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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere


Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Nanni Villani

Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Tre metri sotto i tremila e trecento. Tre, trecento, tremila: non è difficile, anche per chi non ama cifre e dati, mandare a memoria la quota altimetrica dell'Argentera. Con quei suoi 3.297 metri è il tetto delle Alpi Marittime, il punto culminante della catena alpina compresa tra il gigante Monviso e i rilievi che si affacciano sul Tirreno. Una muraglia, più che una singola vetta: non a caso spesso si parla di Serra dell'Argentera, rifacendosi all'insieme di una barriera che nel suo solo tratto centrale, quello compreso tra la Cima Genova a sud e il Monte Stella a nord - una cresta quasi costantemente al di sopra dei 3.200 metri senza profondi intagli tra una sommità e l'altra - ha uno sviluppo di circa un chilometro. Questa poderosa architettura precipita a occidente con una parete di ottocento metri, solcata da speroni e canali. Sul versante opposto, quello orientale, che domina il bacino artificiale del Chiotas, l'Argentera ha un aspetto più domestico: placconate di gneiss alte fino a trecento metri, tagliate da cenge e ripiani, fanno da sipario ai macereti dell'altipiano del Baus. Verso le opposte estremità della muraglia salgono due canali: a sud, un bonario colatoio di pietre in continuo movimento porta al Passo dei Detriti, lungo quella che è considerata la via normale di salita; a nord l'impressionante Canalone di Lourousa, permette di toccare l'intaglio tra il Monte Stella e il Gelas di Lourousa. E proprio questo scivolo nevoso di 900 metri di dislivello con una pendenza media di 45 gradi che ancora oggi viene affrontato dall'alpinista medio con un certo affanno, anche se ormai sono ricorrenti le discese in sci, dopo quella storica di Heini Holzer nel 1973, fu scelto nel lontano agosto del 1879 dal reverendo americano W. B. Coolidge, per raggiungere la cresta sommitale e compiere la prima salita dell'Argentera. A rendere ancora più spettacolare l'impresa della cordata di Coolidge, condotta dalle fidatissime guide Almer, fu la decisione di ridiscendere per lo stesso itinerario di salita. Per l'epoca, un grande exploit alpinistico. Tant'è vero che per lunghi anni la salita del Lourousa resterà un affare per pochi. Una delle primissime ripetizioni è quella compiuta nel 1912, dunque a oltre trent'anni dalla prima assoluta, da Bartolomeo Asquasciati, uno dei pionieri dell'esplorazione delle Marittime. Il quale, nel ricordare sulla Rivista del Cai la sua impresa, condotta in compagnia della guida valdierese Andrea Ghigo, il mitico "Lup", e del portatore Giacomo Miraglio, ci regala una classica pagina di letteratura alpinistica dell'orrore:

Non è facile esprimere, con parole, la profonda emozione onde è afferrato l'alpinista, che sta compiendo un'ascesa di questo genere. Il pendio ripidissimo su cui poggia malsicuro il piede, la lunga colata che gli sta innanzi quasi a negargli la possibilità dell'avanzata, le pareti di altissime montagne, che lo circondano e a certi momenti paiono volersi rinserrare per stritolarlo fra i loro foschi macigni, il vento, che soffia a raffiche impetuosissime entro quel corridoio minaccioso; tutto contribuisce a dare alla ascensione un carattere di particolare emozione, "che intende non può chi non lo prova.

Molto più distesi, a tratti ironici, sono i toni di uno spassoso resoconto, datato 1883, di una salita all'Argentera lungo il più abbordabile versante orientale. L'autore, Felice Ghigliotti, dopo aver confessato che "…nel mentre la mia vita saliva pel ramo ascendente mi occupai di alpinismo come di sanscrito", ammette di non essere neppure sicurissimo di aver effettivamente raggiunto la cima della montagna:

Infine alle 11,45 ebbe fine questa ginnastica che non manca di avere il suo lato divertente; mi trovavo un'altra volta sulla cresta ed in cinque altri minuti sulla punta. Era proprio la più alta del gruppo dell'Argentera? L'Audisio (pastore di Entracque che nell'occasione ha fatto da guida, Ndr) affermò che non poteva esservi dubbio in proposito, né io ebbi modo di verificarlo perché quella perfida nebbia mi nascondeva tutto; non vedevo che quei due o tre metri quadrati in cui eravamo seduti. Lo dicano per me coloro che ne fecero l'ascensione prima di questa mia e che lasciarono un fazzoletto bianco legato all'ometto di pietra, nel quale trovai un biglietto di visita del signore Giovanni Dellepiane con la data del 16 agosto 1882 e le parole Punta dell'Argentera. Quindi sino a prova contraria ritengo d'aver fatta anch'io la ascensione della cima più alta delle Alpi Marittime. La prima sensazione che provai al giungervi si fu di una intensa soddisfazione. Era la mia prima impresa che sino ad un certo punto meritasse di essere annoverata fra le alpinistiche; me ne sentivo un poco orgoglioso e prego i miei consoci a non burlarsi di me; pensino che tutto a questo mondo è relativo e che d'altronde bisogna bene in qualche modo cominciare. La seconda fu quella di una fame veramente fenomenale e questa non ero solo a provarla…

