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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere


Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Emanuela Celona

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Quando De Amicis si avventurò nel lontano 1883 in uno dei suoi più vivaci e godibili viaggi in compagnia dell'amico fraterno Giacosa, e dal quale scaturì Alle porte d'Italia, raccolta di racconti e bozzetti pubblicata di lì a poco, così descriveva la Val Chisone:

Da Perosa in su, i monti si serrano di tratto in tratto, in maniera che la valle par chiusa, e c'è da credere in vari punti di voltare indietro i cavalli. La strada serpeggia, si stringe al torrente, guizza sotto le rocce, passa in mezzo a casipole schiacciate e mute, che danno l'immagine di una vita di tristezza e di stenti, attraversa dei recessi oscuri, di aspetto sinistro, che fan pensare a viaggiatori spogliati e sgozzati, fiancheggia dei mulini di steatite mossi da larghe vene d'acqua, percorre dei tratti ombreggiati da una vegetazione superba. [E. De Amicis, Il Forte di Fenestrelle, in "Le vie del mondo - Alpi, viaggi d'autore", Touring club, 2001, Milano].

È questo l'ambiente in cui si stagliano le cime del gruppo dell'Orsiera.
Dove itinerari si snodano nel cuore del parco sulle morbide distese del Colle che conserva i trinceramenti militari della battaglia dell'Assietta, la vista è il senso più appagato, potendo contemplare, in un solo istante, tutta la catena delle Alpi Cozie. Siamo nella "montagna vera", come amava ricordare il Giacosa al De Amicis rimproverandolo di aver visto solo montagne "false". L'aria si fa "gagliarda", l'acqua diviene "sonora", i fiori sono di un "colore vivissimo" e i profumi di lavandula spica e nepeta nepetella annunziano un'atmosfera singolare.

[…] Ci bisogna torcere il collo sempre di più, per arrivare con lo sguardo alle cime altissime, sparse di case appena visibili, somiglianti a romitori d'anacoreti, e di piccoli quadrati di neve, rimasugli bianchi di valanghe, che paiono tovaglie dimenticate di colazioni d'alpinisti. [E. De Amicis, op. cit.].

La cima più alta del gruppo è quella del Monte Orsiera, due punte separate dalla marcata forcella del Colletto omonimo. Ed è lungo la salita, l'anfiteatro morenico del lago di Ciardonnet noto per calamitare leggende locali. Denominato un tempo Lago dei Neri, forse per la presenza di una "vecchia negra" che ebbe molta prole, o per il colore blu intenso delle sue acque contrastanti con il bianco dei ghiacci presenti per buona parte dell'anno, nasconderebbe il corpo di un giovane di Mattie ucciso da un rivale in amore. Più fortunato fu invece l'audace ma "stolto" pastore che tentò di attraversare la superficie ghiacciata del lago in groppa a un montone sprofondando nel bel mezzo dell'invaso, ma salvato dalle benevole fate locali.
E da qui, altre leggende aleggiano intorno al monte. Tra pascoli, distese di rododendri e luminose praterie alpine, altri miti si inerpicano lungo la sua salita.

[In] quella varietà di grandi linee ripide, e […] violentemente spezzate, quegli angoli enormi, quelle verticali temerarie, quei contorni grandiosamente disordinati come d'un ammasso formidabile di macigni precipitanti, danno l'immagine d'un linguaggio muto che dica cose solenni e tremende, le quali si sentono confusamente, senza comprenderle, ma che, ci farebbero tremare le ossa. [E. De Amicis, op. cit.].

scriveva il De Amicis dopo esser salito, "passo passo", al Forte delle Valli, il punto più alto della Fortezza di Fenestrelle. E magari il "brivido" nasceva da certe storie che anche a lui qualcuno aveva raccontato.
Si racconta che un tempo molti erano gli orsi bruni che popolavano il monte in questione, da cui l'indicazione faunistica dell'oronimo Orsiera. La Tana dell'orso, situata a 2.400 m di altezza e "a mano sinistra di chi sale il vallone dell'Orsiera", è una caverna che, come il massiccio "ferrigno che si innalza a forcella", deve il suo nome alla presenza di questo plantigrado, i cui resti vennero trovati, si dice, nel 1693, da una squadra di soldati al seguito del maresciallo Catinat alla fine del XVII secolo. Con questi ricordi si intrecciano favolosi racconti, come scrive Giuseppe Bourlot, nella sua Storia di Fenestrelle e dell'Alta Val Chisone.

