Logo Piemonte Parchi
Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere


Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino
I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Teresio Valsesia

Monte Rosa, il macigno bianco

"Il macigno bianco": così vedeva il Rosa dalle Prealpi ticinesi Dino Campana, il "poeta pazzo" che, errabondo sulle montagne fra Italia e Svizzera, cercava invano di placare il furore cosmico inseguendo la serenità perduta.
Quello stesso "pallore spettrale" aveva colpito Samuel Butler, colto e sensibile viaggiatore inglese che oltre un secolo fa andava a scoprire gli angoli più suggestivi dei santuari piemontesi. Butler non si limitava a indagare la dovizia dell'arte religiosa e il misticismo che ammantava i Sacri Monti, ma alzava spesso lo sguardo verso la cattedrale che si staglia all'orizzonte della Pianura Padana, quasi una montagna sacra, come la cortina degli ottomila dal Prehimalaya nepalese.
La candida barriera del Rosa, che per imponenza è simile ai giganti della Terra (non per la quota delle sue cime ma per la muraglia di ghiaccio e di roccia), incombe su Macugnaga con 2.500 metri di dislivello.
Anche Leonardo da Vinci, nel suo soggiorno milanese, non era sfuggito al fascino del "Morboso", che passa "tutti li nuvoli", e che egli considerava come il generatore dei quattro fiumi più grandi d'Europa. Non l'ha immortalato nelle scenografie delle sue opere, preferendogli le Grigne. Ma non si era nemmeno limitato a contemplarlo dal Duomo, se va presa alla lettera l'affermazione: "Fui già sopra Monboso". E c'è un disegno nel castello dei Windsor che lascia immaginare il gigante avvolto dai "nuvoli" in un tramonto tempestoso, che ha tutta l'aria d'essere stato schizzato dalle colline del Lago Maggiore. Del resto l'unico tarlo che non rodeva il grande genio era forse proprio quello dell'alpinismo, ma coltivava lo studio dei fenomeni atmosferici. E in questo le Alpi erano davvero un'utile palestra.
Una montagna disponibile e generosa, il Rosa. La sua immagine, gigantesca e familiare a un tempo, accompagna gli automobilisti sull'autostrada Milano-Torino e su quella dei Laghi. Diremmo un gigante "democratico" (se l'attributo non fosse inflazionato), a differenza del Cervino e del Bianco che rimangono aristocraticamente celati nel loro aureo isolamento alpino.
Sulla statura "himalayana" della Est del Rosa c'è anche chi ha celiato, come l'avvocato torinese Luigi Vaccarone, compagno di ascensioni di Guido Rey, che confessava:

Se debbo dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, il Monte Rosa veduto da Macugnaga è di un'imponenza che non se ne ha l'idea. Sono duemilaseicento metri di pareti a picco che fan venire l'acquolina in bocca all'alpinista e al suicida per bene..., al suicida per bene... perché, dopo tutto quello che facciamo noi per far conoscere le montagne, non so proprio come ci siano ancora dei minchioni che si ammazzino malamente gettandosi giù da un secondo piano!...

Il primo a scoprire organicamente il massiccio più vasto delle Alpi con il periplo delle sue valli è stato Horace Bénédict de Saussure nel 1789. Dunque il suo nome non è legato soltanto al Monte Bianco, poiché anche al Rosa riserva pagine infervorate dei suoi Voyages dans les Alpes. È lui il precursore del "Grande Sentiero Walzer" del Rosa, o "Tour del Monte Rosa" per dirla con una recente banalizzazione. Sei delle sette valli hanno le stimmate dei Ticci medievali venuti dal Vallese. Maestri nel modellare sapientemente l'alta montagna, essi hanno assimilato attraverso i secoli quell'amor di paese, tipicamente nordalpino che, soprattutto a Gressoney e ad Alagna, ha stimolato l'anelito della scoperta dell'ignoto. Undici anni prima dell'arrivo di Saussure sette cacciatori gressonari erano saliti al Colle del Lys convinti di poter chiarire il mistero almeno di uno dei due miti che alimentavano fantasie e leggende: la valle perduta e la città di Felik. In realtà, dietro la barriera dell'ignoto, c'era solo un interminabile ghiacciaio che scendeva verso Praborno, la Zermatt ancora sconosciuta di poveri pastori e boscaioli.
"Non per motivo di studiare botanica, mineralogia e geologia, né collo scopo di fisiche osservazioni, io ho sempre prediletto con particolare passione le torreggianti vette dei monti; ma per sola naturale vaghezza di contemplare più da vicino la magnificenza delle opere del Sommo Creatore". L'abate Giovanni Gnifetti, parroco di Alagna nella prima metà dell'Ottocento, sdegnava gli stimoli scientifici della generazione precedente, privilegiando invece quelli estetici e sportivi, oltre all'appagamento dello spirito. Il personaggio è centrale nella storia dell'alpinismo del versante meridionale del Rosa, i cui protagonisti a differenza di tanta parte delle Alpi, non parlano inglese, ma il walser gressonaro e alagnese.
C'è soltanto un intermezzo straniero, quello del barone Franz Ludwig von Welden, generale dell'impero asburgico di stanza a Milano, autore del primo libro interamente dedicato al Rosa, pubblicato a Vienna nel 1824. Il barone visita le valli italiane del massiccio e il 25 agosto 1822 compie la prima salita della Ludwighöhe, una delle cime minori ma pur sempre un quattromila. Dà alla vetta il suo nome, ma con una precisazione: "Il 25 agosto è la festa di San Ludovico: l'ho dedicata a lui".
Dopo tre tentativi falliti, il 9 agosto 1842 l'abate Gnifetti raggiunge la Signalkuppe, "vetta che dalla creazione sino a quel dì era rimasta vergine da piede mortale". Più che giustificata l'euforia del parroco di Alagna:

