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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento n°1 al
n° 113

Gennaio 2001
Copertina Rivista

SOMMARIO
(testi integrali)

Transumanze, veicolo di culture

Passare le Alpi

La nascita del turismo

Storia della scalata

Le Alpi nell'immaginario


Alpi in festa, riti propiziatori nelle Alpi occidentali

L'Alpe culture e testimonianze dell'Europa alpina

Torino, si rinnova il museo nazionale della montagna

Montagna web

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale montagna
MONTAGNA di Enrico Camanni

Storia della scalata,
i pensieri e le sfide dell'alpinismo

Fino a tutto il diciassettesimo secolo, le Alpi furono considerate una barriera possente e selvaggia che si alzava a turbare le linee ordinate delle pianure e delle colline, ostacolando la mano civilizzatrice dell'uomo. La letteratura e le arti che per secoli e secoli cercarono l'armonia, l'equilibrio e la simmetria del paesaggio, rincorrendo l'antico mito dell'arcadia, rimossero quasi completamente l'esistenza delle Alpi perché, oltre a fare paura, non rispondevano neanche lontanamente al concetto classico del "bello". La teologia protestante fondata da Martin Lutero le interpretò addirittura come il prodotto del diluvio universale, apocalittica raffigurazione del disordine e del male.
Il Settecento fu il secolo della grande svolta. Da pattumiera del mondo fisico, in pochi decenni le Alpi furono promosse a oggetto delle indagini illuministe e a rifugio della spiritualità romantica. Da un lato gli scienziati iniziarono una capillare opera di esplorazione del territorio alpino per fare luce sull'origine dei fossili, sulla nascita dei fiumi e sulle teorie leggendarie dei ghiacciai, risolvendo contemporaneamente molti problemi cartografici, dall'altro lato gli uomini d'arte e di lettere influenzati da Haller e da Rousseau cominciarono a rovesciare la visione tradizionale delle Alpi, scoprendo nei luoghi malfamati del passato il segno del bello e del sublime. Le cascate e i ghiacciai alpestri divennero ricercate mete di escursioni romantiche, destarono la meraviglia dei viaggiatori e impreziosirono con i loro "deliziosi orrori" i taccuini dei borghesi e degli artisti che avevano la ventura di addentrarsi nelle vallate.
Sul finire del secolo, Horace-Bénédict de Saussure impersona meglio di ogni altro quell'intreccio di formazione illuminista e di ispirazione romantica che mosse i primi alpinisti verso le alte quote. Come noto, il naturalista ginevrino fu il fautore della prima salita del Monte Bianco dal versante francese e nel 1787 salì lui stesso la cima più alta delle Alpi:
"Nel momento in cui raggiunsi il punto più alto della neve, la calpestai più con collera che con un sentimento di piacere. Del resto, il mio scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto più alto: dovevo soprattutto compiere le osservazioni e gli esperimenti che, soli, davano un senso a quel viaggio" (H.B. de Saussure, "Voyages dans les Alpes", Neuchâtel, 1834).
Nel 1865, l'anno del Cervino, l'alpinismo è già completamente cambiato. Archiviate le motivazioni scientifiche, purgate alcune ridondanze romantiche, sul "più nobile scoglio d'Europa" si assiste a una vera e propria gara condizionata dagli interessi di Stato. Quintino Sella e Felice Giordano combattono l'ultima guerra del Risorgimento per una cima: "L'alpinista ha la data di nascita del soldato dell'Italia unita. Ci siamo innamorati delle nostre Alpi quando vi abbiamo riconosciuto le guardiane della patria. Il Cervino dev'essere strappato alla mano degli inglesi" (M. Mestre, "Le Alpi contese", Torino, 2000). Jean-Antoine Carrel, il combattente delle guerre di indipendenza, contro Edward Whymper, l'ambizioso disegnatore britannico che vuole la cima a tutti i costi. La storia della scalata è una pagina da romanzo: Carrel sale dal versante italiano, arriva a duecento metri dalla meta, ma sette silhouettes si disegnano esultanti sulla cornice di vetta. Sono Whymper e compagni, saliti a sorpresa dalla cresta di Zermatt. Lo stesso giorno, la stessa ora, le stesse emozioni… Allora Carrel ritorna al Breuil sconfitto, ma Whymper è sconfitto a sua volta, e ben più duramente, perché tre inglesi e la guida Croz precipitano e muoiono durante la discesa. Carrel, ignaro della tragedia, scala il Cervino tre giorni più tardi per la sua valle e per l'Italia di Sella.
Intanto sulle Dolomiti - dove la verticalità delle pareti fa impallidire anche il Cervino e il Dente del Gigante - si arrampica ancora all'antica, con i mezzi rudimentali dei cacciatori e dei contrabbandieri. Il turismo e l'alpinismo sono arrivati con un po' di ritardo sui Monti Pallidi e i decenni centrali dell'800 servono per esplorare i massicci di dolomia lungo i versanti più facili, cercando i punti deboli della montagna. Finché alla fine dell'estate del 1887 Georg Winkler, un ragazzo tedesco di diciassette anni, scala da solo la freccia di pietra del Vaiolet. È il trionfo della sfida, l'anticamera della follia, un urlo wagneriano lanciato nel cielo del Catinaccio.
Quasi tutti gli altri cittadini di fine secolo arrampicano con le guide e stringono profondi rapporti di stima con i montanari che li accompagnano. Nell'età d'oro delle guide si formano cordate eccezionali - Mummery e Burgener, Fontaine e Ravanel, Ryan e Lochmatter, Young e Knubel, Mayer e Dibona - che fanno incetta di tutte le grandi "prime" sulle Alpi. Partono con la lanterna in mano nel cuore della notte e per un lungo giorno, soli sulla montagna, condividono la corda, la passione e la vita.
Deve arrivare la Grande Guerra a interrompere questo idillio irripetibile. Nel clima eroico nato dal conflitto si scivola verso il Ventennio, il nazionalismo, la retorica dei regimi, l'epopea del sesto grado. La difficoltà diventa il parametro con cui misurare se stessi e gli altri, non più compagni, ma spesso avversari per onor di patria. Tra lutti e vittorie, vengono scalate le grandi pareti: Cervino, Grandes Jorasses, Pizzo Badile, Lavaredo, Civetta. La parete dell'Eiger, in particolare, calamita su di sé la grande sfida alla vigilia della seconda guerra mondiale, dopo che tanti giovani alpinisti tedeschi ci hanno lasciato la vita sospinti dalla propaganda nazista. Alla fine l'impresa riesce a due cordate condotte da Anderl Heckmair e Heinrich Harrer: "Fu di nuovo come un destino. Gli austriaci Angerer e Rainer si erano uniti e insieme erano andati incontro alla morte. Noi del vecchio Reich ci unimmo coi camerati della Marca Orientale e andammo insieme alla vittoria" (A. Heckmair, "L'Eiger vinto", in Scalatori, Milano, 1952).

