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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento n°1 al
n° 111

Anno XVI. N. 9 Novembre 2001
Copertina Rivista

SOMMARIO

La speleologia in Piemonte

Il carsismo piemontese

La storia delle esplorazioni in Piemonte

Suggerimenti speleo-escursionistici in Piemonte

Piemonte settentrionale

Torinese ed Alessandrino

Piemonte meridionale

Cavità artificiali

I fiumi sotterranei

Le grotte e le tracce del passato

Biospeleologia

La speleologia e le aree protette del Piemonte

L'organizzazione speleologica del Piemonte

Speleo-a-Scuola

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Speleologia
SPELEOLOGIA di Giorgio Dutto, Ube Lovera

La storia delle esplorazioni in Piemonte

Intorno alla metà dell'800 David Livingstone effettuò una serie di spedizioni nel centro del continente africano scoprendo il lago Ngami, il lago Niassa. Esplorò l'altopiano dei grandi laghi rilevando le coste del lago Tanganica e inseguendo le sorgenti nel Nilo trovò e battezzò le cascate vittoria Vittoria. Delle esplorazioni, tali solo per gli occidentali (gli africani ovviamente avevamo scoperto la regione parecchie migliaia di anni prima), si sarebbero avvantaggiati assai i nascenti colonialismi europei in Africa.
Pochi anni dopo in luoghi molto meno esotici, altri uomini, spinti dalla stessa sete di conoscenze e, probabilmente, dalla stessa ansia d'avventura, iniziarono ad interessarsi ad altre sorgenti: quelle del Pesio.

Il torrente Pesio, tributario del Tanaro, inizia il suo percorso esterno ai piedi del massiccio del Marguareis snodandosi quindi attraverso il monregalese. Il suo spettacolare ingresso temporaneo, il Pis del Pesio, è posizionato in parete a circa 25 metri di altezza; dopo forti piogge o in seguito al disgelo, il getto d'acqua che ne esce produce una cascata visibile da lontano. Naturale quindi che uomini dotati di grande curiosità si sentissero attratti dalla grotta e tentassero di raggiungerla.
Prima di loro, alla fine del '700, il Nallino aveva dato spazio al Pis con una avvincente descrizione:

"L'acqua non già di viva vena, che dagli accennati buchi esce con furia nel mezzo del monte, che traversando in capo della valle, la serra, e chiude, è l'origine del fiume Pesio."

E' questa una delle prime note conosciute, riferite al fenomeno carsico piemontese. Certo non possiamo vantare la "fortuna" toccata ai friulani, citati dallo speleologo Plinio nella sua "Storia Naturale" che racconta di come il fiume che attraversa il Carso scompaia inghiottito dalla roccia:
"E nella pianura di Atena un fiume sprofonda e riesce dopo venti miglia come pure fa il Timavo nei dintorni di Aquileia".

Lo stesso Plinio ci parla del Po con una descrizione di difficile riconoscibilità:
Il Po sgorga….dal grembo del Monviso…; si nasconde poi in un cunicolo e torna ad emergere nelle campagne di Forum Vibi (Revello).

Torniamo ora al Pis del Pesio. Qui e sulle montagne circostanti, a partire dagli ultimi anni dell'800 si aggira l'avvocato Strolengo, un signore assai interessato alla zona, ugualmente appassionato di grotte e di camosci. Trova, per iniziare, in una cengia di Testa Murtel la grotta che ora porta il suo nome (lasciando al fondo della stessa il suo biglietto da visita) e quindi, pochi anni più tardi tenta, con un piccolo gruppo di compagni la scalata all'ingresso del Pis. Corre il 1905 e Mader, uno dei compagni di Strolengo ci informa sull'impresa:
"L'altezza verticale dell'apertura è di m.22… Ora colà, legando insieme solidamente tre travi di legno con un tronco di abete piantato in terra, l'avv. Strolengo aveva fatto edificare una scala per superare quel dislivello… Sul tronco i ramicelli costituivano scalini naturali, e in più s'erano inchiodati dei travetti di legno, tanto più che il tutto era solidamente fissato con legni trasversali e grossi chiodi di ferro….. Fatta colazione ci trattenemmo per circa due ore nella caverna."

Non riuscirono a proseguire perché:
"….v'è un laghetto dall'acqua agitata, limpida e piuttosto profonda, cosicché impedisce di avanzarsi senza barchetta"

Sull'altro lato del Marguareis, in val Tanaro troviamo altri due signori, Randone e Bensa, che nel 1898 visitano la parte iniziale della grotta delle Vene, in val Tanaro, per circa cinquecento metri, pubblicandone pure la topografia.
Lo stesso Randone raggiungeva anche l'ingresso del garbo del Manco, un enorme foro al centro di una spettacolare parete sulle pendici meridionali del M. Mongioie, nella stessa val Tanaro. La tecnica usata consisteva nel farsi calare, seduto dentro una cesta,
sostenuta da corde, dai robusti contadini della valle.
Questi primi speleologi piemontesi erano però in ritardo rispetto ad altri loro colleghi: in Friuli e in Francia, favoriti dall'abbondanza delle aree carsiche, esistevano già gruppi organizzati che si occupavano sistematicamente dell'esplorazione delle cavità.
Ce lo spiega, in quegli stessi anni, un geologo di Fossano, Federico Sacco, che con un approccio alpinistico-naturalistico, dà un impulso sistematico alla ricerca e allo studio delle cavità piemontesi.
"Si osserva che mentre gli alpinisti delle Alpi Venete…si occupano tanto fervidamente delle caverne creando perfino speciali società o gruppi speleologici,… invece in Piemonte gli alpinisti si occupano poco o nulla delle caverne tendendo piuttosto a salire in alto, toccando le punte, piuttosto che inabissarsi nelle profondità terrestri….. Ciò per un semplice motivo geologico o geochimico che dir si voglia; che cioè le alpi orientali sono essenzialmente calcaree…, mentre quelle occidentali sono costituite specialmente di rocce silicate …; in questo caso, come sempre, è l'ambiente che plasma i suoi abitatori."

