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Monte Rosa, il macigno
bianco
"Il macigno bianco": così vedeva
il Rosa dalle Prealpi ticinesi Dino Campana, il
"poeta pazzo" che, errabondo sulle montagne
fra Italia e Svizzera, cercava invano di placare
il furore cosmico inseguendo la serenità
perduta.
Quello stesso "pallore spettrale" aveva
colpito Samuel Butler, colto e sensibile viaggiatore
inglese che oltre un secolo fa andava a scoprire
gli angoli più suggestivi dei santuari
piemontesi. Butler non si limitava a indagare
la dovizia dell'arte religiosa e il misticismo
che ammantava i Sacri Monti, ma alzava spesso
lo sguardo verso la cattedrale che si staglia
all'orizzonte della Pianura Padana, quasi una
montagna sacra, come la cortina degli ottomila
dal Prehimalaya nepalese.
La candida barriera del Rosa, che per imponenza
è simile ai giganti della Terra (non per
la quota delle sue cime ma per la muraglia di
ghiaccio e di roccia), incombe su Macugnaga con
2.500 metri di dislivello.
Anche Leonardo da Vinci, nel suo soggiorno milanese,
non era sfuggito al fascino del "Morboso",
che passa "tutti li nuvoli", e che egli
considerava come il generatore dei quattro fiumi
più grandi d'Europa. Non l'ha immortalato
nelle scenografie delle sue opere, preferendogli
le Grigne. Ma non si era nemmeno limitato a contemplarlo
dal Duomo, se va presa alla lettera l'affermazione:
"Fui già sopra Monboso". E c'è
un disegno nel castello dei Windsor che lascia
immaginare il gigante avvolto dai "nuvoli"
in un tramonto tempestoso, che ha tutta l'aria
d'essere stato schizzato dalle colline del Lago
Maggiore. Del resto l'unico tarlo che non rodeva
il grande genio era forse proprio quello dell'alpinismo,
ma coltivava lo studio dei fenomeni atmosferici.
E in questo le Alpi erano davvero un'utile palestra.
Una montagna disponibile e generosa, il Rosa.
La sua immagine, gigantesca e familiare a un tempo,
accompagna gli automobilisti sull'autostrada Milano-Torino
e su quella dei Laghi. Diremmo un gigante "democratico"
(se l'attributo non fosse inflazionato), a differenza
del Cervino e del Bianco che rimangono aristocraticamente
celati nel loro aureo isolamento alpino.
Sulla statura "himalayana" della Est
del Rosa c'è anche chi ha celiato, come
l'avvocato torinese Luigi Vaccarone, compagno
di ascensioni di Guido Rey, che confessava:
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Se debbo dire la verità, tutta la
verità, nient'altro che la verità,
il Monte Rosa veduto da Macugnaga è
di un'imponenza che non se ne ha l'idea.
Sono duemilaseicento metri di pareti a picco
che fan venire l'acquolina in bocca all'alpinista
e al suicida per bene..., al suicida per
bene... perché, dopo tutto quello
che facciamo noi per far conoscere le montagne,
non so proprio come ci siano ancora dei
minchioni che si ammazzino malamente gettandosi
giù da un secondo piano!...
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Il primo a scoprire organicamente il massiccio
più vasto delle Alpi con il periplo delle
sue valli è stato Horace Bénédict
de Saussure nel 1789. Dunque il suo nome non è
legato soltanto al Monte Bianco, poiché
anche al Rosa riserva pagine infervorate dei suoi
Voyages dans les Alpes. È lui il
precursore del "Grande Sentiero Walzer"
del Rosa, o "Tour del Monte Rosa" per
dirla con una recente banalizzazione. Sei delle
sette valli hanno le stimmate dei Ticci
medievali venuti dal Vallese. Maestri nel modellare
sapientemente l'alta montagna, essi hanno assimilato
attraverso i secoli quell'amor di paese, tipicamente
nordalpino che, soprattutto a Gressoney e ad Alagna,
ha stimolato l'anelito della scoperta dell'ignoto.
Undici anni prima dell'arrivo di Saussure sette
cacciatori gressonari erano saliti al Colle del
Lys convinti di poter chiarire il mistero almeno
di uno dei due miti che alimentavano fantasie
e leggende: la valle perduta e la città
di Felik. In realtà, dietro la barriera
dell'ignoto, c'era solo un interminabile ghiacciaio
che scendeva verso Praborno, la Zermatt ancora
sconosciuta di poveri pastori e boscaioli.
