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Monte Argentera, tre metri
sotto i tremila e trecento
Tre metri sotto i tremila e trecento. Tre, trecento,
tremila: non è difficile, anche per chi
non ama cifre e dati, mandare a memoria la quota
altimetrica dell'Argentera. Con quei suoi 3.297
metri è il tetto delle Alpi Marittime,
il punto culminante della catena alpina compresa
tra il gigante Monviso e i rilievi che si affacciano
sul Tirreno. Una muraglia, più che una
singola vetta: non a caso spesso si parla di Serra
dell'Argentera, rifacendosi all'insieme di una
barriera che nel suo solo tratto centrale, quello
compreso tra la Cima Genova a sud e il Monte Stella
a nord - una cresta quasi costantemente al di
sopra dei 3.200 metri senza profondi intagli tra
una sommità e l'altra - ha uno sviluppo
di circa un chilometro. Questa poderosa architettura
precipita a occidente con una parete di ottocento
metri, solcata da speroni e canali. Sul versante
opposto, quello orientale, che domina il bacino
artificiale del Chiotas, l'Argentera ha un aspetto
più domestico: placconate di gneiss alte
fino a trecento metri, tagliate da cenge e ripiani,
fanno da sipario ai macereti dell'altipiano del
Baus. Verso le opposte estremità della
muraglia salgono due canali: a sud, un bonario
colatoio di pietre in continuo movimento porta
al Passo dei Detriti, lungo quella che è
considerata la via normale di salita; a nord l'impressionante
Canalone di Lourousa, permette di toccare l'intaglio
tra il Monte Stella e il Gelas di Lourousa. E
proprio questo scivolo nevoso di 900 metri di
dislivello con una pendenza media di 45 gradi
che ancora oggi viene affrontato dall'alpinista
medio con un certo affanno, anche se ormai sono
ricorrenti le discese in sci, dopo quella storica
di Heini Holzer nel 1973, fu scelto nel lontano
agosto del 1879 dal reverendo americano W. B.
Coolidge, per raggiungere la cresta sommitale
e compiere la prima salita dell'Argentera. A rendere
ancora più spettacolare l'impresa della
cordata di Coolidge, condotta dalle fidatissime
guide Almer, fu la decisione di ridiscendere per
lo stesso itinerario di salita. Per l'epoca, un
grande exploit alpinistico. Tant'è vero
che per lunghi anni la salita del Lourousa resterà
un affare per pochi. Una delle primissime ripetizioni
è quella compiuta nel 1912, dunque a oltre
trent'anni dalla prima assoluta, da Bartolomeo
Asquasciati, uno dei pionieri dell'esplorazione
delle Marittime. Il quale, nel ricordare sulla
Rivista del Cai la sua impresa, condotta in compagnia
della guida valdierese Andrea Ghigo, il mitico
"Lup", e del portatore Giacomo Miraglio,
ci regala una classica pagina di letteratura alpinistica
dell'orrore:
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Non è facile esprimere, con parole,
la profonda emozione onde è afferrato
l'alpinista, che sta compiendo un'ascesa
di questo genere. Il pendio ripidissimo
su cui poggia malsicuro il piede, la lunga
colata che gli sta innanzi quasi a negargli
la possibilità dell'avanzata, le
pareti di altissime montagne, che lo circondano
e a certi momenti paiono volersi rinserrare
per stritolarlo fra i loro foschi macigni,
il vento, che soffia a raffiche impetuosissime
entro quel corridoio minaccioso; tutto contribuisce
a dare alla ascensione un carattere di particolare
emozione, "che intende non può
chi non lo prova.
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Molto più distesi, a tratti ironici, sono
i toni di uno spassoso resoconto, datato 1883,
di una salita all'Argentera lungo il più
abbordabile versante orientale. L'autore, Felice
Ghigliotti, dopo aver confessato che "
nel
mentre la mia vita saliva pel ramo ascendente
mi occupai di alpinismo come di sanscrito",
ammette di non essere neppure sicurissimo di aver
effettivamente raggiunto la cima della montagna:
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Infine alle 11,45 ebbe fine questa ginnastica
che non manca di avere il suo lato divertente;
mi trovavo un'altra volta sulla cresta ed
in cinque altri minuti sulla punta. Era
proprio la più alta del gruppo dell'Argentera?
L'Audisio (pastore di Entracque che nell'occasione
ha fatto da guida, Ndr) affermò che
non poteva esservi dubbio in proposito,
né io ebbi modo di verificarlo perché
quella perfida nebbia mi nascondeva tutto;
non vedevo che quei due o tre metri quadrati
in cui eravamo seduti. Lo dicano per me
coloro che ne fecero l'ascensione prima
di questa mia e che lasciarono un fazzoletto
bianco legato all'ometto di pietra, nel
quale trovai un biglietto di visita del
signore Giovanni Dellepiane con la data
del 16 agosto 1882 e le parole Punta dell'Argentera.
