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La storia delle
esplorazioni in Piemonte
Intorno alla metà dell'800 David Livingstone
effettuò una serie di spedizioni nel centro
del continente africano scoprendo il lago Ngami,
il lago Niassa. Esplorò l'altopiano dei
grandi laghi rilevando le coste del lago Tanganica
e inseguendo le sorgenti nel Nilo trovò
e battezzò le cascate vittoria Vittoria.
Delle esplorazioni, tali solo per gli occidentali
(gli africani ovviamente avevamo scoperto la regione
parecchie migliaia di anni prima), si sarebbero
avvantaggiati assai i nascenti colonialismi europei
in Africa.
Pochi anni dopo in luoghi molto meno esotici,
altri uomini, spinti dalla stessa sete di conoscenze
e, probabilmente, dalla stessa ansia d'avventura,
iniziarono ad interessarsi ad altre sorgenti:
quelle del Pesio.
Il torrente Pesio, tributario del Tanaro, inizia
il suo percorso esterno ai piedi del massiccio
del Marguareis snodandosi quindi attraverso il
monregalese. Il suo spettacolare ingresso temporaneo,
il Pis del Pesio, è posizionato in parete
a circa 25 metri di altezza; dopo forti piogge
o in seguito al disgelo, il getto d'acqua che
ne esce produce una cascata visibile da lontano.
Naturale quindi che uomini dotati di grande curiosità
si sentissero attratti dalla grotta e tentassero
di raggiungerla.
Prima di loro, alla fine del '700, il Nallino
aveva dato spazio al Pis con una avvincente descrizione:
"L'acqua non già di viva vena, che
dagli accennati buchi esce con furia nel mezzo
del monte, che traversando in capo della valle,
la serra, e chiude, è l'origine del fiume
Pesio."
E' questa una delle prime note conosciute, riferite
al fenomeno carsico piemontese. Certo non possiamo
vantare la "fortuna" toccata ai friulani,
citati dallo speleologo Plinio nella sua "Storia
Naturale" che racconta di come il fiume che
attraversa il Carso scompaia inghiottito dalla
roccia:
"E nella pianura di Atena un fiume sprofonda
e riesce dopo venti miglia come pure fa il Timavo
nei dintorni di Aquileia".
Lo stesso Plinio ci parla del Po con una descrizione
di difficile riconoscibilità:
Il Po sgorga
.dal grembo del Monviso
;
si nasconde poi in un cunicolo e torna ad emergere
nelle campagne di Forum Vibi (Revello).
Torniamo ora al Pis del Pesio. Qui e sulle montagne
circostanti, a partire dagli ultimi anni dell'800
si aggira l'avvocato Strolengo, un signore assai
interessato alla zona, ugualmente appassionato
di grotte e di camosci. Trova, per iniziare, in
una cengia di Testa Murtel la grotta che ora porta
il suo nome (lasciando al fondo della stessa il
suo biglietto da visita) e quindi, pochi anni
più tardi tenta, con un piccolo gruppo
di compagni la scalata all'ingresso del Pis. Corre
il 1905 e Mader, uno dei compagni di Strolengo
ci informa sull'impresa:
"L'altezza verticale dell'apertura è
di m.22
Ora colà, legando insieme
solidamente tre travi di legno con un tronco di
abete piantato in terra, l'avv. Strolengo aveva
fatto edificare una scala per superare quel dislivello
Sul tronco i ramicelli costituivano scalini naturali,
e in più s'erano inchiodati dei travetti
di legno, tanto più che il tutto era solidamente
fissato con legni trasversali e grossi chiodi
di ferro
.. Fatta colazione ci trattenemmo
per circa due ore nella caverna."
Non riuscirono a proseguire perché:
"
.v'è un laghetto dall'acqua
agitata, limpida e piuttosto profonda, cosicché
impedisce di avanzarsi senza barchetta"
Sull'altro lato del Marguareis, in val Tanaro
troviamo altri due signori, Randone e Bensa, che
nel 1898 visitano la parte iniziale della grotta
delle Vene, in val Tanaro, per circa cinquecento
metri, pubblicandone pure la topografia.
Lo stesso Randone raggiungeva anche l'ingresso
del garbo del Manco, un enorme foro al centro
di una spettacolare parete sulle pendici meridionali
del M. Mongioie, nella stessa val Tanaro. La tecnica
usata consisteva nel farsi calare, seduto dentro
una cesta,
sostenuta da corde, dai robusti contadini della
valle.
Questi primi speleologi piemontesi erano però
in ritardo rispetto ad altri loro colleghi: in
Friuli e in Francia, favoriti dall'abbondanza
delle aree carsiche, esistevano già gruppi
organizzati che si occupavano sistematicamente
dell'esplorazione delle cavità.
Ce lo spiega, in quegli stessi anni, un geologo
di Fossano, Federico Sacco, che con un approccio
alpinistico-naturalistico, dà un impulso
sistematico alla ricerca e allo studio delle cavità
piemontesi.
"Si osserva che mentre gli alpinisti delle
Alpi Venete
si occupano tanto fervidamente
delle caverne creando perfino speciali società
o gruppi speleologici,
invece in Piemonte
gli alpinisti si occupano poco o nulla delle caverne
tendendo piuttosto a salire in alto, toccando
le punte, piuttosto che inabissarsi nelle profondità
terrestri
.. Ciò per un semplice motivo
geologico o geochimico che dir si voglia; che
cioè le alpi orientali sono essenzialmente
calcaree
, mentre quelle occidentali sono
costituite specialmente di rocce silicate
;
in questo caso, come sempre, è l'ambiente
che plasma i suoi abitatori."
