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Gran Paradiso, stambecchi,
filosofi, alpinisti e...somari
Il Gran Paradiso lo conosco bene, sono salito
sulla cima, l'ho "preso in giro" per
sentieri e mulattiere, porto ben impresse nella
mente le varie prospettive con cui si offre alla
vista. Da quella classica con l'infilata della
Valnontey a quella "popolare" dal Piano
del Nivolé, da quella esclusiva, possibile
soltanto in quel luogo d'incanto che è
il Vallone di Noaschetta a quella, spesso distratta
e frettolosa, concessa da Torino e dalla pianura.
Al di là dei ricordi visivi, impressi nella
memoria come in un CD Rom, una montagna è
però anche qualcosa di più profondo,
fatto di sensazioni più o meno sfumate
legate a "quella volta in cui
".
Quella volta del Gran Paradiso: è per me
una fredda giornata di metà ottobre. Sono
trascorsi diversi anni, ma la sensazione è
ancora ben presente: Valsavaranche, mulattiera
reale per Orvieille, sul terreno una spanna di
impalpabile nevina, inatteso dono di uno sbuffo
di aria polare passato rapido nella notte. Atmosfera
giusta. Il bosco del Fraquèse come un tempio
dove entrare con rispetto e discrezione. Unico
rumore il vento sugli alberi, tutt'intorno aghi
di larice che volteggiano. Camminata lenta tra
alti muri vegetali dove, a intervalli, si aprono
finestre. Tornanti che sfilano come i grani di
un rosario; alcuni brevi, altri lunghi, uno
non finisce più: è il Gran Detor
(così lo chiamano in valle). E in fondo
al Gran Detor, la sorpresa: tra gli abeti si apre
un finestrone sulla cima del Gran Paradiso con
il ripido scivolo della parete nord, e il vento
che solleva alti pinnacoli di neve sulla cresta
sommitale.
Uno spettacolo, coinvolgente e appagante, ma al
contempo algido, esageratamente puro. Insomma,
un bel quadro, privo però di vita e calore.
Che tuttavia, di lì a poco, si materializzano
sotto forma di un camoscio in avvicinamento, ignaro
della mia presenza.
Rammento che rifiutai il pressante invito della
temperatura a muover le gambe e rimasi lì
come una statua infreddolita fino a quando, come
avvisato da un segnale, il camoscio si voltò
e vedendomi si allontanò tranquillo tra
i rododendri imbiancati. Come nelle favole, l'incantesimo
era rotto e il Gran Paradiso tornò ad essere
una semplice montagna, attraente e fumante di
neve ma null'altro che montagna. Perché
la magia del Granpa sta' nella vita che
si percepisce percorrendo i valloni che lo circondano,
sta nel suo cuore pulsante.
Un "valore aggiunto" che ha contagiato
molti. Fra questi, Anacleto Verrecchia, filosofo
e, per tre anni, guardiaparco. Non per nulla,
nel suo Diario del Gran Paradiso egli annota:
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uno stambecco mi guardava in modo insolito,
come se volesse parlarmi. Non era per nulla
spaventato e seguiva da vicino ogni mio
movimento
alla fine mi si è
parato davanti e, come per miracolo, ha
detto: "E' inutile che tu ti sprema
il cervello leggendo o meditando lungo i
sentieri, perché la verità
non la troverai mai. Ti condurrò
io, se vuoi, alla fonte dei misteri: là
potrai aver la risposta che cerchi.
-Dove mi vuoi condurre?
-In alto, sulla cima del Gran Paradiso
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Un sogno. Accompagnato però, in un altro
punto del Diario, da riflessioni un po'
inquietanti: "Anche se visto dal Gran Paradiso,
il mondo appare come un manicomio".
Manicomio? E chi sono i pazzi? La gran parte,
che le montagne si accontenta di guardarle dal
basso oppure chi vuol raggiungerne ad ogni costo
la cima per una via ignota. Come Pierre-Joseph
Frassy ed Eliseo Jeantet che per primi si misurano
con la ripida parete est della montagna: in giornata
direttamente da Cogne!
