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Mensile di informazione e divulgazione naturalistica
 
supplemento al n° 116
Aprile 2002
Copertina Rivista

SOMMARIO
Testi integrali

Editoria, montagne e letteratura

Monte Tobbio, una montagna tutta mia

Marguareis, dove nessun uomo può vivere

Monte Argentera, tre metri sotto i tremila e trecento

Monviso, il re di pietra

Monte Orsiera, una montagna di leggende

Gran Paradiso, stambecchi, filosofi, alpinisti e...somari

Monte Leone
Hic sunt leones


Monte Rosa, il macigno bianco

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

I Parchi del Piemonte > Piemonte Parchi > Speciale Cime tempestose
CIME TEMPESTOSE di Enrico Camanni

Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino

Perché tutte le riviste di montagna nascono a Torino?
Una risposta possibile è che Torino, anche se il mondo la riconosce ancora come la città della Fiat, ha maturato un lungo e profondo legame con le Alpi, sviluppandone le specificità culturali e letterarie: si pensi a intellettuali come Natalia Ginzburg, Primo Levi, Massimo Mila, che hanno saputo raccontare in modo raffinato le loro escursioni e il loro amore per i monti, o ad alpinisti scrittori come Guido Rey, Ugo De Amicis, Armando Biancardi, Gian Piero Motti, che ci hanno lasciato articoli e libri importanti. La stessa rivista nazionale del Club alpino è stata "fabbricata" fino agli anni Settanta a Torino e ha formato una piccola scuola di artigiani del giornalismo di montagna, cronisti e commentatori, persone in grado di compilare accurate monografie alpinistiche e di descrivere gli avvenimenti sportivi e i fenomeni sociali.
Questo processo è sfociato, nel 1970, nella "laica" Rivista della Montagna, che ha seguito di poco l'esperienza milanese di Rassegna Alpina, ma è sopravvissuta ai turbamenti ideologici di quel periodo ed è oggi - al di fuori degli organi istituzionali - la più longeva esperienza di giornalismo di montagna.
La Rivista è nata su iniziativa di un gruppo di amici appassionati, squattrinati e con idee assai chiare sull'informazione:
"Un gruppo di giovani alpinisti pemontesi - si legge sul primo numero - ha recentemente costituito a Torino un Centro di documentazione alpina, per la raccolta e lo studio del materiale utile alla conoscenza di ogni aspetto della montagna. Tra le altre iniziative essi hanno pensato a una rivista, su cui pubblicare i risultati più interessanti delle proprie ricerche, dedicata in modo particolare agli alpinisti che intendono la pratica della montagna come una forma di arricchimento culturale, oltre che un fatto sportivo o una piacevole forma di evasione contemplativa". Accanto all'editoriale non appare un "duro" arrampicatore armato di martello e chiodi, ma tre portatrici di fieno sullo sfondo delle Levanne. Il direttore è Piero Dematteis, che mette a disposizione i piccoli spazi della sua libreria per la redazione dei primi numeri; il grafico è Luciano Muzzarini, impeccabile specialista del bianco e nero; la Rivista annovera firme prestigiose come Paolo Gobetti, Marziano Di Maio, Gian Piero Motti. La redazione è soprattutto un vivacissimo laboratorio di idee, che, in un tempo in cui le Alpi non sono ancora "terra" completamente divulgata, partoriscono selezionati articoli sulla cultura e l'economia alpina ed esemplari monografie escursionistiche, alpinistiche e scialpinistiche. Un giusto insieme di spirito critico, approfondimento scientifico e intento divulgativo, che si evolve sotto la direzione di Alberto Rosso e poi di Giorgio Daidola, nel tempo della Rivista a colori.
Ma intanto, nei primi anni Ottanta, i mensili francesi Alpinisme et Randonnée e Montagnes Magazine hanno rivoluzionato la grafica e il modo di raccontare la montagna. L'alpinismo stesso è cambiato radicalmente, abbandonando le residue motivazioni romantiche a favore degli spettacolari exploit dell'arrampicata sportiva, dei futuristici concatenamenti di cime e pareti, delle galoppate sugli ottomila himalaiani. E così, mentre già si mormora del sacrilegio dei sacrilegi - la gara di arrampicata -, la Rivista della Montagna si trova improvvisamente un po' vecchia e fuori moda, e incapace - date le sue dimensioni artigianali - di compiere il salto verso la grande distribuzione.
Il mensile Alp nasce su quell'onda di rinnovamento, unendo alcune professionalità cresciute nel Centro di documentazione alpina (la mia e quella di Furio Chiaretta, in particolare) a una firma nota del giornalismo ambientalista (Walter Giuliano) e a un editore (Giorgio Vivalda) dotato di mezzi e ambizioni. Il resto lo fa un grafico di talento come Pier Vincenzo Livio, che trasforma la vecchia concezione del giornale di montagna in un prodotto completamente aggiornato, elaborato e competitivo non con le altre riviste di settore, ma con i migliori periodici dell'editoria nazionale.
L'innovazione di Alp è stata semplicemente (ma che fatica, e che scandalo!) quella di raccontare i fatti della montagna con gli strumenti giornalistici ed estetici delle altre riviste (Airone insegnava), senza rifluire nelle logiche sempre più asfittiche della comunità alpinistica. Sul primo editoriale scrivevo:
"La montagna di Alp non è il solito mondo al di fuori dal mondo, dove i cittadini buoni rincorrono antichi sentimenti e i poveri montanari, gli ultimi, custodiscono le loro secolari tradizioni".
Riuscimmo in due imprese inedite e talvolta impopolari: raccontare l'alpinismo con le parole e le immagini giuste, da giornale sportivo, e affrontare senza tabù i grandi problemi della montagna: l'ambiente, lo sfruttamento, il degrado, le politiche dei parchi. Fummo aiutati dalla nascita del creativo movimento degli alpinisti Mountain Wilderness e dalle provocazioni di Reinhold Messner, fresco salitore dei quattordici ottomila.
Poi gli anni Novanta, una specie di centrifuga che omologa i prodotti e le idee. Le due riviste si assomigliano sempre più, i collaboratori fanno la spola da una sponda all'altra in cerca di spazio, i lettori classici sono disorientati dalla specializzazione e gli specializzati dichiarano il loro amore per Internet e i nuovi mezzi di comunicazione. Così che, è storia di oggi, le due case editrici uniscono le forze e scelgono di camminare insieme.
In mezzo ai due contendenti restava lo spazio per un prodotto diverso, più libro che rivista, un mezzo di divulgazione scientifica che si riprendesse cura della cultura alpina e dei montanari. Così alla fine del secondo millennio è nata L'Alpe, edita da Priuli & Verlucca di Ivrea, sorella del trimestrale del Musée Dauphinois di Grenoble: il primo tentativo su carta stampata di scavalcare la falsa frontiera delle Alpi. La rivista va ed è complementare alle altre. Forse il mercato ha ritrovato un equilibrio.

 


 

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