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Gli alberi nostri nemici?
Nel passato gli alberi godevano di un'alta considerazione
in ogni parte del mondo: erano rispettati, curati
e spesso si attribuivano loro significati che
trascendevano la realtà.
Col tempo questo rapporto è mutato: lo sviluppo
dell'agricoltura ha determinato la scomparsa delle
foreste planiziali delle regioni temperate e poi
l'urbanizzazione ha allontanato le genti dalle
campagne e le menti dai ritmi naturali.
Negli ultimi decenni il manto forestale della
nostra regione è in effetti cresciuto, incendi
e speculazioni edilizie permettendo, per via dell'abbandono
delle zone collinari e montane.
La migliore tutela dei boschi è costituita non
tanto da una scelta razionale dell'uomo quanto
dalla scarsa remuneratività del loro sfruttamento
legata soprattutto alle difficoltà di accesso.
Per gli alberi delle zone intensamente abitate
di pianura e di collina il discorso è diverso:
qui, a parte i pioppeti artificiali ben diversi
da un vero bosco, gli alberi e le siepi ai bordi
dei campi vanno scomparendo. Da sempre gli uomini
si procurano la legna ma oggi sembra che esistano
solo buone ragioni per abbattere gli alberi e
nessuna per piantarne di nuovi.
I grandi viali che che si dipartivano a raggiera
da Torino verso tutte le direzioni sono spariti
quasi del tutto. Vicino alle case gli alberi creano
solo fastidi. Paradossalmente anche nei parchi
pubblici i grandi alberi possono diventare di
troppo: gli esemplari più vecchi e malati possono
costituire fonti oggettive di pericolo e come
tali vanno rimossi e sostituiti, sono purtroppo
frequenti le potature selvagge e le eliminazioni
indiscriminate.
Ma è soprattutto nella campagna coltivata che
gli alberi stanno vivendo la loro più brutta stagione,
nell'ambito di un grave processo di riduzione
generalizzata della biodiversità. La foresta,
scomparsa come tale da tempo, aveva lasciato sul
territorio una impronta tenace e preziosa: le
siepi, i filari ed i grandi esemplari di alberi,
i boschetti residui e le fasce golenali costituivano
fino a pochi anni orsono una rete preziosa dove
erano presenti quasi tutte le specie vegetali
e molte di quelle animali originarie a garanzia
della continuità e della diversità biologica.
Nella nostra mentalità sta diventando scontata
la distinzione fra luoghi dove l'Uomo vive e produce
e "santuari dove esiste ancora la Natura"; questo
modo di vedere esprime la dicotomia gravissima
che diverse componenti della nostra cultura (religione,
letteratura, tecnologia, finanza), attraverso
percorsi diversi ma convergenti, hanno contribuito
a creare fra l'umanità e il resto del sistema
vivente.
La ricomposizione di questa frattura ideologica
è essenziale per tutti noi e, naturalmente, la
"questione alberi" è solo una tessera di un complesso
mosaico in cui però ogni particolare è essenziale.
Oggi si rischia di ridurre gli alberi alla condizione
aberrante di "esseri da zoo", confinati in oasi
dove la loro esistenza viene sfruttata a scopo
ricreativo.
Si tratterebbe di una perdita gravissima sotto
tutti gli aspetti: economico, sociale e culturale.
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