Ma non ci sono solo alpinisti tra quanti dedicano la propria attenzione alla zona dell'Argentera: molti sono anche gli studiosi, come il tedesco di Lipsia Fritz Mader. Il quale, forte delle conoscenze acquisite in lunghe campagne estive di studio nelle Alpi Liguri e Marittime, già nel lontano 1914 lancia dalle pagine della Rivista del Cai l'idea di creare un parco alla Serra dell'Argentera.

Per riassumere ora brevemente i pregi di quel distretto, ricorderò anzitutto che esso rinchiude le vette più alte di una delle divisioni più caratteristiche e naturalmente meglio fondate tra le Alpi Italiane; non occorre poi rilevare l'interesse geologico di quel massiccio isolato di rocce cristalline, dall'età tuttora molto discussa, quantunque da tempo se ne siano occupati parecchi fra i più valenti geologhi italiani. Ancora sotto la fresca impressione dell'imponente spettacolo offerto dalla parete meridionale della Meije, proclamata dal Whymper la più grandiosa delle Alpi nel suo genere, non ho temuto di paragonarvi la parete occidentale dell'Argentera.
[…] il circo dell'Argentera, foggiato a conca regolare disposta in terrazzi, chiuso da quella immane parete la di cui conquista tanto lavoro costò ad ottimi alpinisti, limitato a sud dalla cresta pittorescamente frastagliata della Madre di Dio ed a nord da quella tremenda del Corno Stella, costituisce certo un insieme da non temere confronti; e ne converrà, coi valenti che il circo girarono tutt'attorno, chi abbia semplicemente percorsa la nuova strada (non ancora ultimata) che deve condurre direttamente dalle Terme, sotto i dirupi delle Rocce di S. Giovanni, al Colletto Valasco. Non meno degno di nota è poi il circo del ghiacciaio di Lourousa, modestissimo per estensione, ma ben caratterizzato, oltre ad essere il più basso delle Alpi Marittime ed interessante pel suo modo di alimentazione; già se non bastasse di per sé, il suo orridissimo cerchio di creste ed il suo canalone di ghiaccio (Canalone di Lourousa), uno dei più alti e certo il più regolare e vistoso delle Alpi Italiane, ne fanno una cosa unica. È da deplorarsi che vi sia stata costrutta una funicolare aerea, per sfruttare il ghiaccio e condurlo sulla strada a valle delle Terme, funicolare che trovai del resto già trascurata, nello scorso settembre. Nella nostra epoca, ove il ghiaccio artificiale tende vieppiù a sostituire quello naturale, almeno i piccoli ghiacciai isolati ed altrimenti interessanti dovrebbero lasciarsi tali quali. Non insisterò sui panorami che nelle belle giornate, non poi tanto rare, si scoprono dalle alte cime delle Alpi Marittime, panorami di bellezza suprema, secondo il Freshfield, forse unici dacché comprendono il mare, secondo il Coolidge, per non citare che due autorità non sospette di entusiasmo parziale".

"[…] Chi prendesse l'iniziativa riguardo alla protezione di quel distretto" prosegue Mader, potrebbe far conto sulla Amministrazione delle Reali Caccie, che fin dall'epoca del Re Galantuomo (riuscita tra l'altro ad impedire lo sterminio dello stambecco nelle Alpi) fu meritatamente citata quale prototipo esemplare del proverbio tedesco: Kein Heger, Kein Jager (chi non protegge la selvaggina, non merita il nome di cacciatore). Siccome già la caccia v'è riservata al Re, non risulterebbe nessun mutamento in questo senso; se non che l'allontanamento di una parte del bestiame da una parte del distretto, favorirebbe ancora la propagazione della selvaggina che vi si trova, perché non vi sarebbe disturbata anche nell'estate. Già specialmente i camosci abbondano su quei monti, ma la costituzione, se si può dire così, di una riserva nella riserva, sarebbe indubbiamente cosa grata a chi ne gode".

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