Un viaggio il loro. Alla camminata notturna per
la Valnontey segue un lungo peregrinare tra i
fantasmi di ghiaccio della Tribolazione. Errori
di itinerario, timori, insidie, al secondo tentativo
l'ascensione ha successo e una volta in vetta:
"
rimpiango che il declino del giorno
mi abbia impedito di fare uno studio dettagliato
di quanto lo sguardo abbraccia dal Gran Paradiso".
Dal resoconto scritto di Frassy non trapela emozione
ma, che emozione leggerlo!
E' il settembre del 1869, è l'epoca del
vero alpinismo di scoperta. Nove anni prima gli
sconosciuti inglesi Cowel e Dundas, accompagnati
dalle guide di Chamonix Michel Payot e Pierre
Tairraz, hanno posato per primi i piedi sulla
cima salendo lungo l'agevole versante sud-ovest
(attuale via normale). A quasi un secolo dalla
prima assoluta al Monte Bianco e quando gran parte
delle vette alpine più importanti sono
già state salite.
Alpinisticamente giovane, dunque, il Gran Paradiso,
a conferma tra l'altro della sua tardiva scoperta.
Questa, secondo Piero Giacosa, la ragione:
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a chi lo guarda da Torino, il Gran
Paradiso sovrasta decisamente ai suoi satelliti,
come maestosa rocca turrita che li domina
[
]. Monte curioso questo, che apparisce
da lontano e scompare da vicino; nei suoi
paraggi immediati o non si scorge affatto
o si distingue appena come un particolare
insignificante della cresta nevosa suprema".
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In effetti, pur imponendo senza ritegno la sua
presenza alla pianura piemontese, la montagna
resta a lungo "ai margini" e solo a
fine '800, dopo decenni di confusione, trova corretta
e definitiva collocazione sulle carte. Rimangono
tuttavia avvolte dall'incertezza le origini del
toponimo.
Le teorie più convincenti parlano di Gran
Paradiso quale variazione a "Granta Parei"
(grande parete), come la caratteristica montagna
della Val di Rhême.
Per i Cogneins dell'800, invece, la montagna era
il "gran paradiso" degli stambecchi:
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Le Bouquetin d'Europe ne se trouve plus
nulle part en Europe, si ce n'est dans le
massif alpestre connu sous le nom de Grand
Paradis et, par exception, sur quelques
sommets du voisinage.
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Parole di Amé Gorret. Chissà se
lui, l'Ours de la montagne, avrebbe approvato
la nascita, cinquant'anni più tardi, del
primo parco italiano, istituito soprattutto per
salvare il nobile ungulato? Nel dubbio, torniamo
al toponimo: come tacere una ipotetica origine
religiosa? Il Giacosa però non ne è
convinto:
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Parrebbe che un asceta estasiato di quelle
vette vi abbia visto l'immagine della dimora
eterna e vi abbia collocato la scena dell'ultimo
viaggio delle anime al soggiorno beato [
].
Ma questo battezzatore è esistito?"
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Perplessità che certo non traspaiono
dagli scritti di Don Piero Solero, bella figura
di prete alpinista canavesano, detto non per nulla
il Cappellano del Gran Paradiso:
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Come un ostensorio sfolgorante il sole
è asceso in un gioiosissimo nimbo.
Nella sua luce, rivivono, grandiosità
sublime, i picchi slanciati, le ardue vette
del circo glaciale di Valsoera e Ciardonei."
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Ardue vette? Nel rugoso volto piemontese del
massiccio, certamente. Assai meno sul lato valdostano,
anzi qui il Granpa si offre senza ostacoli che
non siano la quota e le possibili bizze meteorologiche.
Renato Chabod, figura storica dell'alpinismo valdostano,
all'uscita dalla prima scalata sulla parete nord:
"Ormai siamo alla fine; fra un quarto d'ora
raggiungeremo le rocce e subito dopo la grande
strada carovaniera del Gran Paradiso via normale".
