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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere


Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones

Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino
I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Alberto Paleari

Monte Leone
Hic sunt leones

Pur trovandosi sulla cresta di confine il Monte Leone appartiene più all'Italia che alla Svizzera. Innanzitutto per il nome: la cresta di confine è piena di "horn" mentre sono rari i nomi italiani, il Leone è al contrario indicato col nome italiano anche sulle carte svizzere fin dal 1820, come si legge sulla Carta Raymond, e poi sulla carta Dufour.
Il toponimo sembra derivi da Aione, un gruppo di baite dell'Alpe Veglia, e così ci siamo messi il cuore in pace circa la presenza di animali feroci; la prima ascensione è di anonimi ufficiali svizzeri che nel luglio del 1859 sorvegliavano il confine turbolento per la nostra seconda guerra d'indipendenza. Nello stesso anno l'esploratore J.J. Weilenmann, da solo, trovò l'ometto che gli ufficiali avevano costruito sulla vetta.
La cima è invisibile dal Passo del Sempione mentre dall'Italia, dall'Alpe Veglia, il "Monte d'Aione" ha un aspetto imponente.
Ma il Leone non deve la fama all'aspetto esteriore, anzi, se vogliamo la deve soprattutto alle sue viscere, le famose viscere del Monte Leone in cui è stata scavata la galleria più lunga del mondo, 19 chilometri e 770 metri, come recitava il mio libro di storia alle elementari.
La costruzione della galleria fu impresa epica, durata dal 1898 al 1906, vi lavorarono 4000 operai, 2000 dall'Italia, 2000 dalla Svizzera. Sono quelle imprese che non viene neppur voglia di cominciare, tanto s'annunciano lunghe, come la scrittura di un romanzo, immaginate Tolstoj prima di iniziare Anna Karenina: bisogna avere una bella fiducia nel futuro, che ci sia ancora un futuro, che il lavoro che stai facendo abbia ancora un senso quando sarà finito. Nessun viaggio sulla terra, e finora anche nello spazio, è lungo come il viaggio di una manciata di minatori (perchè 1900 erano dietro a metter puntelli, gettare rotaie, smarinare, affilare punte, preparare da mangiare, a dormire nella branda di chi è di turno, a ubriacarsi per sciogliere quel sasso che si sta formando nei polmoni e quell'altro che pesa sul cuore) una manciata dicevamo, di minatori, che avanza, alla media di dieci metri al giorno, questo sì che è fantastico, dieci metri al giorno, all'inizio del secolo scorso, nella roccia dura del Monte Leone, dieci metri al giorno è la velocità della luce.
Della galleria del Sempione si interessò un poeta maledetto, orfico, come amava definirsi Dino Campana, che

il 15 maggio, di sera, nel buffet della stazione ferroviaria di Domodossola scrive di getto la prima versione del Canto Proletario Italo-Francese, il paesaggio della Val Divedro, il tunnel del Sempione, la fila dei braccianti col badile in spalla, e più recenti suggestioni di guerra, su un ritmo che a tratti assume una cadenza di marcia militare : Cara Italia che t'importa / Ti sei fatta a forzare la pietra / Prendi coraggio questa volta / Che la porta ti si aprirà.

Sono parole di Sebastiano Vassalli, tratte dal suo romanzo su Dino Campana, che poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, valicò il Sempione di ritorno da un viaggio in Svizzera.
E con questo basta gallerie, usciamo all'aria aperta.
La cima del Leone è rocciosa, un triangolo dalla base larga che si appoggia sul ghiacciaio di Alpjen; se lo guardiamo da sud, per esempio dal belvedere del Mottarone, ci appare come un'immensa poltrona. Da nord e da nord-est, cioè dal Veglia invece è una grande parete alpina con festoni di seracchi verso nord e una parete di roccia alta 1300 metri verso est; la maggior parte delle salite avviene dal Sempione per il Breithornpass, il ghiacciaio di Alpjen e la Cresta Sud, questa è pure la frequentatissima via scialpinistica.
Dall'Alpe Veglia si sale per la via normale italiana, lunga e faticosa, per il Lago D'Avino e il Passo Fnè. Interessante è la via detta della "paretina" più difficile ma corta e divertente che ha un valido punto d'appoggio nel Rifugio Monte Leone, alla Bocchetta d'Aurona.
Se, salendo alla Bocchetta d'Aurona, giunti sul piccolo residuo di ghiacciaio vi accade di udire urla o lamenti sappiate che è l'anima perduta di un uomo:

…una notte in tempi lontani, un uomo passava il confine al Ghiacciaio d'Aurona trasportando clandestinamente dell'oro.
Il valico di notte è paurosamente difficile e un crepaccio fu fatale al nostro viandante.
Scomparve nell'abisso con un urlo e il suo prezioso carico si disperse sui ripidi pendii…
Nelle notti di luna e di gran vento si odono le sue lamentose invocazioni di aiuto e si vedono ancora scintillare le monete d'oro sulle nevi del ghiacciaio.

