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Transumanze, veicolo di culture
I pastres alpini in Provenza
I pastori sono figli delle Alpi. Da generazioni esercitano
il proprio mestiere in Provenza. Nella pianura della
Crau, vicino ad Arles, i nomi di questi uomini, incisi
anno dopo anno sui muri degli ovili, ci parlano delle
loro origini. Archivi a cielo aperto delle loro migrazioni,
queste incisioni ci rivelano che tutti provengono dalle
Alpi, dalle stesse aree verso le quali, da circa sei
secoli, ogni anno migliaia di pecore si dirigono per
approfittare dei pascoli estivi. I tragitti di uomini
e animali testimoniano insomma la densità e l'antichità
delle relazioni tra pianura e montagna nel mondo mediterraneo.
Quando nel XIV secolo, prese forma la transumanza estiva,
fu a questi pastori specializzati, conosciuti per le
loro competenze, che i grandi proprietari provenzali
della Crau e delle Camargue i "capitalisti"
affidarono le greggi per condurle in montagna. La loro
conoscenza del terreno e degli animali era destinata
a favorire considerevolmente la "grande transumanza"
provenzale verso la montagna alpina.
Antichi percorsi
A partire dal XV secolo l'incremento nella domanda di
lana per l'industria tessile offrì nuovi sbocchi
ai grandi proprietari ovini in Provenza. Le dimensioni
delle greggi aumentò di conseguenza e fu necessario
trovare nuovi pascoli.
Nel volgere di pochi anni lo spazio della transumanza
provenzale si estese ancora. Le greggi si spinsero sempre
più lontano, a nord e a est, verso il Valgaudemar
e l'Ubaye. Attorno alla metà del XV secolo esse
valicavano ormai il Colle della Maddalena. Si può
calcolare che, nelle migliori annate, da 50 mila a 60
mila pecore provenienti dalla Crau e dalla Camarge frequentassero
le montagne dell'attuale Piemonte.
Alcuni atti notarili cinquecenteschi redatti a Saint-Maximin,
in Provenza, menzionano i nomi degli alpeggi piemontesi
affittati ai proprietari provenzali. Vi leggiamo i nomi
delle montagne delle Blanches, di Roburent e dell'Oserot
(a nord di Bersezio), di Pouriac e Colombari (a ovest
di Bersezio), del vallone di Rio Freddo (a sud di Vinadio),
del Vallone dell'Ischator, di Tesina e di Corboranmt
(a ovest di Bagni di Vinadio), della Valletta e della
Palla (a sud di Aisone), di Orgials (Vallone di Sant'Anna,
a sud di Vinadio) e della montagna di Resplendin (a
sud di Acceglio, in Valle Maira).
Essere pastori dall'Italia
alla Provenza
Generazione dopo generazione, l'Oisans, il Vercors,
l'Embrunais, l'Ubaye, lo Chamsaur, il Dévoluy
e soprattutto le vallate piemontesi hanno fornito pastori
alla Provenza. Negli anni Venti il geografo Philippe
Arbos precisa che in questa regione la metà dei
pastori proviene allora dall'Italia. In generale essi
hanno una buona reputazione e trovano facilmente impiego.
E' quanto conferma, per i decenni successivi, la memoria
dei protagonisti: "Nelle fiere i padroni chiedevano:
- Siete piemontesi? - Si! Allora l'affare era fatto."
In effetti, la pastriho provenzale era in buona parte
composta da pastori delle Valli Stura, maira e Grana.
Ogni anno essi abbandonavano le montagne per cercere
un ingaggio durante la grande fiera della Domenica delle
Paleme ad Arles. La cappa piegata sulla spalla, la bisaccia
di cuoi a tracolla, essi portavano la loro frusta sotto
il braccio: "era il segno che volevano impiegarsi,
che cercavano un padrone. Quando la cinghia della frusta
era attorno al collo, voleva dire che lo avevano trovato!"
(Joseph Beltritti, nato ad Arles nel 1911).
