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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento n°1 al
n° 113

Gennaio 2001
Copertina Rivista

SOMMARIO
(testi integrali)

Transumanze, veicolo di culture

Passare le Alpi

La nascita del turismo

Storia della scalata

Le Alpi nell'immaginario


Alpi in festa, riti propiziatori nelle Alpi occidentali

L'Alpe culture e testimonianze dell'Europa alpina

Torino, si rinnova il museo nazionale della montagna

Montagna web

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale montagna
MONTAGNA di Fernanda Gregoli

Le Alpi nell'immaginario

Se la montagna è un elemento fisico misurabile e scientificamente analizzabile, la percezione della montagna è un'immagine mentale caleidoscopica e effimera, dove le geometrie e i colori si combinano e subito si scompongono in forme variabili e simmetriche, che derivano dalla diversa combinazione dei fattori.
La percezione deriva infatti da una lettura soggettiva e mutevole, in relazione all'evoluzione della conoscenza della montagna, alle funzioni che essa ha assunto nella storia, alle varie tipologie di fruitori che si sono succeduti nel tempo o ne hanno contemporaneamente esaltato le sue diverse potenzialità.
A seconda dei ruoli che la montagna ha assunto nella storia, diverse immagini di essa si sono consolidate nella mente degli uomini, contrastanti e simmetriche, talora conseguenti nel tempo e talora conviventi. Così la montagna è stata un baluardo opprimente e un sicuro rifugio, un ostacolo da superare e la strada per superarlo, un non-luogo tra due luoghi e uno spazio per vivere, un trait d'union con il divino e un pullulare di demoni.

Lo stesso termine "montagna" assume differenti accezioni, poiché nella realtà si riferisce a diverse forme del rilievo, dal massiccio isolato, ma complesso per le sue numerose cime, alla più diffusa catena, che può dispiegarsi per migliaia di chilometri. Le emergenze della "montagna" rimasero a lungo inaccessibili e nel passato non venivano nemmeno distinte da un nome proprio, poiché non rivestivano alcun interesse pratico; elevate verso il cielo, venivano percepite come vie d'accesso a un al di là, non terrestre, e talora esse stesse divennero divinità.
Una lunga catena montuosa è una barriera che appare invalicabile, ma ha i suoi punti deboli nelle falle che i fiumi e i ghiacciai sembrano avere eroso per favorirne il superamento. La storia del rapporto dell'uomo con la montagna è segnata dalla ricerca e dall'uso di queste concavità, delle depressioni nel rilievo, attraverso le quali penetrare la montagna, esplorarla e percorrerla per raggiungere quell'al di là terrestre al quale si tendeva per curiosità o bisogno; ed è attraverso le "porte" aperte nelle catene, dalle Alpi al Caucaso, che ondate successive di popolamento colonizzarono la Terra.
Fino a tempi recentissimi, il contatto degli uomini con la montagna ha quindi evitato le montagne e ricercato le vie di penetrazione naturalmente offerte, e poi tracciate e costruite, per superare il baluardo o per appropriarsene.
L'appropriazione della montagna avvenne attraverso l'insediamento di gruppi umani che si stanziarono fino alle quote dov'era possibile l'agricoltura o il pascolo; per gli "insiders", la montagna domestica si arrestava al limite dei ghiacciai e delle rocce sterili, dove tutto veniva percepito come ostile: la terra e il cielo, dove gli elementi si scatenavano con furia e parevano guidati dalle forze del male. Come la divinità, così il maligno stava di casa sulle alte cime e le leggende fiorivano sui fulmini che colpivano chi osava avventurarsi nel suo regno, o sui ponti costruiti dal diavolo per rapire le anime dei passanti.
Le popolazioni intra-alpine avevano però contatti frequenti, attraverso le vie più brevi che collegavano le valli opposte del crinale alpino, e le più frequentate erano quelle meno esposte al pericolo di frane o valanghe; le piste, i sentieri e le mulattiere erano centinaia sulle Alpi e disegnavano una rete di percorsi fissi, in gran parte ignota agli outsiders, cioè a coloro che della catena percepivano solamente gli ostacoli al viaggio.

Per la loro posizione nel cuore dell'Europa, dove si ergono a dividere il continente dal Mediterraneo, le Alpi furono dall'antichità superate per ragioni militari, amministrative o commerciali, e da una variegata schiera di viaggiatori: imperatori e papi, commercianti e contrabbandieri, pellegrini e ecclesiastici sulla via per Roma, studiosi del nord che scendevano in Italia a ricercare le tracce della romanità. Il viaggio di studio divenne una motivazione forte negli ultimi secoli, e il "Grand Tour" attrasse personaggi illustri e molti giovani del continente che, accompagnati dal loro precettore, scendevano in Italia a completare la loro formazione, ma anche a tessere relazioni utili per la loro futura professione. Le condizioni del viaggio erano durissime e quel che veniva percepito della montagna era l'"orrido": i ripidi pendii ghiacciati, le aguzze rocce che affioravano sui versanti, il rigore del gelo, la tormenta di neve, le valanghe incombenti.
Coloro che si apprestavano a compiere la traversata delle Alpi avevano fin dalla partenza un'immagine mentale preformata sui resoconti, sui diari di viaggio, sugli epistolari stilati e diffusi dai viaggiatori precedenti. Questi erano persone colte o scrittori noti, e le loro opere costituiscono una ricca letteratura odeporica, dove anche la documentazione tendenzialmente più obiettiva è inficiata dai pregiudizi e dalla percezione dei disagi del viaggio.

