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L'Alpe, culture e testimonianze
dell'Europa alpina
L'Alpe è la prima dimostrazione su carta
stampata che le Alpi sono la cerniera e non la barriera
della nuova Europa. A tre anni dall'uscita del primo
numero francese e a due anni dall'accordo di cooperazione
internazionale, si può dire che l'esperimento
sia riuscito e abbia un futuro.
Nata in Italia a pochi giorni dall'anno 2000, L'Alpe
è il frutto della collaborazione transfrontaliera
tra il noto editore di montagna Priuli & Verlucca
e il partner francese Glénat, con l'apporto fondamentale
del Musée Dauphinois di Grenoble. Due riviste
sorelle con lo stesso nome e gli stessi obiettivi sui
due versanti delle Alpi. Un ambizioso progetto nel quadro
della nuova Europa che sta crescendo attorno alla spina
dorsale alpina.
Diretta da Enrico Camanni, L'Alpe si basa su
un raffinato impianto monografico costruito insieme
dalle due redazioni. L'auterovolezza è garantita
da un comitato scientifico animato dallo storico Daniele
Jalla, che ha raccolto i maggiori studiosi delle varie
discipline e ha iniziato un paziente lavoro di coordinamento.
Sugli oltre mille chilometri delle Alpi esistono centinaia
di ricercatori che si occupano di montagna, operano
decine di musei e di fondazioni culturali, e un gran
numero di associazioni si batte per salvaguardare l'ambiente
alpino e per difenderlo dall'egemonia della cultura
urbana. Eppure restava un grande vuoto da colmare: bisognava
unire ciò che era disperso, aiutare gli studiosi
a comunicare, gettare un ponte tra l'Università
e le amministrazioni, e soprattutto divulgare il sapere.
Questo è il primo intento della rivista, che
unisce l'informazione sull'attualità alpina agli
articoli tematici di ampio respiro. Grazie alla cadenza
semestrale e al carattere monografico, L'Alpe
è una rivista da edicola ma è anche (e
soprattutto) una rivista da libreria, da leggere e da
conservare.
Il numero 1 (dicembre 1999) è stato dedicato
alla storia dell'uomo sulle Alpi, da Ötzi (la famosa
mummia del Similaun) fino al terzo millennio.
Il numero 2 (giugno 2000) si è occupato del mitico
"bestiario alpino", dai simboli dell'antichità
fino al ritorno dei grandi predatori sulle Alpi.
Il numero 3 (dicembre 2000) ha trattato il colorato
e raffinato universo delle feste d'inverno, seguendo
la tesi dell'antropologo Gian Luigi Bravo: la tradizione
non si salva in un mondo chiuso, ma ha bisogno di fantasia,
nuove idee, innovazione. In altre parole, il mondo alpino
deve accettare di "contaminarsi" con il mondo
urbano se non vuole diventare un museo di se stesso.
Il numero 4 (giugno 2000) si è affacciato sulla
montagna delle donne. "Alpi al femminile"
significa infrangere il vecchio luogo comune della montagna
maschile e maschilista, popolata soltanto da uomini
duri, guide, portatori, contrabbandieri, emigranti,
eremiti. Al contrario, come ha messo in luce l'antropologo
Pier Paolo Viazzo, "non mancano gli elementi che
inducono a credere che le Alpi fossero "terra di
donne", non tanto perché le donne venivano
lasciate sole per gran parte dell'anno a sfruttare le
magre risorse di lande desolate e primitive, ma piuttosto
perché occupavano un posto centrale in società
vitali all'interno delle quali hanno avuto la possibilità
di sperimentare, prima che altrove, una inconsueta parità
di condizioni nel lavoro e una altrettanto inconsueta
autonomia".
I prossimi sommari discussi e imbastiti con i colleghi
francesi affronteranno il tema attualissimo della protezione
dell'ambiente alpino in rapporto allo sviluppo sostenibile
(popolazioni e aree protette) e la questione del degrado
geologico, delle alluvioni e del ritiro dei ghiacciai
in prospettiva storica e contemporanea.
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