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Marguareis, dove nessun
uomo può vivere
Situato a cavallo tra la Val Pesio e l'alta valle
del Tanaro, il Marguareis, 2.651 m, è il
punto culminante delle Alpi Liguri, che convenzionalmente
sono la porzione di catena situata a est del Colle
di Tenda.
Pur essendo facilmente individuabile, non è
una di quelle montagne che colpiscano immediatamente
la fantasia: osservata dalla pianura altro non
è che una lunga falesia rocciosa dal profilo
poco pronunciato che fa da quinta alla boscosa
Val Pesio con la sua celebre Certosa. Avvicinandosi
la prospettiva invece si perde in un dedalo di
guglie canaloni e ripiani. Per altezza non può
poi certo competere con i giganti alpini che le
si contrappongano dall'altro lato dell'ampio catino
padano (il Viso in primis) tanto che per
lungo tempo non fu ritenuta neppure la vetta più
elevata delle Liguri superata in questo dal vicino
Mongioia.
Scrive Andrea Parodi
Una caratteristica di molte
grandi montagne della "Provincia Granda"
è la loro duplicità di aspetto:
una parete ripida e arcigna che fa apparire
la vetta quasi inespugnabile. E dall'altro
versante invece morbidi declivi erbosi, come
il Bersaio, o almeno pendii di sfasciumi e
boccette tra cui si snoda il sentiero, ovvero
il caso del Marguareis e del Chersogno.
Il Gruppo del Marguareis in particolare si
affaccia sull'alta Valle Pesio con una serie
di pareti verticali, intercalate qua e là
da cenge detritiche e solcate da profondi
canaloni.
L'imponente bastionata conferisce alla cima
più alta delle Alpi Liguri un aspetto
decisamente regale. Al contrario visto da
sud, il Marguareis appare come un anonima
cupola erbosa , che si distingue a malapena
dai rilievi circostanti. [Grandi Monti-1,
Vivalda editori 1989] |
Non deve stupire quindi che sino a tempi moderni
la nostra montagna non sia stata fatta oggetto
di grande interesse da parte di viaggiatori e
alpinisti.
Anche il toponimo è recente, sino alla
fine del 700 non se ne trova traccia. In carte
più antiche al posto della attuale denominazione
si trova un Monte Corna, ma anche talvolta Monte
Cassino.
E circa l'etimologia riprendiamo quanto scritto
da Marziano di Maio in Vaìi, gias e
vastére, toponomastica del massiccio Marguareis-Mongioi,
che lungi dall'essere un arido elenco di nomi
è invece un affascinante viaggio alla ricerca
di significati.
| Il nome ha
tutt'ora un origine avvolta nel mistero. Le
spiegazioni che si è tentato di dare,
sono tutte fantasiose, come quella di Bobba
(ripresa da Biancardi) secondo cui il significato
è di "male avrai". Si possono
fare congetture senza per altro caldeggiarne
nessuna. Per la prima parte del nome (la seconda
è molto più ostica) , si sa
ad esempio che mar o mara è una radice
antichissima ... con senso di roccia, pietra,
sasso. |
Ma tra le tante spiegazioni quella data dal "vegliardo
di Birathnagar (Nepal)" secondo cui alla
luce del sanscrito, Marguareis vorrebbe dire "luogo
dove nessun uomo può vivere" è
la più affascinante.
E se le aride pendici della nostra montagna sono
poco ospitali e gli insediamenti permanenti si
fermano molto in basso, questo non ha scoraggiato
i pastori transumanti che con le loro greggi sono
stati per millenni i signori incontrastati di
queste montagne, in continua competizione tra
di loro per accaparrarsi i pascoli migliori tanto
da giungere tal volta a veri e propri sanguinosi
scontri tra comunità e con il predatore
per eccellenza, il lupo, che prima della sua riapparizione,
ebbe in alta Val Tanaro uno degli ultimi rifugi.
Quello che però fa del massiccio del Marguareis
un fatto unico ed eccezionale è la sua
geologia che rappresenta uno dei maggiori complessi
di roccia carsica esistenti al mondo. I versanti
sono un ininterrotto susseguirsi di pietraie,
campi solcati, doline, fessure, inghiottitoi.
Quasi assente la circolazione idrica superficiale,
l'acqua piovana penetra nel calcare giurassico
lentamente, percola verticalmente nelle infinite
fessure e negli oscuri pozzi e infine si distende
in piano nel trias per raggiungere le zone
di risorgenza giù in basso. Il "Pis
del Pesio", quello dell'Ellero, la Foce sono
altrettante sorgenti carsiche dove l'acqua torna
finalmente alla luce dopo interminabili e misteriosi
percorsi sotterranei.
Un mondo alla rovescia fatto di buio, di fango,
di profondissimi pozzi, di condotti che ne fanno
il paradiso e il tormento talvolta drammatico
per gli speleologi.