Questo istante fu per me e per tutta la comitiva un vero istante di festa, di tripudio, e direi, di trionfo. In mezzo alle grida di letizia che elevaronsi fra il nostro stuolo di amici, risuonarono unanimi e spontanei gli evviva di Carlo Alberto e della Reale Famiglia Sabauda, evviva per più fiate ripetuti ma che in quelle alture disperdendosi nel gran vano del sottil aere, riuscivano esili quali di una voce debole e fioca, o di uno spirante.

Almeno nella cartografia italiana, la "Cima del Segnale" porterà poi il nome di Gnifetti anche perché l'"orrido obelisco" che contrassegnava la cima e che le dava il nome, sarebbe stato azzerato nel 1893 per costruirvi la capanna Regina Margherita, visitata dalla sovrana due settimane prima dell'inaugurazione. Secondo una cronaca dell'epoca

la Regina dormì colla marchesa e la marchesina di Villamarina nella camera che verrà destinata ad osservatorio. La notte passò tranquilla, però secondo il solito a quelle straordinarie altezze, soffrendo un po' d'insonnia. All'alba Sua Maestà ammirò il levar del sole che fu splendidissimo.

Si scrisse anche che "colla salita della Regina a quell'altissima vetta, l'alpinismo ha riportato una grande e straordinaria vittoria".
"Sua maestà il Ros", scriveva Guido Morselli, varesino, morto suicida una trentina di anni fa, al rientro da un'estate trascorsa a Macugnaga. Fatale il disinteresse che i critici dimostravano per i suoi romanzi. L'avrebbero riscoperto postumo.
"Montagna regale", o meglio "Regina di tutte le montagne": la definizione è inglese e naturalmente prescinde dai Savoia e da Margherita.
Non solo teste coronate. Anche un Papa ne è stato stregato. Era il 1889 e Achille Ratti, futuro Pio XI, compiva la prima salita italiana della parete Est con un bivacco a 4.600 metri. Notte insonne a causa dello "spettacolo che ci stava dinanzi: ...a quell'altezza, nel centro di quel grandioso fra i più grandiosi teatri alpini, in quell'atmosfera tutta pura e trasparente, sotto quel cielo del più cupo zaffiro, illuminato da un filo di luna e fin dove l'occhio giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel silenzio...".
Nell'antologia dei precursori e dei loro elogi ci sono anche le donne. Inglesi, naturalmente. Per lady Cole "niente è più affascinante della mole stupenda del Rosa: lo scenario ha una grandezza maestosa e severa". E William Brockedon, vedendoselo comparire all'improvviso al Passo del Moro, parla di uno "spettacolo indimenticabile: merita da solo un viaggio dall'Inghilterra".

Cliccare sull'immagine per ingrandirla
Cliccare sull'immagine per ingrandirla

 

I parchi del Piemonte
Home page parchi
Numeri arretrati
Numeri arretrati
Numeri speciali
Numeri speciali
Copia omaggio
Copia omaggio
Abbonamento
Abbonamenti 2002
Links
Links
La redazione
La redazione
Indici
Indici
Galleria immagini
Galleria immagini
Materiali per comunicare
Materiali per comunicare

 


Piemonte Parchi
Servizio a cura del Settore Pianificazione aree protette
e-mail:
piemonte.parchi@regione.piemonte.it

Regione Piemonte Home Page