|
Storia della scalata,
i pensieri e le sfide dell'alpinismo
Fino a tutto il diciassettesimo secolo, le Alpi furono
considerate una barriera possente e selvaggia che si
alzava a turbare le linee ordinate delle pianure e delle
colline, ostacolando la mano civilizzatrice dell'uomo.
La letteratura e le arti che per secoli e secoli cercarono
l'armonia, l'equilibrio e la simmetria del paesaggio,
rincorrendo l'antico mito dell'arcadia, rimossero quasi
completamente l'esistenza delle Alpi perché,
oltre a fare paura, non rispondevano neanche lontanamente
al concetto classico del "bello". La teologia
protestante fondata da Martin Lutero le interpretò
addirittura come il prodotto del diluvio universale,
apocalittica raffigurazione del disordine e del male.
Il Settecento fu il secolo della grande svolta. Da pattumiera
del mondo fisico, in pochi decenni le Alpi furono promosse
a oggetto delle indagini illuministe e a rifugio della
spiritualità romantica. Da un lato gli scienziati
iniziarono una capillare opera di esplorazione del territorio
alpino per fare luce sull'origine dei fossili, sulla
nascita dei fiumi e sulle teorie leggendarie dei ghiacciai,
risolvendo contemporaneamente molti problemi cartografici,
dall'altro lato gli uomini d'arte e di lettere influenzati
da Haller e da Rousseau cominciarono a rovesciare la
visione tradizionale delle Alpi, scoprendo nei luoghi
malfamati del passato il segno del bello e del sublime.
Le cascate e i ghiacciai alpestri divennero ricercate
mete di escursioni romantiche, destarono la meraviglia
dei viaggiatori e impreziosirono con i loro "deliziosi
orrori" i taccuini dei borghesi e degli artisti
che avevano la ventura di addentrarsi nelle vallate.
Sul finire del secolo, Horace-Bénédict
de Saussure impersona meglio di ogni altro quell'intreccio
di formazione illuminista e di ispirazione romantica
che mosse i primi alpinisti verso le alte quote. Come
noto, il naturalista ginevrino fu il fautore della prima
salita del Monte Bianco dal versante francese e nel
1787 salì lui stesso la cima più alta
delle Alpi:
"Nel momento in cui raggiunsi il punto più
alto della neve, la calpestai più con collera
che con un sentimento di piacere. Del resto, il mio
scopo non era soltanto quello di raggiungere il punto
più alto: dovevo soprattutto compiere le osservazioni
e gli esperimenti che, soli, davano un senso a quel
viaggio" (H.B. de Saussure, "Voyages dans
les Alpes", Neuchâtel, 1834).
Nel 1865, l'anno del Cervino, l'alpinismo è già
completamente cambiato. Archiviate le motivazioni scientifiche,
purgate alcune ridondanze romantiche, sul "più
nobile scoglio d'Europa" si assiste a una vera
e propria gara condizionata dagli interessi di Stato.
Quintino Sella e Felice Giordano combattono l'ultima
guerra del Risorgimento per una cima: "L'alpinista
ha la data di nascita del soldato dell'Italia unita.
Ci siamo innamorati delle nostre Alpi quando vi abbiamo
riconosciuto le guardiane della patria. Il Cervino dev'essere
strappato alla mano degli inglesi" (M. Mestre,
"Le Alpi contese", Torino, 2000). Jean-Antoine
Carrel, il combattente delle guerre di indipendenza,
contro Edward Whymper, l'ambizioso disegnatore britannico
che vuole la cima a tutti i costi. La storia della scalata
è una pagina da romanzo: Carrel sale dal versante
italiano, arriva a duecento metri dalla meta, ma sette
silhouettes si disegnano esultanti sulla cornice di
vetta. Sono Whymper e compagni, saliti a sorpresa dalla
cresta di Zermatt. Lo stesso giorno, la stessa ora,
le stesse emozioni
Allora Carrel ritorna al Breuil
sconfitto, ma Whymper è sconfitto a sua volta,
e ben più duramente, perché tre inglesi
e la guida Croz precipitano e muoiono durante la discesa.
Carrel, ignaro della tragedia, scala il Cervino tre
giorni più tardi per la sua valle e per l'Italia
di Sella.
Intanto sulle Dolomiti - dove la verticalità
delle pareti fa impallidire anche il Cervino e il Dente
del Gigante - si arrampica ancora all'antica, con i
mezzi rudimentali dei cacciatori e dei contrabbandieri.
Il turismo e l'alpinismo sono arrivati con un po' di
ritardo sui Monti Pallidi e i decenni centrali dell'800
servono per esplorare i massicci di dolomia lungo i
versanti più facili, cercando i punti deboli
della montagna. Finché alla fine dell'estate
del 1887 Georg Winkler, un ragazzo tedesco di diciassette
anni, scala da solo la freccia di pietra del Vaiolet.
