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Le Alpi nell'immaginario
Se la montagna è un elemento fisico misurabile
e scientificamente analizzabile, la percezione della
montagna è un'immagine mentale caleidoscopica
e effimera, dove le geometrie e i colori si combinano
e subito si scompongono in forme variabili e simmetriche,
che derivano dalla diversa combinazione dei fattori.
La percezione deriva infatti da una lettura soggettiva
e mutevole, in relazione all'evoluzione della conoscenza
della montagna, alle funzioni che essa ha assunto nella
storia, alle varie tipologie di fruitori che si sono
succeduti nel tempo o ne hanno contemporaneamente esaltato
le sue diverse potenzialità.
A seconda dei ruoli che la montagna ha assunto nella
storia, diverse immagini di essa si sono consolidate
nella mente degli uomini, contrastanti e simmetriche,
talora conseguenti nel tempo e talora conviventi. Così
la montagna è stata un baluardo opprimente e
un sicuro rifugio, un ostacolo da superare e la strada
per superarlo, un non-luogo tra due luoghi e uno spazio
per vivere, un trait d'union con il divino e un pullulare
di demoni.
Lo stesso termine "montagna" assume differenti
accezioni, poiché nella realtà si riferisce
a diverse forme del rilievo, dal massiccio isolato,
ma complesso per le sue numerose cime, alla più
diffusa catena, che può dispiegarsi per migliaia
di chilometri. Le emergenze della "montagna"
rimasero a lungo inaccessibili e nel passato non venivano
nemmeno distinte da un nome proprio, poiché non
rivestivano alcun interesse pratico; elevate verso il
cielo, venivano percepite come vie d'accesso a un al
di là, non terrestre, e talora esse stesse divennero
divinità.
Una lunga catena montuosa è una barriera che
appare invalicabile, ma ha i suoi punti deboli nelle
falle che i fiumi e i ghiacciai sembrano avere eroso
per favorirne il superamento. La storia del rapporto
dell'uomo con la montagna è segnata dalla ricerca
e dall'uso di queste concavità, delle depressioni
nel rilievo, attraverso le quali penetrare la montagna,
esplorarla e percorrerla per raggiungere quell'al di
là terrestre al quale si tendeva per curiosità
o bisogno; ed è attraverso le "porte"
aperte nelle catene, dalle Alpi al Caucaso, che ondate
successive di popolamento colonizzarono la Terra.
Fino a tempi recentissimi, il contatto degli uomini
con la montagna ha quindi evitato le montagne e ricercato
le vie di penetrazione naturalmente offerte, e poi tracciate
e costruite, per superare il baluardo o per appropriarsene.
L'appropriazione della montagna avvenne attraverso l'insediamento
di gruppi umani che si stanziarono fino alle quote dov'era
possibile l'agricoltura o il pascolo; per gli "insiders",
la montagna domestica si arrestava al limite dei ghiacciai
e delle rocce sterili, dove tutto veniva percepito come
ostile: la terra e il cielo, dove gli elementi si scatenavano
con furia e parevano guidati dalle forze del male. Come
la divinità, così il maligno stava di
casa sulle alte cime e le leggende fiorivano sui fulmini
che colpivano chi osava avventurarsi nel suo regno,
o sui ponti costruiti dal diavolo per rapire le anime
dei passanti.
Le popolazioni intra-alpine avevano però contatti
frequenti, attraverso le vie più brevi che collegavano
le valli opposte del crinale alpino, e le più
frequentate erano quelle meno esposte al pericolo di
frane o valanghe; le piste, i sentieri e le mulattiere
erano centinaia sulle Alpi e disegnavano una rete di
percorsi fissi, in gran parte ignota agli outsiders,
cioè a coloro che della catena percepivano solamente
gli ostacoli al viaggio.
Per la loro posizione nel cuore dell'Europa, dove si
ergono a dividere il continente dal Mediterraneo, le
Alpi furono dall'antichità superate per ragioni
militari, amministrative o commerciali, e da una variegata
schiera di viaggiatori: imperatori e papi, commercianti
e contrabbandieri, pellegrini e ecclesiastici sulla
via per Roma, studiosi del nord che scendevano in Italia
a ricercare le tracce della romanità. Il viaggio
di studio divenne una motivazione forte negli ultimi
secoli, e il "Grand Tour" attrasse personaggi
illustri e molti giovani del continente che, accompagnati
dal loro precettore, scendevano in Italia a completare
la loro formazione, ma anche a tessere relazioni utili
per la loro futura professione. Le condizioni del viaggio
erano durissime e quel che veniva percepito della montagna
era l'"orrido": i ripidi pendii ghiacciati,
le aguzze rocce che affioravano sui versanti, il rigore
del gelo, la tormenta di neve, le valanghe incombenti.
Coloro che si apprestavano a compiere la traversata
delle Alpi avevano fin dalla partenza un'immagine mentale
preformata sui resoconti, sui diari di viaggio, sugli
epistolari stilati e diffusi dai viaggiatori precedenti.
Questi erano persone colte o scrittori noti, e le loro
opere costituiscono una ricca letteratura odeporica,
dove anche la documentazione tendenzialmente più
obiettiva è inficiata dai pregiudizi e dalla
percezione dei disagi del viaggio.
