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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere

Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Aldo Molino

Marguareis, dove nessun uomo può vivere

Situato a cavallo tra la Val Pesio e l'alta valle del Tanaro, il Marguareis, 2.651 m, è il punto culminante delle Alpi Liguri, che convenzionalmente sono la porzione di catena situata a est del Colle di Tenda.
Pur essendo facilmente individuabile, non è una di quelle montagne che colpiscano immediatamente la fantasia: osservata dalla pianura altro non è che una lunga falesia rocciosa dal profilo poco pronunciato che fa da quinta alla boscosa Val Pesio con la sua celebre Certosa. Avvicinandosi la prospettiva invece si perde in un dedalo di guglie canaloni e ripiani. Per altezza non può poi certo competere con i giganti alpini che le si contrappongano dall'altro lato dell'ampio catino padano (il Viso in primis) tanto che per lungo tempo non fu ritenuta neppure la vetta più elevata delle Liguri superata in questo dal vicino Mongioia.
Scrive Andrea Parodi

Una caratteristica di molte grandi montagne della "Provincia Granda" è la loro duplicità di aspetto: una parete ripida e arcigna che fa apparire la vetta quasi inespugnabile. E dall'altro versante invece morbidi declivi erbosi, come il Bersaio, o almeno pendii di sfasciumi e boccette tra cui si snoda il sentiero, ovvero il caso del Marguareis e del Chersogno.
Il Gruppo del Marguareis in particolare si affaccia sull'alta Valle Pesio con una serie di pareti verticali, intercalate qua e là da cenge detritiche e solcate da profondi canaloni.
L'imponente bastionata conferisce alla cima più alta delle Alpi Liguri un aspetto decisamente regale. Al contrario visto da sud, il Marguareis appare come un anonima cupola erbosa , che si distingue a malapena dai rilievi circostanti. [Grandi Monti-1, Vivalda editori 1989]

Non deve stupire quindi che sino a tempi moderni la nostra montagna non sia stata fatta oggetto di grande interesse da parte di viaggiatori e alpinisti.
Anche il toponimo è recente, sino alla fine del 700 non se ne trova traccia. In carte più antiche al posto della attuale denominazione si trova un Monte Corna, ma anche talvolta Monte Cassino.
E circa l'etimologia riprendiamo quanto scritto da Marziano di Maio in Vaìi, gias e vastére, toponomastica del massiccio Marguareis-Mongioi, che lungi dall'essere un arido elenco di nomi è invece un affascinante viaggio alla ricerca di significati.

Il nome ha tutt'ora un origine avvolta nel mistero. Le spiegazioni che si è tentato di dare, sono tutte fantasiose, come quella di Bobba (ripresa da Biancardi) secondo cui il significato è di "male avrai". Si possono fare congetture senza per altro caldeggiarne nessuna. Per la prima parte del nome (la seconda è molto più ostica) , si sa ad esempio che mar o mara è una radice antichissima ... con senso di roccia, pietra, sasso.

Ma tra le tante spiegazioni quella data dal "vegliardo di Birathnagar (Nepal)" secondo cui alla luce del sanscrito, Marguareis vorrebbe dire "luogo dove nessun uomo può vivere" è la più affascinante.
E se le aride pendici della nostra montagna sono poco ospitali e gli insediamenti permanenti si fermano molto in basso, questo non ha scoraggiato i pastori transumanti che con le loro greggi sono stati per millenni i signori incontrastati di queste montagne, in continua competizione tra di loro per accaparrarsi i pascoli migliori tanto da giungere tal volta a veri e propri sanguinosi scontri tra comunità e con il predatore per eccellenza, il lupo, che prima della sua riapparizione, ebbe in alta Val Tanaro uno degli ultimi rifugi.
Quello che però fa del massiccio del Marguareis un fatto unico ed eccezionale è la sua geologia che rappresenta uno dei maggiori complessi di roccia carsica esistenti al mondo. I versanti sono un ininterrotto susseguirsi di pietraie, campi solcati, doline, fessure, inghiottitoi. Quasi assente la circolazione idrica superficiale, l'acqua piovana penetra nel calcare giurassico lentamente, percola verticalmente nelle infinite fessure e negli oscuri pozzi e infine si distende in piano nel trias per raggiungere le zone di risorgenza giù in basso. Il "Pis del Pesio", quello dell'Ellero, la Foce sono altrettante sorgenti carsiche dove l'acqua torna finalmente alla luce dopo interminabili e misteriosi percorsi sotterranei.
Un mondo alla rovescia fatto di buio, di fango, di profondissimi pozzi, di condotti che ne fanno il paradiso e il tormento talvolta drammatico per gli speleologi.
Furono i geologi per primi a visitare il massiccio come il conte Gaetano Rovereto che lasciò un accuratissima relazione o il primo salitore ufficiale il genovese Lorenzo Pareto a cui è stata dedicata una delle cime satelliti.
A partire dagli anni 60, con il diffondersi della speleologia divenuta non più solo studio ma anche raffinata pratica sportiva, il Marguareis diventa per molti una meta obbligata e mitica.
Tra coloro che ebbero un ruolo fondamentale nella sua esplorazione è Andrea Gobetti, torinese, di illustre famiglia. Alpinista, esploratore ma anche valido scrittore ha dedicato alla speleologia e al Marguareis in particolare alcune delle sue pagine migliori.

