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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere

Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Michael Jakob

Editoria, montagne e letteratura

I sentieri sui quali letteratura e montagna si incontrano sono molto complessi e a volte sorprendenti. Ancora nel Settecento le montagne erano una realtà lontana e poco conosciuta che destava paura o suscitava disgusto essendo interpretate come una "punizione divina" postdiluviana. L'immagine contemporanea della montagna come paradigma del bello della natura è un'invenzione moderna: pur avendo le sue radici nella seconda metà del Seicento, essa risale all'epoca romantica. La montagna è stata - per dirla diversamente - "inventata", ideata e soprattutto scritta più che descritta. Vale per la montagna ciò che caratterizza anche il paesaggio: il fatto paradossale che la rappresentazione del fenomeno preceda la sua stessa ricezione. Prima di essere esperita come tale, la montagna fu cantata dai poeti e creata dai pittori. Questo lungo cammino culturale ha permesso di addomesticare la selvaggia natura montana trasformandola lentamente in un oggetto del desiderio: da paurose e "tumorali" le montagne diventano così attraenti e sublimi. Il processo qui accennato non si limita ad essere interessante solo per la storia delle idee o per una realtà settoriale; non è una semplice curiosità intellettuale, bensì una rivoluzione estetica che influenza a tutt'oggi il nostro modo di vedere e di vivere la natura.
La collana "di monte in monte" delle edizioni Tarara di Verbania - con i titoli già pubblicati e quelli a venire - tenta di illustrare il connubbio montagna e letteratura nelle sue innumerevoli, appassionanti sfaccettature. La collana non poteva debuttare altrimenti che con la celeberrima "Lettera del Ventoso" di Francesco Petrarca. Questo testo fondamentale testimonia della nascita di un nuovo sentimento per la natura che cerca faticosamente di opporsi al dogma teologico. Sulla cima del Ventoso Petrarca immagina un "io" (non sapremo probabilmente mai se Francesco salì effettivamente il monte provenzale) che nell'incontro con la natura viene sopraffatto dallo stupore. Vedere le montagne e le vallate dall'alto - un atto rivoluzionario, eretico - mette questo primo 'alpinista' a contatto con una realtà per la quale mancano le parole e le categorie descrittive. In vetta, lo sguardo moderno - quello di un soggetto mosso dalla curiositas e dal desiderio di imitare i modelli antichi - viene annullato dall'introspezione: la lettura di un brano delle Confessioni di Sant'Agostino smonta l'interesse mondano per la natura e ricentra l'uomo nell'interiorità della meditazione e della preghiera. Il Ventoso - la montagna del Petrarca, la montagna-testo - è una soglia, una piccola finestra che, a metà del Trecento, si apre sul mondo richiudendosi poi di nuovo per alcuni secoli.
Quasi quattrocento anni dopo l'epistola del Petrarca, un lungo poema didattico preparerà infatti il terreno per la scoperta definitiva dei monti. Si tratta delle Alpi di Albrecht von Haller. Il grande scienziato bernese aveva attraversato la catena alpina elvetica nel 1728. Come gli "umanisti svizzeri" della seconda metà del Cinquecento (Gesner, Vadian), Haller studia la flora e la fauna alpina, osserva la geologia ecc. Influenzato dalla fisico-teologia, egli riconosce non soltanto l'utilità fisica delle montagne (come "castello d'acqua"), ma anche quella morale: i monti elvetici diventano nelle Alpi il rifugio di un popolo fiero ed austero, "figlio" di una natura severa ma giusta. Haller dà inizio in tal modo al mito del "buon montanaro" e compie nello stesso poema anche un altro passo: quello del riconoscimento estetico della bellezza delle montagne. Lo scienziato-poeta svizzero "positivizza" dunque sia la montagna che i montanari ed elabora nel contempo un vero e proprio lessico poetico per cantare le bellezze montane: "Una mescolanza piacevole di monti, rupi, laghi,/ Benché sempre più sfumata, distintamente colpisce la vista./ L'azzurra distanza è racchiusa dal cerchio delle cime splendenti,/ Dove una foresta nera spezza gli ultimi raggi" (vv. 331-34). Il poema di Haller conobbe un successo enorme (tradotto in varie lingue) ed ebbe una ripercussione diretta sul romanzo forse di maggior successo europeo, la Nuova Eloisa di Rousseau, la cui celebre Lettre du Valais contribuì a far conoscere ed amare le montagne.
