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Monte Orsiera, una montagna
di leggende
Quando De Amicis si avventurò nel lontano
1883 in uno dei suoi più vivaci e godibili
viaggi in compagnia dell'amico fraterno Giacosa,
e dal quale scaturì Alle porte d'Italia,
raccolta di racconti e bozzetti pubblicata di
lì a poco, così descriveva la Val
Chisone:
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Da Perosa in su, i monti si serrano di
tratto in tratto, in maniera che la valle
par chiusa, e c'è da credere in vari
punti di voltare indietro i cavalli. La
strada serpeggia, si stringe al torrente,
guizza sotto le rocce, passa in mezzo a
casipole schiacciate e mute, che danno l'immagine
di una vita di tristezza e di stenti, attraversa
dei recessi oscuri, di aspetto sinistro,
che fan pensare a viaggiatori spogliati
e sgozzati, fiancheggia dei mulini di steatite
mossi da larghe vene d'acqua, percorre dei
tratti ombreggiati da una vegetazione superba.
[E. De Amicis, Il Forte di Fenestrelle,
in "Le vie del mondo - Alpi, viaggi
d'autore", Touring club, 2001, Milano].
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È questo l'ambiente in cui si stagliano
le cime del gruppo dell'Orsiera.
Dove itinerari si snodano nel cuore del parco
sulle morbide distese del Colle che conserva i
trinceramenti militari della battaglia dell'Assietta,
la vista è il senso più appagato,
potendo contemplare, in un solo istante, tutta
la catena delle Alpi Cozie. Siamo nella "montagna
vera", come amava ricordare il Giacosa al
De Amicis rimproverandolo di aver visto solo montagne
"false". L'aria si fa "gagliarda",
l'acqua diviene "sonora", i fiori sono
di un "colore vivissimo" e i profumi
di lavandula spica e nepeta nepetella annunziano
un'atmosfera singolare.
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[
] Ci bisogna torcere il collo sempre
di più, per arrivare con lo sguardo
alle cime altissime, sparse di case appena
visibili, somiglianti a romitori d'anacoreti,
e di piccoli quadrati di neve, rimasugli
bianchi di valanghe, che paiono tovaglie
dimenticate di colazioni d'alpinisti. [E.
De Amicis, op. cit.].
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La cima più alta del gruppo è quella
del Monte Orsiera, due punte separate dalla marcata
forcella del Colletto omonimo. Ed è lungo
la salita, l'anfiteatro morenico del lago di Ciardonnet
noto per calamitare leggende locali. Denominato
un tempo Lago dei Neri, forse per la presenza
di una "vecchia negra" che ebbe molta
prole, o per il colore blu intenso delle sue acque
contrastanti con il bianco dei ghiacci presenti
per buona parte dell'anno, nasconderebbe il corpo
di un giovane di Mattie ucciso da un rivale in
amore. Più fortunato fu invece l'audace
ma "stolto" pastore che tentò
di attraversare la superficie ghiacciata del lago
in groppa a un montone sprofondando nel bel mezzo
dell'invaso, ma salvato dalle benevole fate locali.
E da qui, altre leggende aleggiano intorno al
monte. Tra pascoli, distese di rododendri e luminose
praterie alpine, altri miti si inerpicano lungo
la sua salita.
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[In] quella varietà di grandi linee
ripide, e [
] violentemente spezzate,
quegli angoli enormi, quelle verticali temerarie,
quei contorni grandiosamente disordinati
come d'un ammasso formidabile di macigni
precipitanti, danno l'immagine d'un linguaggio
muto che dica cose solenni e tremende, le
quali si sentono confusamente, senza comprenderle,
ma che, ci farebbero tremare le ossa. [E.
De Amicis, op. cit.].
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scriveva il De Amicis dopo esser salito, "passo
passo", al Forte delle Valli, il punto più
alto della Fortezza di Fenestrelle. E magari il
"brivido" nasceva da certe storie che
anche a lui qualcuno aveva raccontato.
Si racconta che un tempo molti erano gli orsi
bruni che popolavano il monte in questione, da
cui l'indicazione faunistica dell'oronimo Orsiera.