Lo stesso Sacco si era in precedenza cimentato con l'esplorazione speleologica, nel Monregalese, rinvenendo la "grotta dell'orso", situata nei pressi di Pamparato, ancor oggi in corso di esplorazione.
"….frammezzo alla boscaglia si trova un foro di due metri di diametro che costituisce l'apertura di una specie di pozzo il quale si abbassa verticalmente per oltre 25 metri; in questo pozzo erano già scesi, pochi anni or sono, alcuni pastori, per estrarne un bue che vi era precipitato pascolando in quelle località."

E' qui evidente che le motivazioni per praticare la speleologia sono molteplici. Continua il Sacco.
"Per mezzo di due lunghe scale legate insieme discesi in questo antro verticale, al fondo della quale le grotta si prolunga…in una frattura… Volli discendervi: a tale scopo assicurata convenientemente una puleggia, per mezzo di una corda mi feci calare in quella fenditura…"

Segue la descrizione della grotta così come ancor oggi la possiamo vedere, salvo qualche concrezione scomparsa nel frattempo, e un accurato rilievo, da cui si evince che se le tecniche di progressione erano ancora da perfezionare, questi esploratori del secolo scorso erano comunque adeguati per quanto riguarda la documentazione della loro attività.
A cavallo del secolo in tutto il Piemonte si riscontra un notevole fervore esplorativo: nel giro di pochi anni vengono visitate e topografate le grotte di Sabughetto in valle Strona nel novarese, il buco della Bondaccia, sul monte Fenera in Valsesia, la grotta di Pugnetto in val di Lanzo, la già citata grotta delle Vene, l'arma del Grai e la grotta dell'Orso di Ponte di Nava in val Tanaro, la grotta di Bossea e quella del Caudano nel Monregalese


Testimonia del discreto interesse che le grotte suscitavano all'epoca, il numero di grotte attrezzate per le visite turistiche: la grotta dell'Orso di Ponte di Nava in val Tanaro, quella di Bossea, ancor oggi visitabile in val Corsaglia, quella del Caudano e quella dei Dossi nei dintorni di Mondovì, la grotta di Rio Martino in valle Po e quella di Pugnetto in val di Lanzo, indice evidente del fatto che le regioni ipogee avevano un interesse generale e non limitato ai pochi avventurosi esploratori.

All'epoca d'oro della speleologia pionieristica segue un periodo di totale disinteresse dei piemontesi, contrariamente a quanto invece avviene nel resto d'Italia, nei confronti degli ambienti ipogei. Le grotte vengono dimenticate e per svariati decenni e dobbiamo giungere fino agli anni che precedono la seconda guerra mondiale per avere dei nuovi impulsi. Tra le poche eccezioni un imperiese, un certo Giulio Natta, che nella prima metà degli anni venti si occupa di alcune grotte dell'alta val Tanaro, prima di dedicarsi ad altro e vincere il premio Nobel per la chimica nel 1963.

L'ora della riscossa viene per merito di uno studioso del Consiglio Nazionale per le Ricerche, il prof. Carlo Felice Capello. Attivo tra la fine degli anni trenta e l'inizio degli anni cinquanta, Capello triplica in pochi anni il numero delle grotte conosciute in Piemonte
descrivendo e topografando decine di cavità. Il suo lavoro, poi raccolto nell'opera "Il fenomeno carsico in Piemonte" edita dal CNR, è fondamentale per i successivi studi speleologici. Di grande importanza per le future ricerche la scoperta della carsena di Piaggia Bella, sempre sul Marguareis, che, scoperta dal Capello, sarà esplorata nei decenni seguenti fino a diventare, secondo i dati attuali ancora provvisori, la grotta più estesa del Piemonte con i suoi 950 metri di profondità e i suoi 40 chilometri di sviluppo.
L'attività del Capello e i contatti con i gruppi francesi che contemporaneamente iniziano ad interessarsi alle aree carsiche prossime al nuovo confine, fanno da prologo alla formazione dei primi gruppi speleologici piemontesi organizzati cosicché nel corso degli anni cinquanta vengono fondati il Gruppo Speleologico Piemontese Cai Uget a Torino e il Gruppo Speleologico Alpi Marittime Cai a Cuneo, dando così avvio alla speleologia moderna in Piemonte.


Bibliografia:

GSAM - Mondo Ipogeo - n.11 - 1984
Mader - Prime esplorazione del Pis del Pesio -1906 - Riv. Del Cai 25
Nallino - Il corso del fiume Pesio - 1791 - Rossi stamp. Mondovì
Sacco - Osservazioni geo-speleologiche in val Pesio - 1926 - Atti Real Acc. Sci. Torino
Sacco - Nuove caverne ossifere nelle Alpi Marittime - 1885 - Cai
Badino - Il fondo di Piaggia Bella - 1999 - Erga Edizioni
AGSP - Marguareis per viaggiatori - 2000 - Blu Edizioni
AGSP - Le grotte del Piemonte - 1993 - Via dalla Pazza Folla Editrice

 


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Servizio a cura del Settore Pianificazione aree protette
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