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Editoria, montagne e letteratura
I sentieri sui quali letteratura e montagna si
incontrano sono molto complessi e a volte sorprendenti.
Ancora nel Settecento le montagne erano una realtà
lontana e poco conosciuta che destava paura o
suscitava disgusto essendo interpretate come una
"punizione divina" postdiluviana. L'immagine
contemporanea della montagna come paradigma del
bello della natura è un'invenzione moderna:
pur avendo le sue radici nella seconda metà
del Seicento, essa risale all'epoca romantica.
La montagna è stata - per dirla diversamente
- "inventata", ideata e soprattutto
scritta più che descritta. Vale per la
montagna ciò che caratterizza anche il
paesaggio: il fatto paradossale che la rappresentazione
del fenomeno preceda la sua stessa ricezione.
Prima di essere esperita come tale, la montagna
fu cantata dai poeti e creata dai pittori. Questo
lungo cammino culturale ha permesso di addomesticare
la selvaggia natura montana trasformandola lentamente
in un oggetto del desiderio: da paurose e "tumorali"
le montagne diventano così attraenti e
sublimi. Il processo qui accennato non si limita
ad essere interessante solo per la storia delle
idee o per una realtà settoriale; non è
una semplice curiosità intellettuale, bensì
una rivoluzione estetica che influenza a tutt'oggi
il nostro modo di vedere e di vivere la natura.
La collana "di monte in monte" delle
edizioni Tarara di Verbania - con i titoli già
pubblicati e quelli a venire - tenta di illustrare
il connubbio montagna e letteratura nelle sue
innumerevoli, appassionanti sfaccettature. La
collana non poteva debuttare altrimenti che con
la celeberrima "Lettera del Ventoso"
di Francesco Petrarca. Questo testo fondamentale
testimonia della nascita di un nuovo sentimento
per la natura che cerca faticosamente di opporsi
al dogma teologico. Sulla cima del Ventoso Petrarca
immagina un "io" (non sapremo probabilmente
mai se Francesco salì effettivamente il
monte provenzale) che nell'incontro con la natura
viene sopraffatto dallo stupore. Vedere le montagne
e le vallate dall'alto - un atto rivoluzionario,
eretico - mette questo primo 'alpinista' a contatto
con una realtà per la quale mancano le
parole e le categorie descrittive. In vetta, lo
sguardo moderno - quello di un soggetto mosso
dalla curiositas e dal desiderio di imitare i
modelli antichi - viene annullato dall'introspezione:
la lettura di un brano delle Confessioni di Sant'Agostino
smonta l'interesse mondano per la natura e ricentra
l'uomo nell'interiorità della meditazione
e della preghiera. Il Ventoso - la montagna del
Petrarca, la montagna-testo - è una soglia,
una piccola finestra che, a metà del Trecento,
si apre sul mondo richiudendosi poi di nuovo per
alcuni secoli.
Quasi quattrocento anni dopo l'epistola del Petrarca,
un lungo poema didattico preparerà infatti
il terreno per la scoperta definitiva dei monti.
Si tratta delle Alpi di Albrecht von Haller. Il
grande scienziato bernese aveva attraversato la
catena alpina elvetica nel 1728. Come gli "umanisti
svizzeri" della seconda metà del Cinquecento
(Gesner, Vadian), Haller studia la flora e la
fauna alpina, osserva la geologia ecc. Influenzato
dalla fisico-teologia, egli riconosce non soltanto
l'utilità fisica delle montagne (come "castello
d'acqua"), ma anche quella morale: i monti
elvetici diventano nelle Alpi il rifugio di un
popolo fiero ed austero, "figlio" di
una natura severa ma giusta. Haller dà
inizio in tal modo al mito del "buon montanaro"
e compie nello stesso poema anche un altro passo:
quello del riconoscimento estetico della bellezza
delle montagne. Lo scienziato-poeta svizzero "positivizza"
dunque sia la montagna che i montanari ed elabora
nel contempo un vero e proprio lessico poetico
per cantare le bellezze montane: "Una mescolanza
piacevole di monti, rupi, laghi,/ Benché
sempre più sfumata, distintamente colpisce
la vista./ L'azzurra distanza è racchiusa
dal cerchio delle cime splendenti,/ Dove una foresta
nera spezza gli ultimi raggi" (vv. 331-34).
