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Monte Leone
Hic sunt leones
Pur trovandosi sulla cresta di confine il Monte
Leone appartiene più all'Italia che alla
Svizzera. Innanzitutto per il nome: la cresta di
confine è piena di "horn" mentre
sono rari i nomi italiani, il Leone è al
contrario indicato col nome italiano anche sulle
carte svizzere fin dal 1820, come si legge sulla
Carta Raymond, e poi sulla carta Dufour.
Il toponimo sembra derivi da Aione, un gruppo
di baite dell'Alpe Veglia, e così ci siamo
messi il cuore in pace circa la presenza di animali
feroci; la prima ascensione è di anonimi
ufficiali svizzeri che nel luglio del 1859 sorvegliavano
il confine turbolento per la nostra seconda guerra
d'indipendenza. Nello stesso anno l'esploratore
J.J. Weilenmann, da solo, trovò l'ometto
che gli ufficiali avevano costruito sulla vetta.
La cima è invisibile dal Passo del Sempione
mentre dall'Italia, dall'Alpe Veglia, il "Monte
d'Aione" ha un aspetto imponente.
Ma il Leone non deve la fama all'aspetto esteriore,
anzi, se vogliamo la deve soprattutto alle sue
viscere, le famose viscere del Monte Leone in
cui è stata scavata la galleria più
lunga del mondo, 19 chilometri e 770 metri, come
recitava il mio libro di storia alle elementari.
La costruzione della galleria fu impresa epica,
durata dal 1898 al 1906, vi lavorarono 4000 operai,
2000 dall'Italia, 2000 dalla Svizzera. Sono quelle
imprese che non viene neppur voglia di cominciare,
tanto s'annunciano lunghe, come la scrittura di
un romanzo, immaginate Tolstoj prima di iniziare
Anna Karenina: bisogna avere una bella fiducia
nel futuro, che ci sia ancora un futuro, che il
lavoro che stai facendo abbia ancora un senso
quando sarà finito. Nessun viaggio sulla
terra, e finora anche nello spazio, è lungo
come il viaggio di una manciata di minatori (perchè
1900 erano dietro a metter puntelli, gettare rotaie,
smarinare, affilare punte, preparare da mangiare,
a dormire nella branda di chi è di turno,
a ubriacarsi per sciogliere quel sasso che si
sta formando nei polmoni e quell'altro che pesa
sul cuore) una manciata dicevamo, di minatori,
che avanza, alla media di dieci metri al giorno,
questo sì che è fantastico, dieci
metri al giorno, all'inizio del secolo scorso,
nella roccia dura del Monte Leone, dieci metri
al giorno è la velocità della luce.
Della galleria del Sempione si interessò
un poeta maledetto, orfico, come amava definirsi
Dino Campana, che
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il 15 maggio, di sera, nel buffet della
stazione ferroviaria di Domodossola scrive
di getto la prima versione del Canto Proletario
Italo-Francese, il paesaggio della Val Divedro,
il tunnel del Sempione, la fila dei braccianti
col badile in spalla, e più recenti
suggestioni di guerra, su un ritmo che a
tratti assume una cadenza di marcia militare
: Cara Italia che t'importa / Ti sei fatta
a forzare la pietra / Prendi coraggio questa
volta / Che la porta ti si aprirà.
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Sono parole di Sebastiano
Vassalli, tratte dal suo romanzo su Dino Campana,
che poco prima dello scoppio della prima guerra
mondiale, valicò il Sempione di ritorno
da un viaggio in Svizzera.
E con questo basta gallerie, usciamo all'aria
aperta.
La cima del Leone è rocciosa, un triangolo
dalla base larga che si appoggia sul ghiacciaio
di Alpjen; se lo guardiamo da sud, per esempio
dal belvedere del Mottarone, ci appare come un'immensa
poltrona. Da nord e da nord-est, cioè dal
Veglia invece è una grande parete alpina
con festoni di seracchi verso nord e una parete
di roccia alta 1300 metri verso est; la maggior
parte delle salite avviene dal Sempione per il
Breithornpass, il ghiacciaio di Alpjen e la Cresta
Sud, questa è pure la frequentatissima
via scialpinistica.
Dall'Alpe Veglia si sale per la via normale italiana,
lunga e faticosa, per il Lago D'Avino e il Passo
Fnè. Interessante è la via detta
della "paretina" più difficile
ma corta e divertente che ha un valido punto d'appoggio
nel Rifugio Monte Leone, alla Bocchetta d'Aurona.
Se, salendo alla Bocchetta d'Aurona, giunti sul
piccolo residuo di ghiacciaio vi accade di udire
urla o lamenti sappiate che è l'anima perduta
di un uomo:
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una notte in tempi lontani, un uomo
passava il confine al Ghiacciaio d'Aurona
trasportando clandestinamente dell'oro.
Il valico di notte è paurosamente
difficile e un crepaccio fu fatale al nostro
viandante.
Scomparve nell'abisso con un urlo e il suo
prezioso carico si disperse sui ripidi pendii
Nelle notti di luna e di gran vento si odono
le sue lamentose invocazioni di aiuto e
si vedono ancora scintillare le monete d'oro
sulle nevi del ghiacciaio.