La percezione del "pittoresco" si sarebbe diffusa più avanti, quando il viaggio in diligenza avrebbe sostituito il percorso a piedi, a dorso di mulo, o in lettighe pericolosamente traballanti sul ciglio dei burroni. Lo sguardo più quieto poteva così sollevarsi fino alle alte cime e coglierne l'aspra bellezza. Dapprima essa stimolò il senso estetico delle persone più sensibili, quindi divenne fonte di ispirazione pittorica per tanti artisti che ritraevano un ambiente montano romantico e forte, o dipingevano paesaggi di maniera dove si poneva l'accento sulla dolcezza del paesaggio, evidenziata da figure umane in primo piano: pastorelle vestite a festa, uomini che parevano svolgere con leggerezza il duro lavoro del dissodamento della terra.
I viaggiatori per ragioni di studio portavano con sé i disegnatori, che schizzavano i paesaggi alpestri, dai quali si sarebbero ricavate le incisioni da inserire nei libri illustrati, che in gran numero furono stampati soprattutto nell'Inghilterra dell'Ottocento.
Lo sguardo si era alzato sulle vette, ma la loro visione era lontana, e le alte montagne rimanevano a far da scenario alla montagna domesticata.
Quando i primi alpinisti si rivolsero ai valligiani per averne la guida alle ascensioni, lessero lo stupore nei loro occhi, e lo smarrimento di fronte alla ragione della sfida. Perché la montagna era diventata questo: una sfida tra la forza dell'uomo e la forza di una natura che tanto a lungo si era conservata inaccessibile. Una dopo l'altra le più alte vette vennero conquistate, dapprima in Europa, poi in Asia e in America, con mezzi tecnici sempre più raffinati e sicuri, così che nessuna cima della Terra sarebbe rimasta inviolata.

Nel contempo, la percezione della montagna viene rivoluzionata dalla rivoluzione dei trasporti. L'automobile necessita di strade ampie e di scarsa pendenza, così il numero dei colli drasticamente diminuisce, poiché alcuni passi solamente vengono privilegiati, che possono offrire queste condizioni, o dove queste condizioni possono essere più facilmente costruite. E anche il treno sale la montagna, ma, poiché la ferrovia non può tracciarsi sui tornanti, si perfora la montagna, così si abbattono le altitudini e la visione delle vette torna ad essere uno sfondo prima dell'imbocco del tunnel. Anche la strada troverà la sua via di minor distanza attraverso il traforo e da allora la traversata alpina avviene senza contatto con l'ambiente e il rilievo, all'interno di un "buco nero", invisibile dall'esterno e con questo privo di segni di contatto.
I viaggiatori disertano i versanti, attratti dall'interno della montagna, ma questi trovano un nuovo valore, una nuova funzione nella diffusione del turismo.
La salubrità dell'ambiente montano, già ricercata dalle persone di salute cagionevole, diviene un elemento attrattivo per la villeggiatura, cioè per la vacanza in villa delle famiglie abbienti della nuova borghesia urbana; poi è la massa che invade la montagna, la urbanizza, la plasma a soddisfare le esigenze di una popolazione varia che vuole praticare gli sport e divertirsi.
La pubblicità la esalta come naturale spazio da vendere e per vendervi spazi costruiti, e ne usa le multiformi immagini per il mercato dei prodotti più disparati.
La nuova immagine della montagna che si diffonde è quella di un grande parco giochi, uno spazio ludico alternativamente popoloso e pieno di vuoti.
I nuovi fruitori della montagna ne fanno un uso transitorio, discontinuo o effimero, e la montagna assume ancora una volta la funzione di rifugio: non più genti che sfuggono alle persecuzioni e si insediano stabilmente nelle sue valli, ma gente che fugge la congestione urbana e vi compie ritmiche incursioni, a ricercare uno spazio che non è più altro.
I nuovi valori attribuiti dalla società urbana ancora una volta esaltano le potenzialità contrastanti della montagna, e la sua immagine si scompone e ricompone in una visione caleidoscopica sempre più velocemente mutevole.


Le illustrazioni
Le stampe che illustrano questo articolo sono tratte da un prezioso volume della Priuli & Verlucca del 1982 e purtroppo non più in commercio: "Piemonte, Valle d'Aosta, Nizza e Savoia Valli valdesi nelle illustrazioni di W.Brockedon e W.H.Bartlett". Il volume raccoglie i disegni di due grandi disegnatori inglesi della prima metà dell'Ottocento. William Brockedon (1767-1854) viaggiò a lungo in Italia e sulle Alpi tra il 1824 ed il 1829. Wiliam Henry Bartlett (1809-1854) viaggiò non soltanto in Italia ma in diverse parti del mondo, dall'Europa alla Siria, dagli Stati Uniti al Canada. In Italia visitò e disegnò in particolare le valli valdesi.

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