[…] Bellissime fate vivevano in mezzo al silenzio delle rocce una vita laboriosa. […] Filavano la lana e la seta, erano abili tessitrici, confezionavano vestiti bellissimi, perfino con amianto e pietra mica; lavoravano l'oro che estraevano […] con processi a noi sconosciuti, dai massi di pirite […] inseriti nei blocchi rocciosi dell'Orsiera; infine lavoravano il latte dal cui siero ricavavano, senza mettervi altri ingredienti, un formaggio saporitissimo che dava salute, bellezza e forza a chi lo mangiava. [G. Bourlot, Storia di Fenestrelle e dell'Alta Val Chisone, Tip. Moderna, II° ed., 1962, Pinerolo].

Oltre a conoscere gli espedienti per lavorare il latte, racconta Diego Priolo d'accordo con lo studioso fenestrellese

[Queste] creature esili con abiti tessuti con fili d'erba, che conoscevano tutti i segreti curativi delle erbe e dei fiori […], gentili e premurose nei confronti dei montanari, ne proteggevano le abitazioni e gli armenti. C'erano però dei divieti […]: nessuno avrebbe mai osato avvicinarsi al Colle nelle notti di luna piena quando le loro figure bianche, in processione su carri di fuoco […] potevano essere viste fin dai villaggi sottostanti. [D. Priolo, Quelle creature fantastiche del Monte Orsiera, L'eco del Chisone, 2 settembre 1999].

E quando una notte, un uomo del Puy volle vedere da vicino come filavano "una lana più bianca del latte" e quanto fosse grande la colata di nitido oro che "dal crugiolo incandescente versavano nello stampo […]" il poveretto stramazzò al suolo colpito da "quella polvere nera […] che gli aveva procurato il sonno della morte".
Ma forse ancor più nota e la storia di Pierina Charbonnel, giovane pastorella di Fondufaux, che voleva rimanere sempre giovane e bella.

[…] Una notte si avventurò verso l'Orsiera allo scopo di sorprendere le fate mentre lavoravano il siero del latte e apprendere quell'arte di cui esse erano così gelose custodi […]. Sorpresa da una fata […] fu trasformata ipso facto in una fonte che zampillò improvvisa in mezzo ad un bosco arido e selvaggio.
Più nulla si vide dei resti mortali della ragazza e nel luogo dove avvenne la trasformazione non rimase che una pietra dalla quale scaturì una freschissima polla d'acqua che portò tutt'attorno un po' di frescura e di vita. [G. Bourlot, op. cit.].

Il fatto accadde una notte in aprile. E già verso fine maggio la fonte cessò di emettere "la sua vena" quell'anno come ogni anno a venire.

Le piante che erano rapidamente cresciute sotto l'azione benefica di quel fiotto vaporoso, rinsecolirono piegarono la chioma verso la terra come per chiedere nuovo nutrimento.
Ancora oggi si rinnova il miracolo nel mese di aprile. Dopo alcuni giorni di pioggia la fonte sgorga tumultuosa, ma come allora non è che una fugace apparizione. In maggio tutta la zona torna arida e nel punto preciso dove era sgorgata la vena d'acqua non rimane che un buco aperto in testa ad una pietra di colore bluastro [G. Bourlot, op. cit.].

E la fonte ancor oggi è nota come Fontana Chiarbonella, in ricordo di quella bella fanciulla che tanto tempo fa scomparve sul Monte Orsiera. Ma questa è solo uno dei tanti "C'era una volta…" che, tra morbidi pendii e scoscesi strapiombi, spirano intorno a una montagna che conserva chissà quante leggende in attesa che qualcuno le riscopra e le racconti.

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