La Tana dell'orso, situata a 2.400 m di
altezza e "a mano sinistra di chi sale il
vallone dell'Orsiera", è una caverna
che, come il massiccio "ferrigno che si innalza
a forcella", deve il suo nome alla presenza
di questo plantigrado, i cui resti vennero trovati,
si dice, nel 1693, da una squadra di soldati al
seguito del maresciallo Catinat alla fine del
XVII secolo. Con questi ricordi si intrecciano
favolosi racconti, come scrive Giuseppe Bourlot,
nella sua Storia di Fenestrelle e dell'Alta
Val Chisone.
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[
] Bellissime fate vivevano in mezzo
al silenzio delle rocce una vita laboriosa.
[
] Filavano la lana e la seta, erano
abili tessitrici, confezionavano vestiti
bellissimi, perfino con amianto e pietra
mica; lavoravano l'oro che estraevano [
]
con processi a noi sconosciuti, dai massi
di pirite [
] inseriti nei blocchi
rocciosi dell'Orsiera; infine lavoravano
il latte dal cui siero ricavavano, senza
mettervi altri ingredienti, un formaggio
saporitissimo che dava salute, bellezza
e forza a chi lo mangiava. [G. Bourlot,
Storia di Fenestrelle e dell'Alta Val
Chisone, Tip. Moderna, II° ed.,
1962, Pinerolo].
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Oltre a conoscere gli espedienti per lavorare
il latte, racconta Diego Priolo d'accordo con
lo studioso fenestrellese
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[Queste] creature esili con abiti tessuti
con fili d'erba, che conoscevano tutti i
segreti curativi delle erbe e dei fiori
[
], gentili e premurose nei confronti
dei montanari, ne proteggevano le abitazioni
e gli armenti. C'erano però dei divieti
[
]: nessuno avrebbe mai osato avvicinarsi
al Colle nelle notti di luna piena quando
le loro figure bianche, in processione su
carri di fuoco [
] potevano essere
viste fin dai villaggi sottostanti. [D.
Priolo, Quelle creature fantastiche del
Monte Orsiera, L'eco del Chisone, 2
settembre 1999].
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E quando una notte, un uomo del Puy volle vedere
da vicino come filavano "una lana più
bianca del latte" e quanto fosse grande la
colata di nitido oro che "dal crugiolo incandescente
versavano nello stampo [
]" il poveretto
stramazzò al suolo colpito da "quella
polvere nera [
] che gli aveva procurato
il sonno della morte".
Ma forse ancor più nota e la storia di
Pierina Charbonnel, giovane pastorella di Fondufaux,
che voleva rimanere sempre giovane e bella.
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[
] Una notte si avventurò
verso l'Orsiera allo scopo di sorprendere
le fate mentre lavoravano il siero del latte
e apprendere quell'arte di cui esse erano
così gelose custodi [
]. Sorpresa
da una fata [
] fu trasformata ipso
facto in una fonte che zampillò
improvvisa in mezzo ad un bosco arido e
selvaggio.
Più nulla si vide dei resti mortali
della ragazza e nel luogo dove avvenne la
trasformazione non rimase che una pietra
dalla quale scaturì una freschissima
polla d'acqua che portò tutt'attorno
un po' di frescura e di vita. [G. Bourlot,
op. cit.].
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Il fatto accadde una notte in aprile. E già
verso fine maggio la fonte cessò di emettere
"la sua vena" quell'anno come ogni anno
a venire.
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Le piante che erano rapidamente cresciute
sotto l'azione benefica di quel fiotto vaporoso,
rinsecolirono piegarono la chioma verso
la terra come per chiedere nuovo nutrimento.
Ancora oggi si rinnova il miracolo nel mese
di aprile. Dopo alcuni giorni di pioggia
la fonte sgorga tumultuosa, ma come allora
non è che una fugace apparizione.
In maggio tutta la zona torna arida e nel
punto preciso dove era sgorgata la vena
d'acqua non rimane che un buco aperto in
testa ad una pietra di colore bluastro [G.
Bourlot, op. cit.].
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E la fonte ancor oggi è nota come Fontana
Chiarbonella, in ricordo di quella bella fanciulla
che tanto tempo fa scomparve sul Monte Orsiera.
Ma questa è solo uno dei tanti "C'era
una volta
" che, tra morbidi pendii
e scoscesi strapiombi, spirano intorno a una montagna
che conserva chissà quante leggende in
attesa che qualcuno le riscopra e le racconti.
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