Verso il 1800 nessun poeta o scrittore che si rispetti può esimersi dallo scrivere sulla montagna: i romantici inglesi si innamorano delle Alpi e - sul modello alpino o appenninico - scoprono i propri monti del Galles o della Scozia. Coleridge e Worsdworth compongono delle "passeggiate poetiche" nate dal contatto con la natura osservata. Coleridge dedica un inno al Monte Bianco e Shelley - dopo l'impatto straordinario con la più alta montagna delle Alpi: "Non sapevo, non avevo mai immaginato prima cosa fossero le montagne" - scrive Mont Blanc, una delle sue poesie più famose in cui celebra nel contempo la natura alpina e la forza prometeica dell'io, analoga alla montagna sublime. La montagna, in quegli anni, è anche il tema privilegiato da Byron (Manfred), da Schiller (La passeggiata) o Hölderlin.
L'onnipresenza dei monti come forma mentis, l'amplificazione iperbolica del topos desta però anche delle resistenze: nascono perciò i testi dei grandi detrattori della montagna, fra tutti Hegel e Chateaubriand. Il Viaggio sul Monte Bianco di quest'ultimo dimostra come la montagna - oramai "coperta" da una coltre culturale talmente profonda da divenire quasi un cliché - si possa trasformare nella visione del grande filosofo e saggista francese in una realtà muta, vuota di senso. Tutto ciò che attirò lo sguardo di un Haller, di un Rousseau o degli inglesi, cioè le acque, i ghiacciai, le rocce, ecc. viene "decostruito" da Chateaubriand:
Chi è riuscito a scorgere diamanti, topazi, smeraldi nei ghiacciai è stato più fortunato di me: la mia immaginazione non è mai stata capace di ravvisare quei tesori. Le nevi in fondo al Glacier des Bois, mescolate con la polvere di granito, mi sono sembrate simili a cenere; in molti punti si potrebbe scambiare la Mer de Glace per una cava di calce o di gesso; solo i crepacci offrono qualche tinta di prisma, e quando gli strati di ghiaccio aderiscono alla roccia, somigliano a grossi vetri da bottiglia.[…] Si fa un gran parlare dei fiori di montagna, delle viole che si colgono sul ciglio dei ghiacciai, delle fragole che rosseggiano sulla neve, ecc. Sono meraviglie impercettibili che non producono nessun effetto, ornamenti troppo piccoli per dei colossi.
La montagna non è altro che una proiezione dell'uomo. Diventata interessante in chiave fisico-teologica e sublime, esperita dagli intellettuali e dai sempre più frequenti tourists, corre già il pericolo di non essere più vista come tale. Basti pensare ai viaggiatori che, con l'edizione della Nuova Eloisa in mano, si avventurano nelle valli del Vallese o sulle rive del Lemano non per scoprire la natura montana stessa, ma per vedere i luoghi rousseauiani.
Esiste un ulteriore filone letterario di grande importanza: la letteratura scientifica dei vari Saussure, Deluc o Bourrit. La loro prosa è precisa ed empirica pur essendo entusiasta. Fa parte di questa tradizione anche la Salita al Monviso di Quintino Sella, che la collana "di monte in monte" presenta nella sua prima edizione critica. Questo testo, atto di fondazione del C.A.I. e descrizione di un'escursione alpina, è un pezzo di bravura per quanto riguarda la cosiddetta prosa di montagna.
Molte sono le vie che restano da percorrere e tanti gli autori da scoprire. Conoscere la montagna significa anche ed innanzitutto imparare ad esperire le fonti che l'hanno creata.

 


 

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