"Non per motivo di studiare botanica, mineralogia
e geologia, né collo scopo di fisiche osservazioni,
io ho sempre prediletto con particolare passione
le torreggianti vette dei monti; ma per sola naturale
vaghezza di contemplare più da vicino la
magnificenza delle opere del Sommo Creatore".
L'abate Giovanni Gnifetti, parroco di Alagna nella
prima metà dell'Ottocento, sdegnava gli
stimoli scientifici della generazione precedente,
privilegiando invece quelli estetici e sportivi,
oltre all'appagamento dello spirito. Il personaggio
è centrale nella storia dell'alpinismo
del versante meridionale del Rosa, i cui protagonisti
a differenza di tanta parte delle Alpi, non parlano
inglese, ma il walser gressonaro e alagnese.
C'è soltanto un intermezzo straniero, quello
del barone Franz Ludwig von Welden, generale dell'impero
asburgico di stanza a Milano, autore del primo
libro interamente dedicato al Rosa, pubblicato
a Vienna nel 1824. Il barone visita le valli italiane
del massiccio e il 25 agosto 1822 compie la prima
salita della Ludwighöhe, una delle
cime minori ma pur sempre un quattromila. Dà
alla vetta il suo nome, ma con una precisazione:
"Il 25 agosto è la festa di San Ludovico:
l'ho dedicata a lui".
Dopo tre tentativi falliti, il 9 agosto 1842 l'abate
Gnifetti raggiunge la Signalkuppe, "vetta
che dalla creazione sino a quel dì era
rimasta vergine da piede mortale". Più
che giustificata l'euforia del parroco di Alagna:
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Questo istante fu per me e per tutta la
comitiva un vero istante di festa, di tripudio,
e direi, di trionfo. In mezzo alle grida
di letizia che elevaronsi fra il nostro
stuolo di amici, risuonarono unanimi e spontanei
gli evviva di Carlo Alberto e della Reale
Famiglia Sabauda, evviva per più
fiate ripetuti ma che in quelle alture disperdendosi
nel gran vano del sottil aere, riuscivano
esili quali di una voce debole e fioca,
o di uno spirante.
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Almeno nella cartografia italiana, la "Cima
del Segnale" porterà poi il nome di
Gnifetti anche perché l'"orrido obelisco"
che contrassegnava la cima e che le dava il nome,
sarebbe stato azzerato nel 1893 per costruirvi
la capanna Regina Margherita, visitata dalla sovrana
due settimane prima dell'inaugurazione. Secondo
una cronaca dell'epoca
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la Regina dormì colla marchesa e
la marchesina di Villamarina nella camera
che verrà destinata ad osservatorio.
La notte passò tranquilla, però
secondo il solito a quelle straordinarie
altezze, soffrendo un po' d'insonnia. All'alba
Sua Maestà ammirò il levar
del sole che fu splendidissimo.
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Si scrisse anche che "colla salita della
Regina a quell'altissima vetta, l'alpinismo ha
riportato una grande e straordinaria vittoria".
"Sua maestà il Ros", scriveva
Guido Morselli, varesino, morto suicida una trentina
di anni fa, al rientro da un'estate trascorsa
a Macugnaga. Fatale il disinteresse che i critici
dimostravano per i suoi romanzi. L'avrebbero riscoperto
postumo.
"Montagna regale", o meglio "Regina
di tutte le montagne": la definizione è
inglese e naturalmente prescinde dai Savoia e
da Margherita.
Non solo teste coronate. Anche un Papa ne è
stato stregato. Era il 1889 e Achille Ratti, futuro
Pio XI, compiva la prima salita italiana della
parete Est con un bivacco a 4.600 metri. Notte
insonne a causa dello "spettacolo che ci
stava dinanzi: ...a quell'altezza, nel centro
di quel grandioso fra i più grandiosi teatri
alpini, in quell'atmosfera tutta pura e trasparente,
sotto quel cielo del più cupo zaffiro,
illuminato da un filo di luna e fin dove l'occhio
giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel
silenzio...".
Nell'antologia dei precursori e dei loro elogi
ci sono anche le donne. Inglesi, naturalmente.
Per lady Cole "niente è più
affascinante della mole stupenda del Rosa: lo
scenario ha una grandezza maestosa e severa".
E William Brockedon, vedendoselo comparire all'improvviso
al Passo del Moro, parla di uno "spettacolo
indimenticabile: merita da solo un viaggio dall'Inghilterra".
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