Il poema di Haller conobbe un successo enorme
(tradotto in varie lingue) ed ebbe una ripercussione
diretta sul romanzo forse di maggior successo
europeo, la Nuova Eloisa di Rousseau, la cui celebre
Lettre du Valais contribuì a far conoscere
ed amare le montagne.
Verso il 1800 nessun poeta o scrittore che si
rispetti può esimersi dallo scrivere sulla
montagna: i romantici inglesi si innamorano delle
Alpi e - sul modello alpino o appenninico - scoprono
i propri monti del Galles o della Scozia. Coleridge
e Worsdworth compongono delle "passeggiate
poetiche" nate dal contatto con la natura
osservata. Coleridge dedica un inno al Monte Bianco
e Shelley - dopo l'impatto straordinario con la
più alta montagna delle Alpi: "Non
sapevo, non avevo mai immaginato prima cosa fossero
le montagne" - scrive Mont Blanc, una delle
sue poesie più famose in cui celebra nel
contempo la natura alpina e la forza prometeica
dell'io, analoga alla montagna sublime. La montagna,
in quegli anni, è anche il tema privilegiato
da Byron (Manfred), da Schiller (La passeggiata)
o Hölderlin.
L'onnipresenza dei monti come forma mentis, l'amplificazione
iperbolica del topos desta però anche delle
resistenze: nascono perciò i testi dei
grandi detrattori della montagna, fra tutti Hegel
e Chateaubriand. Il Viaggio sul Monte Bianco di
quest'ultimo dimostra come la montagna - oramai
"coperta" da una coltre culturale talmente
profonda da divenire quasi un cliché -
si possa trasformare nella visione del grande
filosofo e saggista francese in una realtà
muta, vuota di senso. Tutto ciò che attirò
lo sguardo di un Haller, di un Rousseau o degli
inglesi, cioè le acque, i ghiacciai, le
rocce, ecc. viene "decostruito" da Chateaubriand:
Chi è riuscito a scorgere diamanti, topazi,
smeraldi nei ghiacciai è stato più
fortunato di me: la mia immaginazione non è
mai stata capace di ravvisare quei tesori. Le
nevi in fondo al Glacier des Bois, mescolate con
la polvere di granito, mi sono sembrate simili
a cenere; in molti punti si potrebbe scambiare
la Mer de Glace per una cava di calce o di gesso;
solo i crepacci offrono qualche tinta di prisma,
e quando gli strati di ghiaccio aderiscono alla
roccia, somigliano a grossi vetri da bottiglia.[
]
Si fa un gran parlare dei fiori di montagna, delle
viole che si colgono sul ciglio dei ghiacciai,
delle fragole che rosseggiano sulla neve, ecc.
Sono meraviglie impercettibili che non producono
nessun effetto, ornamenti troppo piccoli per dei
colossi.
La montagna non è altro che una proiezione
dell'uomo. Diventata interessante in chiave fisico-teologica
e sublime, esperita dagli intellettuali e dai
sempre più frequenti tourists, corre già
il pericolo di non essere più vista come
tale. Basti pensare ai viaggiatori che, con l'edizione
della Nuova Eloisa in mano, si avventurano nelle
valli del Vallese o sulle rive del Lemano non
per scoprire la natura montana stessa, ma per
vedere i luoghi rousseauiani.
Esiste un ulteriore filone letterario di grande
importanza: la letteratura scientifica dei vari
Saussure, Deluc o Bourrit. La loro prosa è
precisa ed empirica pur essendo entusiasta. Fa
parte di questa tradizione anche la Salita al
Monviso di Quintino Sella, che la collana "di
monte in monte" presenta nella sua prima
edizione critica. Questo testo, atto di fondazione
del C.A.I. e descrizione di un'escursione alpina,
è un pezzo di bravura per quanto riguarda
la cosiddetta prosa di montagna.
Molte sono le vie che restano da percorrere e
tanti gli autori da scoprire. Conoscere la montagna
significa anche ed innanzitutto imparare ad esperire
le fonti che l'hanno creata.
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