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Ho trovato questa leggenda in "Ombre del
passato" bel libro illustrato a cura della
pittrice Isolina Rosa Trabattoni. In tutto il
libro, certamente documentato, non si nomina mai
il Monte Leone: solo si parla di pascoli, alpeggi,
la strada del Sempione, l'Alpe Veglia, Gondo,
il passaggio delle truppe napoleoniche dal Passo
del Sempione, racconti di vite umili e di una
traversata del Sempione nel 1661 di Maria Mancini,
nipote del Cardinale Mazzarino che a 15 anni va
a Roma in sposa al Gran Connestabile Lorenzo Onofrio
Colonna. Di alta montagna non si parla, la montagna
di roccia e di ghiaccio non c'è. Hic
sunt leones, verrebbe da dire indulgendo a
un facile gioco di parole.
Dopo i primi salitori si interessarono al Leone
gli alpinisti Spezia e Bazzetta senza dimenticare
gli scopritori della Lepontine: gli inglesi Cust,
Conway e il reverendo americano W. A. B. Coolidge.
Nel 1892 W.M Conway compilerà la prima
guida alpinistica della zona.
Fino al settecento e a volte nell'ottocento a
un visitatore occasionale poteva succedere ciò
che accadde allo scrittore inglese Samuel Butler
in visita nel Canton Ticino che, giunto a Dalpe,
non riuscì a scovare qualcuno che sapesse
indicargli il nome del Pizzo Campo Tencia (m 3072)
né lo trovò sulle carte.
Nessuno invece degli innumerevoli viaggiatori
che in quegli anni valicano il Passo del Sempione,
s'interessa alle cime intraviste dalla strada,
anche se tutti sono impressionati dalle Gole di
Gondo.
Valga per tutte la descrizione delle gole nel
diario di un'anonima lady scritto nel 1838 e pubblicato
in " Ladies and Gentlemens nell'Ossola"
di Marino Ferraris.
"
E' la più selvaggia delle
forre rocciose: il sole non penetra mai nei suoi
recessi e il dirupo arriva a 2.200 piedi; non
c'è vegetazione se si escludono file di
abeti qua e là e nudi massi neri, così
vicini che: il vagabondo può a stento vedere
il delizioso blu dell'estate del cielo".
E mi accorgo che per la seconda volta mi sono
lasciato trascinare giù, prima nella galleria,
adesso nella forra, attirato dalla forza di gravità,
dalla pesantezza delle parole scritte. Occorre
uno scatto dei reni, elevarsi, ascendere, su verso
il delizioso blu: descriverò una delle
tante salite che mi è successo di fare
alla cima del Leone.
Luogo di partenza: Ospizio del Sempione, anno:
primi anni '70, mese: metà dicembre, ora:
mezzogiorno circa. Perché Carlo Carmagnola,
Carlo Baletti e io avessimo deciso di partire
a quell'ora per il Leone non ricordo; sicuramente
c'entrava il desiderio di poterlo raccontare.
Suonerebbero false le descrizioni del panorama
durante la salita, e chi l'ha visto il panorama?
Solo le code degli sci del Carmagnola vidi, e
anche queste offuscate dalla stanchezza e dal
sudore che colava negli occhi.
Giunti in cima il sole si mise a tramontare verso
il Vallese, tutta la nostra fretta sparì,
aspettammo finché l'enorme palla rossa
non affondò nella nebbia dell'orizzonte
mentre un'altra palla, opalescente, saliva dal
lato opposto del cielo.
Via via che la notte avanzava, la luce, anziché
diminuire, aumentava, eravamo al centro di una
triangolazione di specchi: il sole da dietro la
curva dell'orizzonte illuminava la luna che rifletteva
la luce sulla neve del ghiacciaio di Alpjen, che
a sua volta ce la rendeva intatta. L'atmosfera
era così pura che nemmeno un fotone andava
perduto.
Scendemmo lungo la cresta rocciosa e ci trovammo
sul ghiacciaio di Alpjen alla luce della luna
che tutto avvolge e uniforma. Mettemmo gli sci
e, dopo essere risaliti per un breve tratto al
Colle del Breithorn, iniziammo la discesa.
Per quanto luminosa la luce lunare è ingannevole;
sciavamo come se galleggiassimo, senza avere l'esatta
percezione delle gobbe di neve e delle pendenze,
a volte invece di galleggiare sprofondavamo in
un abisso che si rivelava essere di pochi metri,
o in quello che pensavamo fosse un semplice avvallamento,
che si rivelava essere un abisso, ma sempre galleggiavamo
o sprofondavamo in qualcosa di morbido, arrotondato,
smussato.
Il silenzio, che in montagna è sovente
palpabile, quasi una presenza, alla luce di quella
luna, quando ci fermavamo a prendere fiato e cessava
anche il fruscio prodotto dal nostro scivolare
sulla neve farinosa, si faceva siderale.
Galleggiavamo, come astronauti persi nello spazio
infinito.
Sono sceso altre volte di notte con gli sci, con
e senza luna, ma la magia di quella volta non
si ripeté, non so quanto impiegammo, certamente
meno di un'ora, forse mezz'ora, è come
se il tempo si fosse fermato.
Fummo toccati, quella sera, da qualcosa che ci
sembrò soprannaturale, anche se tutto quello
che ci accadde fu estremamente naturale: la luna,
il silenzio, il freddo, la neve. Siamo così
poco abituati alla natura ch'essa ci sconvolge
quando si manifesta nella sua semplice e grandiosa
bellezza: la luna, il freddo, il silenzio, la
neve e i nostri cuori che battevano di emozione
e fatica sui pendii del Monte Leone.
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