È il trionfo della sfida, l'anticamera della
follia, un urlo wagneriano lanciato nel cielo del Catinaccio.
Quasi tutti gli altri cittadini di fine secolo arrampicano
con le guide e stringono profondi rapporti di stima
con i montanari che li accompagnano. Nell'età
d'oro delle guide si formano cordate eccezionali - Mummery
e Burgener, Fontaine e Ravanel, Ryan e Lochmatter, Young
e Knubel, Mayer e Dibona - che fanno incetta di tutte
le grandi "prime" sulle Alpi. Partono con
la lanterna in mano nel cuore della notte e per un lungo
giorno, soli sulla montagna, condividono la corda, la
passione e la vita.
Deve arrivare la Grande Guerra a interrompere questo
idillio irripetibile. Nel clima eroico nato dal conflitto
si scivola verso il Ventennio, il nazionalismo, la retorica
dei regimi, l'epopea del sesto grado. La difficoltà
diventa il parametro con cui misurare se stessi e gli
altri, non più compagni, ma spesso avversari
per onor di patria. Tra lutti e vittorie, vengono scalate
le grandi pareti: Cervino, Grandes Jorasses, Pizzo Badile,
Lavaredo, Civetta. La parete dell'Eiger, in particolare,
calamita su di sé la grande sfida alla vigilia
della seconda guerra mondiale, dopo che tanti giovani
alpinisti tedeschi ci hanno lasciato la vita sospinti
dalla propaganda nazista. Alla fine l'impresa riesce
a due cordate condotte da Anderl Heckmair e Heinrich
Harrer: "Fu di nuovo come un destino. Gli austriaci
Angerer e Rainer si erano uniti e insieme erano andati
incontro alla morte. Noi del vecchio Reich ci unimmo
coi camerati della Marca Orientale e andammo insieme
alla vittoria" (A. Heckmair, "L'Eiger vinto",
in Scalatori, Milano, 1952).
Nel secondo dopoguerra si registra un ultimo rigurgito
di nazionalismo con la conquista degli Ottomila himalayani,
poi anche l'alpinismo vive la sua rivoluzione. Dall'America
arrivano i nuovi volti dell'arrampicata: Royal Robbins,
Tom Frost, John Harlin e Gary Hemming, tutti giovani
della New Age californiana che si sono formati sulle
straordinarie pareti granitiche della Yosemite Valley.
Con loro sbarcano in Europa nuovi materiali, nuove filosofie
e nuove tecniche di scalata. Qualcuno comincia a parlare
di arrampicata pulita e di rispetto della roccia. Negli
anni Settanta, sulle pareti di granito baciate dal sole
e folgorate da lampi psichedelici, gli alpinisti del
Nuovo Mattino cercano il loro altrove, l'Oriente, Shangri-La.
Riifiutano gli obblighi sacrificali della lotta con
l'Alpe, il mito-espiazione delle cime ricoperte di croci,
gli abiti grigi della festa, e provano a sostituirvi
vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi
sugli altipiani, giovani voci di donne, iniziazioni
dai nomi dolcissimi: Itaca nel sole, Luna nascente,
L'alba del Nirvana. È la nuova utopia romantica
che si riaffaccia dopo duecento anni di alpinismo.
Il bel sogno dura troppo poco. Con il 1980 comincia
il decennio dello sport. Crollano le ultime inibizioni
e gli alpinisti diventano atleti. In poche stagioni
si passa dal conteso settimo grado di Messner e Casarotto
all'ottavo, nono e decimo grado di Livesey, Fawcett,
Edlinger, Berhault, Manolo e Mariacher, con una progressione
che lascia increduli e stupefatti gli alpinisti tradizionali.
Nel 1982 il francese Christophe Profit sale slegato
la parete ovest del Petit Dru in tre ore e dieci minuti
di arrampicata. Un tempo da marziani. Poi Profit scala
in un solo giorno le tre mitiche pareti nord dell'Eiger,
del Cervino e delle Grandes Jorasses: è cominciata
l'era della fantascienza.
Con le prime gare di arrampicata (Bardonecchia 1985)
e con la salita di tutti gli Ottomila da parte di un
uomo solo (Reinhold Messner) si entra nell'ultimo decennio
del secolo. Il gioco è di nuovo cambiato, l'arrampicata
sportiva ha innalzato incredibilmente le difficoltà
e abbassato di pari grado la soglia di inibizione. L'alpinismo
è uno sport che si rifiuta di accettarsi tale,
perché ancora addolcito da nostalgie romantiche,
passioni, ideali, illusioni. Eppure il chiodo a espansione
e il telefonino ("Pronto, sono in difficoltà,
mandate l'elicottero...") hanno chiuso l'epoca
poetica e austera dell'avventura e hanno inaugurato
un futuro secolarizzato, dove ci vorrà ancora
più fantasia per inventarsi delle montagne misteriose
che proiettino nel cielo i sogni degli alpinisti.
|