Lo stesso Sacco si era in precedenza cimentato
con l'esplorazione speleologica, nel Monregalese,
rinvenendo la "grotta dell'orso", situata
nei pressi di Pamparato, ancor oggi in corso di
esplorazione.
"
.frammezzo alla boscaglia si trova
un foro di due metri di diametro che costituisce
l'apertura di una specie di pozzo il quale si
abbassa verticalmente per oltre 25 metri; in questo
pozzo erano già scesi, pochi anni or sono,
alcuni pastori, per estrarne un bue che vi era
precipitato pascolando in quelle località."
E' qui evidente che le motivazioni per praticare
la speleologia sono molteplici. Continua il Sacco.
"Per mezzo di due lunghe scale legate insieme
discesi in questo antro verticale, al fondo della
quale le grotta si prolunga
in una frattura
Volli discendervi: a tale scopo assicurata convenientemente
una puleggia, per mezzo di una corda mi feci calare
in quella fenditura
"
Segue la descrizione della grotta così
come ancor oggi la possiamo vedere, salvo qualche
concrezione scomparsa nel frattempo, e un accurato
rilievo, da cui si evince che se le tecniche di
progressione erano ancora da perfezionare, questi
esploratori del secolo scorso erano comunque adeguati
per quanto riguarda la documentazione della loro
attività.
A cavallo del secolo in tutto il Piemonte si riscontra
un notevole fervore esplorativo: nel giro di pochi
anni vengono visitate e topografate le grotte
di Sabughetto in valle Strona nel novarese, il
buco della Bondaccia, sul monte Fenera in Valsesia,
la grotta di Pugnetto in val di Lanzo, la già
citata grotta delle Vene, l'arma del Grai e la
grotta dell'Orso di Ponte di Nava in val Tanaro,
la grotta di Bossea e quella del Caudano nel Monregalese
Testimonia del discreto interesse che le grotte
suscitavano all'epoca, il numero di grotte attrezzate
per le visite turistiche: la grotta dell'Orso
di Ponte di Nava in val Tanaro, quella di Bossea,
ancor oggi visitabile in val Corsaglia, quella
del Caudano e quella dei Dossi nei dintorni di
Mondovì, la grotta di Rio Martino in valle
Po e quella di Pugnetto in val di Lanzo, indice
evidente del fatto che le regioni ipogee avevano
un interesse generale e non limitato ai pochi
avventurosi esploratori.
All'epoca d'oro della speleologia pionieristica
segue un periodo di totale disinteresse dei piemontesi,
contrariamente a quanto invece avviene nel resto
d'Italia, nei confronti degli ambienti ipogei.
Le grotte vengono dimenticate e per svariati decenni
e dobbiamo giungere fino agli anni che precedono
la seconda guerra mondiale per avere dei nuovi
impulsi. Tra le poche eccezioni un imperiese,
un certo Giulio Natta, che nella prima metà
degli anni venti si occupa di alcune grotte dell'alta
val Tanaro, prima di dedicarsi ad altro e vincere
il premio Nobel per la chimica nel 1963.
L'ora della riscossa viene per merito di uno
studioso del Consiglio Nazionale per le Ricerche,
il prof. Carlo Felice Capello. Attivo tra la fine
degli anni trenta e l'inizio degli anni cinquanta,
Capello triplica in pochi anni il numero delle
grotte conosciute in Piemonte
descrivendo e topografando decine di cavità.
Il suo lavoro, poi raccolto nell'opera "Il
fenomeno carsico in Piemonte" edita dal CNR,
è fondamentale per i successivi studi speleologici.
Di grande importanza per le future ricerche la
scoperta della carsena di Piaggia Bella, sempre
sul Marguareis, che, scoperta dal Capello, sarà
esplorata nei decenni seguenti fino a diventare,
secondo i dati attuali ancora provvisori, la grotta
più estesa del Piemonte con i suoi 950
metri di profondità e i suoi 40 chilometri
di sviluppo.
L'attività del Capello e i contatti con
i gruppi francesi che contemporaneamente iniziano
ad interessarsi alle aree carsiche prossime al
nuovo confine, fanno da prologo alla formazione
dei primi gruppi speleologici piemontesi organizzati
cosicché nel corso degli anni cinquanta
vengono fondati il Gruppo Speleologico Piemontese
Cai Uget a Torino e il Gruppo Speleologico Alpi
Marittime Cai a Cuneo, dando così avvio
alla speleologia moderna in Piemonte.
Bibliografia:
GSAM - Mondo Ipogeo - n.11 - 1984
Mader - Prime esplorazione del Pis del Pesio -1906
- Riv. Del Cai 25
Nallino - Il corso del fiume Pesio - 1791 - Rossi
stamp. Mondovì
Sacco - Osservazioni geo-speleologiche in val
Pesio - 1926 - Atti Real Acc. Sci. Torino
Sacco - Nuove caverne ossifere nelle Alpi Marittime
- 1885 - Cai
Badino - Il fondo di Piaggia Bella - 1999 - Erga
Edizioni
AGSP - Marguareis per viaggiatori - 2000 - Blu
Edizioni
AGSP - Le grotte del Piemonte - 1993 - Via dalla
Pazza Folla Editrice
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