La percezione del "pittoresco" si sarebbe
diffusa più avanti, quando il viaggio in diligenza
avrebbe sostituito il percorso a piedi, a dorso di mulo,
o in lettighe pericolosamente traballanti sul ciglio
dei burroni. Lo sguardo più quieto poteva così
sollevarsi fino alle alte cime e coglierne l'aspra bellezza.
Dapprima essa stimolò il senso estetico delle
persone più sensibili, quindi divenne fonte di
ispirazione pittorica per tanti artisti che ritraevano
un ambiente montano romantico e forte, o dipingevano
paesaggi di maniera dove si poneva l'accento sulla dolcezza
del paesaggio, evidenziata da figure umane in primo
piano: pastorelle vestite a festa, uomini che parevano
svolgere con leggerezza il duro lavoro del dissodamento
della terra.
I viaggiatori per ragioni di studio portavano con sé
i disegnatori, che schizzavano i paesaggi alpestri,
dai quali si sarebbero ricavate le incisioni da inserire
nei libri illustrati, che in gran numero furono stampati
soprattutto nell'Inghilterra dell'Ottocento.
Lo sguardo si era alzato sulle vette, ma la loro visione
era lontana, e le alte montagne rimanevano a far da
scenario alla montagna domesticata.
Quando i primi alpinisti si rivolsero ai valligiani
per averne la guida alle ascensioni, lessero lo stupore
nei loro occhi, e lo smarrimento di fronte alla ragione
della sfida. Perché la montagna era diventata
questo: una sfida tra la forza dell'uomo e la forza
di una natura che tanto a lungo si era conservata inaccessibile.
Una dopo l'altra le più alte vette vennero conquistate,
dapprima in Europa, poi in Asia e in America, con mezzi
tecnici sempre più raffinati e sicuri, così
che nessuna cima della Terra sarebbe rimasta inviolata.
Nel contempo, la percezione della montagna viene rivoluzionata
dalla rivoluzione dei trasporti. L'automobile necessita
di strade ampie e di scarsa pendenza, così il
numero dei colli drasticamente diminuisce, poiché
alcuni passi solamente vengono privilegiati, che possono
offrire queste condizioni, o dove queste condizioni
possono essere più facilmente costruite. E anche
il treno sale la montagna, ma, poiché la ferrovia
non può tracciarsi sui tornanti, si perfora la
montagna, così si abbattono le altitudini e la
visione delle vette torna ad essere uno sfondo prima
dell'imbocco del tunnel. Anche la strada troverà
la sua via di minor distanza attraverso il traforo e
da allora la traversata alpina avviene senza contatto
con l'ambiente e il rilievo, all'interno di un "buco
nero", invisibile dall'esterno e con questo privo
di segni di contatto.
I viaggiatori disertano i versanti, attratti dall'interno
della montagna, ma questi trovano un nuovo valore, una
nuova funzione nella diffusione del turismo.
La salubrità dell'ambiente montano, già
ricercata dalle persone di salute cagionevole, diviene
un elemento attrattivo per la villeggiatura, cioè
per la vacanza in villa delle famiglie abbienti della
nuova borghesia urbana; poi è la massa che invade
la montagna, la urbanizza, la plasma a soddisfare le
esigenze di una popolazione varia che vuole praticare
gli sport e divertirsi.
La pubblicità la esalta come naturale spazio
da vendere e per vendervi spazi costruiti, e ne usa
le multiformi immagini per il mercato dei prodotti più
disparati.
La nuova immagine della montagna che si diffonde è
quella di un grande parco giochi, uno spazio ludico
alternativamente popoloso e pieno di vuoti.
I nuovi fruitori della montagna ne fanno un uso transitorio,
discontinuo o effimero, e la montagna assume ancora
una volta la funzione di rifugio: non più genti
che sfuggono alle persecuzioni e si insediano stabilmente
nelle sue valli, ma gente che fugge la congestione urbana
e vi compie ritmiche incursioni, a ricercare uno spazio
che non è più altro.
I nuovi valori attribuiti dalla società urbana
ancora una volta esaltano le potenzialità contrastanti
della montagna, e la sua immagine si scompone e ricompone
in una visione caleidoscopica sempre più velocemente
mutevole.
Le illustrazioni
Le stampe che illustrano questo articolo sono tratte
da un prezioso volume della Priuli & Verlucca del
1982 e purtroppo non più in commercio: "Piemonte,
Valle d'Aosta, Nizza e Savoia Valli valdesi nelle illustrazioni
di W.Brockedon e W.H.Bartlett". Il volume raccoglie
i disegni di due grandi disegnatori inglesi della prima
metà dell'Ottocento. William Brockedon (1767-1854)
viaggiò a lungo in Italia e sulle Alpi tra il
1824 ed il 1829. Wiliam Henry Bartlett (1809-1854) viaggiò
non soltanto in Italia ma in diverse parti del mondo,
dall'Europa alla Siria, dagli Stati Uniti al Canada.
In Italia visitò e disegnò in particolare
le valli valdesi.
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