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Riviste di montagna
Perchè nascono a Torino
Perché tutte le riviste di montagna nascono
a Torino?
Una risposta possibile è che Torino, anche
se il mondo la riconosce ancora come la città
della Fiat, ha maturato un lungo e profondo legame
con le Alpi, sviluppandone le specificità
culturali e letterarie: si pensi a intellettuali
come Natalia Ginzburg, Primo Levi, Massimo Mila,
che hanno saputo raccontare in modo raffinato
le loro escursioni e il loro amore per i monti,
o ad alpinisti scrittori come Guido Rey, Ugo De
Amicis, Armando Biancardi, Gian Piero Motti, che
ci hanno lasciato articoli e libri importanti.
La stessa rivista nazionale del Club alpino è
stata "fabbricata" fino agli anni Settanta
a Torino e ha formato una piccola scuola di artigiani
del giornalismo di montagna, cronisti e commentatori,
persone in grado di compilare accurate monografie
alpinistiche e di descrivere gli avvenimenti sportivi
e i fenomeni sociali.
Questo processo è sfociato, nel 1970, nella
"laica" Rivista della Montagna,
che ha seguito di poco l'esperienza milanese di
Rassegna Alpina, ma è sopravvissuta
ai turbamenti ideologici di quel periodo ed è
oggi - al di fuori degli organi istituzionali
- la più longeva esperienza di giornalismo
di montagna.
La Rivista è nata su iniziativa
di un gruppo di amici appassionati, squattrinati
e con idee assai chiare sull'informazione:
"Un gruppo di giovani alpinisti pemontesi
- si legge sul primo numero - ha recentemente
costituito a Torino un Centro di documentazione
alpina, per la raccolta e lo studio del materiale
utile alla conoscenza di ogni aspetto della montagna.
Tra le altre iniziative essi hanno pensato a una
rivista, su cui pubblicare i risultati più
interessanti delle proprie ricerche, dedicata
in modo particolare agli alpinisti che intendono
la pratica della montagna come una forma di arricchimento
culturale, oltre che un fatto sportivo o una piacevole
forma di evasione contemplativa". Accanto
all'editoriale non appare un "duro"
arrampicatore armato di martello e chiodi, ma
tre portatrici di fieno sullo sfondo delle Levanne.
Il direttore è Piero Dematteis, che mette
a disposizione i piccoli spazi della sua libreria
per la redazione dei primi numeri; il grafico
è Luciano Muzzarini, impeccabile specialista
del bianco e nero; la Rivista annovera
firme prestigiose come Paolo Gobetti, Marziano
Di Maio, Gian Piero Motti. La redazione è
soprattutto un vivacissimo laboratorio di idee,
che, in un tempo in cui le Alpi non sono ancora
"terra" completamente divulgata, partoriscono
selezionati articoli sulla cultura e l'economia
alpina ed esemplari monografie escursionistiche,
alpinistiche e scialpinistiche. Un giusto insieme
di spirito critico, approfondimento scientifico
e intento divulgativo, che si evolve sotto la
direzione di Alberto Rosso e poi di Giorgio Daidola,
nel tempo della Rivista a colori.
Ma intanto, nei primi anni Ottanta, i mensili
francesi Alpinisme et Randonnée e
Montagnes Magazine hanno rivoluzionato la
grafica e il modo di raccontare la montagna. L'alpinismo
stesso è cambiato radicalmente, abbandonando
le residue motivazioni romantiche a favore degli
spettacolari exploit dell'arrampicata sportiva,
dei futuristici concatenamenti di cime e pareti,
delle galoppate sugli ottomila himalaiani. E così,
mentre già si mormora del sacrilegio dei
sacrilegi - la gara di arrampicata -, la Rivista
della Montagna si trova improvvisamente un
po' vecchia e fuori moda, e incapace - date le
sue dimensioni artigianali - di compiere il salto
verso la grande distribuzione.
Il mensile Alp nasce su quell'onda di rinnovamento,
unendo alcune professionalità cresciute
nel Centro di documentazione alpina (la mia e
quella di Furio Chiaretta, in particolare) a una
firma nota del giornalismo ambientalista (Walter
Giuliano) e a un editore (Giorgio Vivalda) dotato
di mezzi e ambizioni. Il resto lo fa un grafico
di talento come Pier Vincenzo Livio, che trasforma
la vecchia concezione del giornale di montagna
in un prodotto completamente aggiornato, elaborato
e competitivo non con le altre riviste di settore,
ma con i migliori periodici dell'editoria nazionale.
L'innovazione di Alp è stata semplicemente
(ma che fatica, e che scandalo!) quella di raccontare
i fatti della montagna con gli strumenti giornalistici
ed estetici delle altre riviste (Airone
insegnava), senza rifluire nelle logiche sempre
più asfittiche della comunità alpinistica.
Sul primo editoriale scrivevo:
"La montagna di Alp non è il
solito mondo al di fuori dal mondo, dove i cittadini
buoni rincorrono antichi sentimenti e i poveri
montanari, gli ultimi, custodiscono le loro secolari
tradizioni".
Riuscimmo in due imprese inedite e talvolta impopolari:
raccontare l'alpinismo con le parole e le immagini
giuste, da giornale sportivo, e affrontare senza
tabù i grandi problemi della montagna:
l'ambiente, lo sfruttamento, il degrado, le politiche
dei parchi. Fummo aiutati dalla nascita del creativo
movimento degli alpinisti Mountain Wilderness
e dalle provocazioni di Reinhold Messner, fresco
salitore dei quattordici ottomila.
Poi gli anni Novanta, una specie di centrifuga
che omologa i prodotti e le idee. Le due riviste
si assomigliano sempre più, i collaboratori
fanno la spola da una sponda all'altra in cerca
di spazio, i lettori classici sono disorientati
dalla specializzazione e gli specializzati dichiarano
il loro amore per Internet e i nuovi mezzi di
comunicazione. Così che, è storia
di oggi, le due case editrici uniscono le forze
e scelgono di camminare insieme.
In mezzo ai due contendenti restava lo spazio
per un prodotto diverso, più libro che
rivista, un mezzo di divulgazione scientifica
che si riprendesse cura della cultura alpina e
dei montanari. Così alla fine del secondo
millennio è nata L'Alpe, edita da
Priuli & Verlucca di Ivrea, sorella del trimestrale
del Musée Dauphinois di Grenoble: il primo
tentativo su carta stampata di scavalcare la falsa
frontiera delle Alpi. La rivista va ed è
complementare alle altre. Forse il mercato ha
ritrovato un equilibrio.
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