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Monviso, il re di pietra
Lo scrittore Pino Cacucci in Monviso Re di Pietra
- Omaggio alla montagna e al grande fiume,
manifestazione che si svolse al Pian del Re il
13 luglio 1997, si pose una domanda inconsueta:
"se il Monviso è più maschio
che femmina
Ha un nome da signore elegante,
ma è pur sempre una montagna, cioè
signora, o meglio madre. Quante volte da bambino,
ho ripetuto: 'Il Po nasce dal Monviso
'.
Dunque, se ha fatto nascere qualcuno
il
Monviso è mamma". Nonostante le incertezze
in quell'estate del '97 il Viso visse una grande
occasione artistica e mondana. Convennero al suo
cospetto, "in un anfiteatro naturale di una
dimensione cosmica", musicisti, artisti e
scrittori per creare, tutti assieme, una "performance":
la prima delle sua storia.
La valle, da Pian Regina alle sorgenti del Po,
fu disseminata di installazioni. Poco discosto
dalla torbiera di Pian del Re sorsero dodici palchi,
disposti in cerchio, sui quali presero posto dodici
percussionisti con tamburi, gong, piatti e timballi.
Tra una postazione e l'altra sedettero, accovacciati
sull'erba, gruppi di ragazzi con i fischietti.
In lontananza si udirono voci di cantori e suoni
di corni e tromboni.
I contributi letterari vennero offerti al pubblico,
con voce autorevole, dall'attore Duilio Del Prete
che lesse versi di Roberto Piumini, Maurizio Cucchi,
Alda Merini e brevi racconti di Mario Rigoni Stern,
Nico Orengo, Umberto Piersanti. Molti poeti e
narratori avevano accettato l'invito; ma se alcuni,
come Alvise Zorzi e Andrea Zanzotto, preferirono
giocare sul tema dell'acqua, altri offrirono i
loro versi ad entrambi: il fiume e la montagna.
Vivian Lamarque ricordò la scuola, un giorno
di maggio
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] e il Po dove nasceva e moriva?
Io guardavo i primi piumini nell'aria -
delta o estuario? destra o sinistra? e dove
nasceva? / mi suggerivano "Viso Viso"
indicandomi il viso - non capivo / guardavo
attonita l'aria
". Giuseppe Conte
invocò la montagna; la chiamò
"sovrano dei monti, tu padre del fiume,
signore dell'acqua e della pietra, / oh
tu gigante dalla bocca di neve, ricordo
di quel primo cielo e di quella prima era,
/ oh tu alveare di stelle e di comete, tu
energia di tutto quello che scende
obelisco d'aria e di fuoco.
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Nico Orengo immaginò folle di infelici
imprigionati nel monte, che armati di aghi scavavano
assottigliando la roccia, scorticandola verso
l'alto finché le scintille trovavano la
via dell'aria. Giorgio Luzzi disse che il Monviso
era "perno grazioso di un critico cerchio
delle pianure". Bruno Gambarotta lo definì
"triangolo magico". Carlo Grande se
ne dichiarò innamorato: "Ne ho parlato
anche agli amici / ti ho indicata da lontano /
"Ma sei pazzo - hanno detto - / Ne farai
una malattia. / Per una così, troppo alta
per te". / Ma che c'entra, anche i cavalli
/ pensano sempre all'Asia
".
Bruna Peyrot ricordò che il Monviso - alto
fra le Alpi occitane - fu abitato da "valdesi
che disboscavano gerbidi e foreste, costruivano
miande e diffondevano la Parola" a Paesana
villaggio ribelle, a Ostana e Oncino. Giorgio
Buridan, scrisse una commedia. Un pastiche
di citazioni che secoli di letteratura hanno regalato
al Monviso e una buffa filastrocca, a tempo di
rap, che dipana i tentativi di salire alla vetta:
"Altri inglesi certi Matthews / con Jacomb
e due fratelli / che di nome sono Croz / vanno
vanno per le rocce / sin che giungono alla cima".
Fino al ministro Quintino Sella che "alla
vista del Gigante
già si ispira /
e con aulica prestanza / una lirica gli fa".
Un ricco volume-catalogo fu pubblicato dalle Edizioni
Gribaudo di Cavallermaggiore. Raccolse poesie
e racconti, documentò il concerto del Pian
del Re e le opere d'arte. Il titolo ricalcò
la manifestazione: Omaggio alla montagna e
al grande fiume - Monviso Re di Pietra,
rendendo onore a Ezio Nicoli che di questa immagine
verbale era stato l'inventore nel suo libro del
'72, dedicato alla vetta delle Cozie [E. Nicoli,
Monviso Re di Pietra, Tamari Editori in
Bologna, 1972, ristampato da Gribaudo nel 1986].