Furono i geologi per primi a visitare il massiccio
come il conte Gaetano Rovereto che lasciò
un accuratissima relazione o il primo salitore
ufficiale il genovese Lorenzo Pareto a cui è
stata dedicata una delle cime satelliti.
A partire dagli anni 60, con il diffondersi della
speleologia divenuta non più solo studio
ma anche raffinata pratica sportiva, il Marguareis
diventa per molti una meta obbligata e mitica.
Tra coloro che ebbero un ruolo fondamentale nella
sua esplorazione è Andrea Gobetti, torinese,
di illustre famiglia. Alpinista, esploratore ma
anche valido scrittore ha dedicato alla speleologia
e al Marguareis in particolare alcune delle sue
pagine migliori.
Era la prima
volta dell' anno che si arrivava in macchina
sino alla curva del Ferà, quella curva
in cui la vecchia strada militare che unisce
Monesi con tenda cambia versante e improvvisamente
appare agli occhi degli speleologi tutto il
calcare del Marguareis. E' un rito che i primi
ad arrivare quassù si fermino a guardare
il tanto conosciuto panorama: Piaggia Bella,
Punta Emma, Colle dei Signori, Cresta della
Gallina, Bocca di Mezza Via ... è l'inizio
dell'esplorazione dei grandi abissi verticali
che ancora sonnecchiano sotto il calcare.
[Una frontiera da immaginare, dall'Oglio
editore, 1976] |
Con Gobetti l'avventura speleologica esce dal
ristretta cerchia degli addetti per diventare
letteratura.
Una "Frontiera a da immaginare" è
il suo primo libro, un diario divertente ed auto
ironico di dieci anni di avventure che attraversano
i turbolenti anni attorno al '68, con le speranze,
le illusioni e i sogni di una generazione, in
cui "Gobetti infonde la meditazione dei perché
mettendo spietatamente a nudo se stesso nel rapporto
con gli abissi, con le pareti, con gli amici."
Uno dei capitoli salienti del libro sono le esplorazioni
a Piaggia Bella del 1975 che porteranno all'individuazione
del quarto ingresso della grotta con la celebre
congiunzione attraverso il sifone di fango del
Solai.
"Fango. Per la prima volta questo biblico
elemento si frappone fra me e l'ignoto. Il rumore
del torrente (e se fosse poi quello del vento)
canta la vecchia canzone delle Sirene per portare
Ulisse al di là del fango."
Di dieci anni successivo, è le "Radici
del cielo" altro romanzo autobiografico in
cui l'autore "trasporta il lettore nel regno
del sottoterra, nelle sue favole e nelle sue storie
di miti e follie, là dove niente è
vero ma sempre assoluto, mai raggiunto ma sempre
raggiungibile".
Uno dei capitoletti più gustosi è
quello dedicato all'acetilene, lo strumento principe
per poter vedere cosa c'è "dentro"
sotto la scorza della montagna, in cui chiunque
abbia avuto a che fare con il mefitico congegno
non può, divertito, che riconoscersi.
Gli Arabi dicono che il
primo paio di pinze da fonderia fu dono di
Allah.
Gli Speleologi dicono che la lampada a carburo
l'ha regalata loro Satana il Maligno.
Come avrebbe potuto altrimenti l'uomo estrarre
velocemente il secondo paio di pinze dallo
stampo per gettarlo in acqua?
Come avrebbe altrimenti fatto il Demonio per
garantirsi la solidarietà e le anime
degli indiscreti vicini di casa?
La lampada a carburo.
L'Acetilene per i conoscenti. Conoscenti perché
amici non ne ha.
[
] 'Ora ve ne spiego il funzionamento'
iniziò l'oratore, speleologo attempato
e carismatico [
]. L'arnese è
costituito da due Triadi; in quella inferiore
la bombola per i vili materialisti, avviene
il misterium coniunctionis, il solvi
e coagula e la nemesi storica. Fra essa e
la triade superiore è il tubo, simbololeggiante
l'Uomo, teso fra il culo e la testa, pronto
a impigliarsi dappertutto.
Triade superiore, il fotoforo, ero lux
in obscuritate come quel diario scolastico
del passato che ci invitava ad essere buoni
leali e coraggiosi come pecore.
Il Tutto è il Vendicatore, l'oggetto
trionfante del suo odio per l'uomo che l'ha
creato e crede di dominarlo: è il Frankestein
della speleologia. [Le Radici del Cielo,
ed CDA, 1986] |
Se la discesa agli inferi per conoscere l'essenza
stessa della montagna è riservata agli
speleologi, perché di grotte facili non
c'è ne sono, assai più semplice
invece è raggiungere la vetta della montagna
che offre un eccezionale panorama. Dal Colle dei
Signori, dove transita una carrozzabile ex-militare,
per tracce di sentiero lungo la cresta sud, agevolmente
si perviene alla sommità in poco più
di un ora e mezza.
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