo sul
lupo.
Risalgono agli anni 75-76 le prime ricerche biotelemetriche
(cattura di alcuni individui che vengono muniti di radiocollare
per seguirne gli spostamenti a distanza) e le stime di popolazione
regione per regione: la situazione risulta grave, soprattutto
per la distribuzione della specie su piccole isole geografiche
scollegate tra loro e distribuite solo sullAppennino centrale
e meridionale (stima approssimata di 100-120 animali). E
necessario mettere in atto misure che favoriscano la ricolonizzazione
lungo tutto il territorio appenninico, in modo da creare quei
"corridoi di passaggio" così importanti per
la diffusione di una specie.
Parte il progetto "Il lupo e loperazione S. Francesco"
ideato e attuato dal WWF Italia, che consiste in una capillare
opera di informazione e divulgazione su chi é veramente
il lupo e perché va protetto.
Tra il 71 e l 85 nel Parco dAbruzzo e in altre
zone dellAppennino avvengono reintroduzioni di ungulati
selvatici, che ormai da un secolo erano quasi estinti, fatta
eccezione per il camoscio dAbruzzo. Questo ha favorito
lentamente la diminuzione degli attacchi al bestiame domestico
e la sopravvivenza del lupo in inverno, quando la predazione
sugli ungulati é più facile per via della neve
(condizione che generalmente avvantaggia il lupo rispetto agli
ungulati).
Partono negli anni 80 i primi censimenti, che denunciano
una stima approssimata di circa 200 individui. Alla fine degli
anni 80 si parla di circa 300 animali e si osserva una
distribuzione molto più continua sulla dorsale appenninica,
fino alla presenza accertata agli inizi degli anni 90 anche
sullAppennino Ligure (abbattuti due giovani lupi nel 1992
nellentroterra di Genova).
Oggi si parla ottimisticamente di 500-600
lupi e la straordinaria novità é costituita dallaver
superato da parte dei lupi le tanto temute "barriere ecologiche"
tra Appennino e Alpi (autostrade, zone fortemente antropizzate):
sicuramente gli animali sono presenti nellentroterra ligure
di ponente, sulle Alpi Marittime (Parco Alta Valle Pesio e Tanaro,
Valle Stura), e nelle vallate montane della Provincia di Torino.
Dunque possiamo dir grazie allesperienza delle regioni
appenniniche e delle organizzazioni che vi hanno lavorato se
ora per noi é più facile studiare strategie e impostare
ricerche: si possono evitare errori e applicare esempi di esperienze
positive. Non bisogna trascurare il fatto, però, che la
situazione alpina é completamente diversa da quella appenninica,
e sarà interessantissimo vedere come si comportano gli
animali in presenza di una disponibilità di prede qualitativamente
diversa e come si comporteranno a loro volta le prede nellattuare
strategie di sopravvivenza.
A livello gestionale una situazione così recente di ricolonizzazione
risulta essere estremamente delicata e necessita di tutti gli
interventi possibili per trasformare una presenza "di passaggio"
in stanziale almeno nelle zone che presentano le caratteristiche
idonee: ambienti boscati, presenza di ungulati selvatici, assenza
di caccia. |

Il parco
d'Abruzzo e il WWF lanciano
la campagna "San Francesco" |
Parallelamente però bisogna garantire la sopravvivenza
delle attività economiche montane quali la pastorizia
e lallevamento, soprattutto ovino e caprino, che risentono
dellimpatto del predatore; a questo proposito sarà
indispensabile linserimento nella legge regionale sulla
caccia dell indennizzo dei danni arrecati dai predatori
al bestiame domestico.
Una corretta attività di informazione e divulgazione sono
poi la base di partenza, supportate dalle ricerche scientifiche
e dagli interventi previsti su appositi piani di gestione non
solo del lupo, ma di tutte le specie correlate.
Di tutto questo si stanno occupando a livello regionale una lunghissima
serie di Enti pubblici e privati quali i Parchi Naturali, le
Università, gli Assessorati regionali e provinciali, le
Comunità Montane, le Associazioni di allevatori e agricoltori,
i servizi veterinari, le associazioni protezionistiche. Unottica
finalmente globale e soprattutto di collaborazione, ciascuno
per il proprio ruolo e le proprie competenze.
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LA
COMPLESSITA DELLA GESTIONE FAUNISTICA
E
noto che la consistenza delle popolazioni di animali selvatici
é soggetta a fluttuazioni annuali dovute a cause naturali
(come la disponibilità di cibo, il rigore degli inverni,
le malattie, la competizione con altre specie) o allintervento
delluomo (ripopolamenti e prelievi venatori, interventi
di abbattimento selettivo, bracconaggio).
Ci sono infatti specie cacciabili, su cui é consentito
il prelievo venatorio (per esempio la lepre, il camoscio), specie
non cacciabili, su cui un area protetta può decidere
di attuare piani di abbattimento selettivo per ragioni di danni
arrecati al patrimonio forestale (é il caso per esempio
del cervo) o di competizione con altre specie (per esempio il
muflone, che compete con il più "prezioso" camoscio);
ci sono infine specie protette e particolarmente protette, luccisione
delle quali é perseguibile per legge sempre e su tutto
il territorio nazionale. E questo il caso del lupo, della
lince, dellorso, guarda caso predatori, considerati dalluomo
"cattivi" e nocivi, che sono stati quindi perseguitati
dal bracconaggio, sia in passato che purtroppo ancora oggi.
Alla
fine del secolo scorso tutte e tre le specie minacciavano gravemente
di estinguersi e sopravvivevano in piccole zone montane delle
Alpi o degli Appennini. In questi casi una lunga serie di ricerche
e interventi a diversi livelli possono permettere il recupero
di una situazione precaria,
continua
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