Nel secondo dopoguerra si registra un ultimo rigurgito di nazionalismo con la conquista degli Ottomila himalayani, poi anche l'alpinismo vive la sua rivoluzione. Dall'America arrivano i nuovi volti dell'arrampicata: Royal Robbins, Tom Frost, John Harlin e Gary Hemming, tutti giovani della New Age californiana che si sono formati sulle straordinarie pareti granitiche della Yosemite Valley. Con loro sbarcano in Europa nuovi materiali, nuove filosofie e nuove tecniche di scalata. Qualcuno comincia a parlare di arrampicata pulita e di rispetto della roccia. Negli anni Settanta, sulle pareti di granito baciate dal sole e folgorate da lampi psichedelici, gli alpinisti del Nuovo Mattino cercano il loro altrove, l'Oriente, Shangri-La. Riifiutano gli obblighi sacrificali della lotta con l'Alpe, il mito-espiazione delle cime ricoperte di croci, gli abiti grigi della festa, e provano a sostituirvi vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi sugli altipiani, giovani voci di donne, iniziazioni dai nomi dolcissimi: Itaca nel sole, Luna nascente, L'alba del Nirvana. È la nuova utopia romantica che si riaffaccia dopo duecento anni di alpinismo.
Il bel sogno dura troppo poco. Con il 1980 comincia il decennio dello sport. Crollano le ultime inibizioni e gli alpinisti diventano atleti. In poche stagioni si passa dal conteso settimo grado di Messner e Casarotto all'ottavo, nono e decimo grado di Livesey, Fawcett, Edlinger, Berhault, Manolo e Mariacher, con una progressione che lascia increduli e stupefatti gli alpinisti tradizionali. Nel 1982 il francese Christophe Profit sale slegato la parete ovest del Petit Dru in tre ore e dieci minuti di arrampicata. Un tempo da marziani. Poi Profit scala in un solo giorno le tre mitiche pareti nord dell'Eiger, del Cervino e delle Grandes Jorasses: è cominciata l'era della fantascienza.
Con le prime gare di arrampicata (Bardonecchia 1985) e con la salita di tutti gli Ottomila da parte di un uomo solo (Reinhold Messner) si entra nell'ultimo decennio del secolo. Il gioco è di nuovo cambiato, l'arrampicata sportiva ha innalzato incredibilmente le difficoltà e abbassato di pari grado la soglia di inibizione. L'alpinismo è uno sport che si rifiuta di accettarsi tale, perché ancora addolcito da nostalgie romantiche, passioni, ideali, illusioni. Eppure il chiodo a espansione e il telefonino ("Pronto, sono in difficoltà, mandate l'elicottero...") hanno chiuso l'epoca poetica e austera dell'avventura e hanno inaugurato un futuro secolarizzato, dove ci vorrà ancora più fantasia per inventarsi delle montagne misteriose che proiettino nel cielo i sogni degli alpinisti.

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