Quindi sino a prova contraria ritengo d'aver
fatta anch'io la ascensione della cima più
alta delle Alpi Marittime. La prima sensazione
che provai al giungervi si fu di una intensa
soddisfazione. Era la mia prima impresa
che sino ad un certo punto meritasse di
essere annoverata fra le alpinistiche; me
ne sentivo un poco orgoglioso e prego i
miei consoci a non burlarsi di me; pensino
che tutto a questo mondo è relativo
e che d'altronde bisogna bene in qualche
modo cominciare. La seconda fu quella di
una fame veramente fenomenale e questa non
ero solo a provarla
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Ma non ci sono solo alpinisti tra quanti dedicano
la propria attenzione alla zona dell'Argentera:
molti sono anche gli studiosi, come il tedesco
di Lipsia Fritz Mader. Il quale, forte delle conoscenze
acquisite in lunghe campagne estive di studio
nelle Alpi Liguri e Marittime, già nel
lontano 1914 lancia dalle pagine della Rivista
del Cai l'idea di creare un parco alla Serra dell'Argentera.
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Per riassumere ora brevemente i pregi di
quel distretto, ricorderò anzitutto
che esso rinchiude le vette più alte
di una delle divisioni più caratteristiche
e naturalmente meglio fondate tra le Alpi
Italiane; non occorre poi rilevare l'interesse
geologico di quel massiccio isolato di rocce
cristalline, dall'età tuttora molto
discussa, quantunque da tempo se ne siano
occupati parecchi fra i più valenti
geologhi italiani. Ancora sotto la fresca
impressione dell'imponente spettacolo offerto
dalla parete meridionale della Meije, proclamata
dal Whymper la più grandiosa delle
Alpi nel suo genere, non ho temuto di paragonarvi
la parete occidentale dell'Argentera.
[
] il circo dell'Argentera,
foggiato a conca regolare disposta in terrazzi,
chiuso da quella immane parete la di cui
conquista tanto lavoro costò ad ottimi
alpinisti, limitato a sud dalla cresta pittorescamente
frastagliata della Madre di Dio ed a nord
da quella tremenda del Corno Stella, costituisce
certo un insieme da non temere confronti;
e ne converrà, coi valenti che il
circo girarono tutt'attorno, chi abbia semplicemente
percorsa la nuova strada (non ancora ultimata)
che deve condurre direttamente dalle Terme,
sotto i dirupi delle Rocce di S. Giovanni,
al Colletto Valasco. Non meno degno di nota
è poi il circo del ghiacciaio
di Lourousa, modestissimo per estensione,
ma ben caratterizzato, oltre ad essere il
più basso delle Alpi Marittime ed
interessante pel suo modo di alimentazione;
già se non bastasse di per sé,
il suo orridissimo cerchio di creste ed
il suo canalone di ghiaccio (Canalone
di Lourousa), uno dei più alti
e certo il più regolare e vistoso
delle Alpi Italiane, ne fanno una cosa unica.
È da deplorarsi che vi sia stata
costrutta una funicolare aerea, per sfruttare
il ghiaccio e condurlo sulla strada a valle
delle Terme, funicolare che trovai del resto
già trascurata, nello scorso settembre.
Nella nostra epoca, ove il ghiaccio artificiale
tende vieppiù a sostituire quello
naturale, almeno i piccoli ghiacciai isolati
ed altrimenti interessanti dovrebbero lasciarsi
tali quali. Non insisterò sui panorami
che nelle belle giornate, non poi tanto
rare, si scoprono dalle alte cime delle
Alpi Marittime, panorami di bellezza
suprema, secondo il Freshfield, forse
unici dacché comprendono il mare,
secondo il Coolidge, per non citare che
due autorità non sospette di entusiasmo
parziale".
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"[
] Chi prendesse l'iniziativa riguardo
alla protezione di quel distretto" prosegue
Mader, potrebbe far conto sulla Amministrazione
delle Reali Caccie, che fin dall'epoca del
Re Galantuomo (riuscita tra l'altro ad impedire
lo sterminio dello stambecco nelle Alpi) fu meritatamente
citata quale prototipo esemplare del proverbio
tedesco: Kein Heger, Kein Jager (chi non
protegge la selvaggina, non merita il nome di
cacciatore). Siccome già la caccia v'è
riservata al Re, non risulterebbe nessun mutamento
in questo senso; se non che l'allontanamento di
una parte del bestiame da una parte del distretto,
favorirebbe ancora la propagazione della selvaggina
che vi si trova, perché non vi sarebbe
disturbata anche nell'estate. Già specialmente
i camosci abbondano su quei monti, ma la costituzione,
se si può dire così, di una riserva
nella riserva, sarebbe indubbiamente cosa grata
a chi ne gode".
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