Carovaniera! E gli alpinisti come una lunga fila
di cammelli in fiaccolata, ansimanti in un deserto
di ghiaccio e neve. E' la vista che sovente accompagna
il risveglio del guardiaparco Martino Nicolino,
nel suo luogo privilegiato di osservazione del
Casotto dell'Aouillier, al limitare di Pian Borgno:
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una domenica di inizio luglio
nel
buio, ancora prima che il cielo inizi a
schiarirsi verso Est, le luci delle pile
di diversi alpinisti in salita dal rifugio
Vittorio Emanuele sulle morene e sui nevai
sottostanti il ghiacciaio del Gran Paradiso...
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E' così: la fama dell'unico quattromila
italico per intero non conosce confini. Il Granpa,
un paradiso per tutti: anche per i somari. (senza
offesa, naturalmente). Per soddisfare un'umana
scommessa, ci salì infatti Cagliostro,
giovane asinello della Valsavaranche capace di
andare "sur les clapey comme une chèvre".
Giunto, dopo varie peripezie, alla crepaccia terminale:
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Cagliostro esita un istante; poi levate
le zampe anteriori le posa sul labbro superiore
della crepaccia. Dayné lo tira con
la corda, io lo spingo energicamente dal
treno posteriore; Cagliostro riesce a portare
dall'altra parte anche le zampe posteriori.
Eravamo a posto; le difficoltà erano
finite. A mezzogiorno preciso eravamo alla
prima cima, là dove generalmente
si fermano le cordate degli alpinisti.
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Che manca ancora al Gran Paradiso, montagna celeste,
se non uno sguardo dal cielo? Lasciamo al prof.
Federico Sacco il compito di colmare la lacuna.
Decollato da Torino:
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Il velivolo sorvola tra il Grande ed il
Piccolo Paradiso, cioè in piena regione
paradisiaca; si potrebbe posare su qualche
bianco soffice ripiano del Colosso. Ma il
pomeriggio avanza, le ombre dei monti si
profilano sempre più estese sul candore
dei ghiacciai; il velivolo si volge al ritorno
passando sopra il mare di nuvole, dritto
su Torino. La visione paradisiaca sparisce,
come un bianco sogno!
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Il sogno, ancora lui! E un invito a sognare lo
rivolge Aldo Costa nei racconti del suo Ultimo
Grado, dove la montagna si manifesta con evidenza
soltanto in copertina, in un dipinto di Renato
Chabod. Tuttavia, leggendo con attenzione - e
partecipazione - non è difficile riconoscere
nella nebbia dell'indeterminatezza valli, valloni,
persino baite. Un invito alla ricerca di luoghi,
angoli, sentieri, incontri
amori. Per Aldo,
così è stato: ce lo rivela l'aletta
di copertina: "
esplora sistematicamente
il Gruppo del Gran Paradiso e proprio durante
un trekking, nel 1991, conosce sua moglie".
E l'amore è forse il modo migliore per
chiudere.
Per saperne di più
A. Verrecchia, Diario del Gran Paradiso,
Fogola, 1997, Torino
P. G. Frassy, Nuova ascensione al Gran Paradiso,
in "Rivista Mensile del CAI", n°
1-2, gennaio e febbraio 1963
P. Giacosa, Cogne, F. Viassone, 1925, Ivrea
A. Gorret, Victor Emmanuel sur les Alpes,
F. Casanova, 1878, Torino
P. Solero, Gran Paradiso e altre montagne,
CAI sez. di Rivarolo C.se, 1975
R. Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli,
1969, Bologna
M. Nicolino, dal Diario di Servizio del Parco
Nazionale Gran Paradiso, luglio 2001, Torino
G. M. Henry, da "Le Messager Valdôtain",
1932, Aosta
F. Sacco, Attorno al Gran Paradiso in aeroplano,
da "Il Parco Nazionale del Gran Paradiso",
Vol. II, L. Cecchini, 1928, Torino
A. Costa, Ultimo Grado, Vivalda, 1995,
Torino
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