Semplici pastori ingaggiati a buon mercato, tosatori
che si muovevano in squadra da un ovile all'altro, talvolta
essi non restavano in Provenza che per l'inverno o per
il periodo della tosatura. Non erano pochi i pastori
che rientravano in seguito nei loro villaggi alpini,
per lavorare la terra e occuparsi dei propri animali.
Altri diventarono invece allevatori. Pazientemente,
con gli agnelli che il padrone dava loro come salario,
con gli animali che arrivavano ad acquistare, parecchi
pastori formarono un gregge e si stabilirono in Provenza.
I cognomi di molti allevatori attualmente operanti nei
dintorni di Arles, Salon-de-Provence e Saint -Martin-de-
Crau ricordano chiaramente le loro origini: Bruna, Beltrando;
Balbis, Cesano, De Clementi, Fossati, Giavelli, Isoardi,
Olivero, Porracchia, Trocello
Andare in Francia
Chi abbandona il proprio villaggio per andare in Francia
non parte alla cieca. Qualche membro della famiglia
è sicuramente già stato in Provenza, per
ingaggiarsi un pastore. E, di quelli che erano "là",
si aveva spesso notizia: "Durante la veglia si
sentiva parlare della vita che i pastori di qui facevano,
con queste grandi greggi della Crau e della Camargue.
Si conosceva tutto prima di esserci stati. E mi ha fatto
venire voglia di andarci" (Fiorenzo Arnaudo, nato
nel 1928 a Vinadio).
Le connivenze culturali che legano le vallate occitane
del Piemonte alla vicina Provenza facilitano poi l'integrazione:
"Non ci si sentiva stranieri in Provenza",
ripetono vari pastori. Quelli che arrivano come clandestini
ottengono rapidamente i documenti che permettono loro
di lavorare in Francia. In ogni caso il nuovo arrivato
non è abbandonato a se stesso: l'emigrazione
è spesso un affare di famiglia e si effettua
all'interno di reti di conoscenza e di sostegno. Ad
esempio, alla fine degli anni quaranta, i fratelli Aldo
e Guido Bottero vanno a raggiungere lo zio Stefano Belmondo:
"Noi siamo venuti a fare i pastori in Francia perché
lo zio Stefano aveva le pecore. Noi siamo partiti alla
ventura" (Guido Bottero, nato a Pietraporzio nel
1933). Alcuni pastori che in Provenza si trovano alla
testa di greggi importanti si impongono come efficaci
reclutatori di giovani della loro vallata d'origine.
Così ricorda Battista Giordano, nato nel 1944
a Pontebernardo: "E' un amico di mio padre, Guglielmo
Cressi, che mi ha fatto venire in Francia. Era delle
nostre parti. Era il baïle-berger del gregge di
Jacques Bon al Sambuc, in Camargue."
Alcuni emigranti restano in Provenza e finiscono per
prendere la nazionalità francese. Altri, dopo
qualche anno, rientrano a casa. Battista Giordano, ad
Esempio, è restato sette anni in Francia, dal
1960 al 1967. Ritornato a Pontebernardo per venire incontro
al desiderio di suo padre è oggi proprietario
di un grosso gregge di pecore sambucane.
(traduzione dal francese di Dionigi Albera)
Le immagini
Le foto di questo articolo sono di Robert Doisneau,
notissimo fotoreporter francese, maestro del bianco
e nero. Nato a Gentilly (Parigi) nel 1912 inizia come
litografo ed incisore. Negli anni successivi si dedica
alla fotografia industriale. Nel 1939 abbandona la Renault
di Parigi e si dedica alla professione come indipendente.
Diventa famoso nel dopoguerra con reportage sulle periferie,
gli ambienti urbani e si aggiudica diversi premi. Nel
1958 viene affascinato dal mondo della transumanza a
cui dedica diverse settimane al seguito di greggi e
pastori. Recentemente questo suo "taccuino"
inedito è stato "riscoperto" ed edito
dalle edizioni Sud France. Muore nel 1994.
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