Sfogliarlo è ancora oggi fondamentale per
approfondire la conoscenza della montagna. Il
libro comincia con un capitolo dedicato al Monviso
negli scrittori. Il primo fu Virgilio (70-19 a.C.)
che nel libro X dell'Eneide paragonò
la furia re di Cere Mezenzio, nel duello mortale
con Enea, al mitico cinghiale delle foreste del
Vesulo. In epoca romana ne scrissero anche Poponio
Mela e Plinio il Vecchio trattando del Po e al
suo corso; ma occorre risalire al medioevo per
trovare il nome della montagna citato in opere
di letteratura
: a Dante, nel canto XVI dell'Inferno;
a Petrarca, che lo disse "il monte più
alto della catena
che superando con il suo
vertice le nubi si innalza nei cieli tersi"
e all'inglese Geoffrey Chaucer che lo citò
nei Racconti di Canterbury.
Nel 1511 Leonardo da Vinci scrisse di una cava
di pietra bianca "al pié del Monviso";
Monte Viso lo chiamò invece Fra' Leandro
Alberti (1479-1552), bolognese, nella sua Descrittione
di tutta Italia: "da tutti gli antichi
scrittori Mons Vesulus addimandato
egli
è questo altissimo monte sassoso et sterile,
et nella cima vi è una picciola piazza".
Per il Viso, considerato dai romani la vetta più
alta del mondo, la citazione fu quasi sempre dovuta.
Ne scrissero letterati, storici, geografi, eruditi
locali. Pochi, in realtà, dimostrarono
di essergli andati vicino. Finché nel 1627
l'abate Valeriano Castiglioni, nella sua Relatione
di Monviso all'origine del fiume Po, raccontò
un'escursione alle pendici del monte. Gli dedicò
versi barocchi: "Questi è quel Genitor,
c'ha il crin di nevi, / Veste di ghiaccio, e mascherato
il volto / Di nubi, onde a mortali il giorno fura?
".
Il Settecento fu il secolo dei militari geografi,
spesso imprecisi. L'Ottocento annunciò
l'epoca in cui, come scrisse il Denina, gli uomini
avrebbero dato "alle pietre un'anima, ai
monti un volto". Nel 1804 il lusernese Lorenzo
Garola compì un'escursione con sette amici
tra cui una donna. Scrisse: "La Dama, il
Cavalier, l'arme, gli amori, / Le cortesie, piacevolezze
io canto, / Le fatiche, i disastri e dissapori
/ Di sette viaggiator, che si dier vanto, / Di
valicare monti ed alt'orrori / Del Vesul, che,
nell'Alpi spicca tanto". Il secolo vide anche
l'opera del saluzzese Giovanni Eandi che al Monviso
dedicò numerose pagine della sua opera
enciclopedica "Statistica della Provincia
di Saluzzo". Nel 1839 Sthendal fece immaginare
al nobile Fabrizio del Dongo, protagonista del
romanzo La Certosa di Parma, la cerchia
dei monti: "
dall'altra parte che il
tramonto colorava d'un rosso arancione si disegnavano
netti i contorni del Monviso e degli altri picchi
delle Alpi che da Nizza risalgono verso il Moncenisio
e Torino".
Nel Novecento le citazioni si moltiplicarono:
letteratura, alpinismo, poeti dialettali, libri
di montagna. Due vogliamo qui ricordare, concepiti
ai piedi del Viso: Monviso mon amour, testi
e foto di Gianni Aimar di Oncino (edizioni FP
- Torino, 1987) e Guida delle Alpi Misteriose
e Fantastiche (Sugar Editore, 1972) scritto
da Serge Bertino a Ostana.
Viso o Monviso? La prima dizione è quella
che più si avvicina alla forma occitana
usata nelle valli, espressa graficamente nelle
forme lo Viso, o lou Visoul: che è
anche il titolo di una poesia di Tòni Baudrier,
il grande poeta occitano, scritta per la manifestazione
del 1997 a Pian del Re. Versi che si fanno preghiera:
Per nous soulajar, Pàire, per nous
ensoulelhar,
nous as dounà 'n pairin, un miralh dau
soulelh,
miralh nòu, soulelh vielh,
grand'oumbro, 'schalo-bruno, òuro freid,
òuro chaud,
bas e mountant en àut,
per nous pourtar mai àut, bou l'armeto
voular
Per consolarci, per colmarci di sole, Padre,
ci hai dato un padrino, uno specchio del sole
specchio nuovo, sole antico,
grande ombra, scala bruna (crepuscolo), ora freddo,
ora caldo,
basso e salente in alto,
per portarci più in alto, con la piccola
anima volare
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