Ho trovato questa leggenda in "Ombre del passato" bel libro illustrato a cura della pittrice Isolina Rosa Trabattoni. In tutto il libro, certamente documentato, non si nomina mai il Monte Leone: solo si parla di pascoli, alpeggi, la strada del Sempione, l'Alpe Veglia, Gondo, il passaggio delle truppe napoleoniche dal Passo del Sempione, racconti di vite umili e di una traversata del Sempione nel 1661 di Maria Mancini, nipote del Cardinale Mazzarino che a 15 anni va a Roma in sposa al Gran Connestabile Lorenzo Onofrio Colonna. Di alta montagna non si parla, la montagna di roccia e di ghiaccio non c'è. Hic sunt leones, verrebbe da dire indulgendo a un facile gioco di parole.
Dopo i primi salitori si interessarono al Leone gli alpinisti Spezia e Bazzetta senza dimenticare gli scopritori della Lepontine: gli inglesi Cust, Conway e il reverendo americano W. A. B. Coolidge. Nel 1892 W.M Conway compilerà la prima guida alpinistica della zona.
Fino al settecento e a volte nell'ottocento a un visitatore occasionale poteva succedere ciò che accadde allo scrittore inglese Samuel Butler in visita nel Canton Ticino che, giunto a Dalpe, non riuscì a scovare qualcuno che sapesse indicargli il nome del Pizzo Campo Tencia (m 3072) né lo trovò sulle carte.
Nessuno invece degli innumerevoli viaggiatori che in quegli anni valicano il Passo del Sempione, s'interessa alle cime intraviste dalla strada, anche se tutti sono impressionati dalle Gole di Gondo.
Valga per tutte la descrizione delle gole nel diario di un'anonima lady scritto nel 1838 e pubblicato in " Ladies and Gentlemens nell'Ossola" di Marino Ferraris.
" … E' la più selvaggia delle forre rocciose: il sole non penetra mai nei suoi recessi e il dirupo arriva a 2.200 piedi; non c'è vegetazione se si escludono file di abeti qua e là e nudi massi neri, così vicini che: il vagabondo può a stento vedere il delizioso blu dell'estate del cielo".
E mi accorgo che per la seconda volta mi sono lasciato trascinare giù, prima nella galleria, adesso nella forra, attirato dalla forza di gravità, dalla pesantezza delle parole scritte. Occorre uno scatto dei reni, elevarsi, ascendere, su verso il delizioso blu: descriverò una delle tante salite che mi è successo di fare alla cima del Leone.
Luogo di partenza: Ospizio del Sempione, anno: primi anni '70, mese: metà dicembre, ora: mezzogiorno circa. Perché Carlo Carmagnola, Carlo Baletti e io avessimo deciso di partire a quell'ora per il Leone non ricordo; sicuramente c'entrava il desiderio di poterlo raccontare.
Suonerebbero false le descrizioni del panorama durante la salita, e chi l'ha visto il panorama? Solo le code degli sci del Carmagnola vidi, e anche queste offuscate dalla stanchezza e dal sudore che colava negli occhi.
Giunti in cima il sole si mise a tramontare verso il Vallese, tutta la nostra fretta sparì, aspettammo finché l'enorme palla rossa non affondò nella nebbia dell'orizzonte mentre un'altra palla, opalescente, saliva dal lato opposto del cielo.
Via via che la notte avanzava, la luce, anziché diminuire, aumentava, eravamo al centro di una triangolazione di specchi: il sole da dietro la curva dell'orizzonte illuminava la luna che rifletteva la luce sulla neve del ghiacciaio di Alpjen, che a sua volta ce la rendeva intatta. L'atmosfera era così pura che nemmeno un fotone andava perduto.
Scendemmo lungo la cresta rocciosa e ci trovammo sul ghiacciaio di Alpjen alla luce della luna che tutto avvolge e uniforma. Mettemmo gli sci e, dopo essere risaliti per un breve tratto al Colle del Breithorn, iniziammo la discesa.
Per quanto luminosa la luce lunare è ingannevole; sciavamo come se galleggiassimo, senza avere l'esatta percezione delle gobbe di neve e delle pendenze, a volte invece di galleggiare sprofondavamo in un abisso che si rivelava essere di pochi metri, o in quello che pensavamo fosse un semplice avvallamento, che si rivelava essere un abisso, ma sempre galleggiavamo o sprofondavamo in qualcosa di morbido, arrotondato, smussato.
Il silenzio, che in montagna è sovente palpabile, quasi una presenza, alla luce di quella luna, quando ci fermavamo a prendere fiato e cessava anche il fruscio prodotto dal nostro scivolare sulla neve farinosa, si faceva siderale.
Galleggiavamo, come astronauti persi nello spazio infinito.
Sono sceso altre volte di notte con gli sci, con e senza luna, ma la magia di quella volta non si ripeté, non so quanto impiegammo, certamente meno di un'ora, forse mezz'ora, è come se il tempo si fosse fermato.
Fummo toccati, quella sera, da qualcosa che ci sembrò soprannaturale, anche se tutto quello che ci accadde fu estremamente naturale: la luna, il silenzio, il freddo, la neve. Siamo così poco abituati alla natura ch'essa ci sconvolge quando si manifesta nella sua semplice e grandiosa bellezza: la luna, il freddo, il silenzio, la neve e i nostri cuori che battevano di emozione e fatica sui pendii del Monte Leone.

 

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