Era la prima volta dell' anno che si arrivava in macchina sino alla curva del Ferà, quella curva in cui la vecchia strada militare che unisce Monesi con tenda cambia versante e improvvisamente appare agli occhi degli speleologi tutto il calcare del Marguareis. E' un rito che i primi ad arrivare quassù si fermino a guardare il tanto conosciuto panorama: Piaggia Bella, Punta Emma, Colle dei Signori, Cresta della Gallina, Bocca di Mezza Via ... è l'inizio dell'esplorazione dei grandi abissi verticali che ancora sonnecchiano sotto il calcare.
[Una frontiera da immaginare, dall'Oglio editore, 1976]

Con Gobetti l'avventura speleologica esce dal ristretta cerchia degli addetti per diventare letteratura.
Una "Frontiera a da immaginare" è il suo primo libro, un diario divertente ed auto ironico di dieci anni di avventure che attraversano i turbolenti anni attorno al '68, con le speranze, le illusioni e i sogni di una generazione, in cui "Gobetti infonde la meditazione dei perché mettendo spietatamente a nudo se stesso nel rapporto con gli abissi, con le pareti, con gli amici."
Uno dei capitoli salienti del libro sono le esplorazioni a Piaggia Bella del 1975 che porteranno all'individuazione del quarto ingresso della grotta con la celebre congiunzione attraverso il sifone di fango del Solai.
"Fango. Per la prima volta questo biblico elemento si frappone fra me e l'ignoto. Il rumore del torrente (e se fosse poi quello del vento) canta la vecchia canzone delle Sirene per portare Ulisse al di là del fango."
Di dieci anni successivo, è le "Radici del cielo" altro romanzo autobiografico in cui l'autore "trasporta il lettore nel regno del sottoterra, nelle sue favole e nelle sue storie di miti e follie, là dove niente è vero ma sempre assoluto, mai raggiunto ma sempre raggiungibile".
Uno dei capitoletti più gustosi è quello dedicato all'acetilene, lo strumento principe per poter vedere cosa c'è "dentro" sotto la scorza della montagna, in cui chiunque abbia avuto a che fare con il mefitico congegno non può, divertito, che riconoscersi.

Gli Arabi dicono che il primo paio di pinze da fonderia fu dono di Allah.
Gli Speleologi dicono che la lampada a carburo l'ha regalata loro Satana il Maligno.
Come avrebbe potuto altrimenti l'uomo estrarre velocemente il secondo paio di pinze dallo stampo per gettarlo in acqua?
Come avrebbe altrimenti fatto il Demonio per garantirsi la solidarietà e le anime degli indiscreti vicini di casa?
La lampada a carburo.
L'Acetilene per i conoscenti. Conoscenti perché amici non ne ha.
[…] 'Ora ve ne spiego il funzionamento' iniziò l'oratore, speleologo attempato e carismatico […]. L'arnese è costituito da due Triadi; in quella inferiore la bombola per i vili materialisti, avviene il misterium coniunctionis, il solvi e coagula e la nemesi storica. Fra essa e la triade superiore è il tubo, simbololeggiante l'Uomo, teso fra il culo e la testa, pronto a impigliarsi dappertutto.
Triade superiore, il fotoforo, ero lux in obscuritate come quel diario scolastico del passato che ci invitava ad essere buoni leali e coraggiosi come pecore.
Il Tutto è il Vendicatore, l'oggetto trionfante del suo odio per l'uomo che l'ha creato e crede di dominarlo: è il Frankestein della speleologia. [Le Radici del Cielo, ed CDA, 1986]

Se la discesa agli inferi per conoscere l'essenza stessa della montagna è riservata agli speleologi, perché di grotte facili non c'è ne sono, assai più semplice invece è raggiungere la vetta della montagna che offre un eccezionale panorama. Dal Colle dei Signori, dove transita una carrozzabile ex-militare, per tracce di sentiero lungo la cresta sud, agevolmente si perviene alla sommità in poco più di un ora e mezza.

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