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La pietra ollare
umile eppur preziosa
Tra i materiali lapidei minori utilizzati
nelle valli alpine, la pietraollare, oggi
quasi dimenticata, ha rivestito in passato
una certa rilevanza anche economica per
le sue particolari proprietà. Essa
non ha uno specifico significato scientifico,
intendendosi con questo nome una roccia
atta a usi particolari e facilmente lavorabile.
Il nome "ollare" deriva dai tipici
recipienti, le olle, che si ricavavano dalla
pietra, appunto.
Geologicamente, invece, è una roccia
metamorfica (meglio sarebbe dire un insieme
di rocce) detta ultrabasica, povera di silicio,
ma ricca di ferro e di magnesio. A seconda
del tipo, può essere facilmente lavorata
al tornio, ridotta in lastre o scolpita.
Pietre ollari affiorano un po' dovunque
nell'orizzonte alpino, e da tempo immemorabile
sono state utilizzate dai valligiani. L'unica
limitazione all'uso era la rarità
dei filoni e la difficoltà nell'estrarre
i blocchi e nel trasportarli dalle cave
ai laboratori dove erano poi lavorati. In
qualche caso ci hanno pensato i ghiacciai
a facilitare il lavoro, trasportando frammenti
di roccia in località più
accessibili
L'uso primario dell'ollare è stato
quello di ricavarne recipienti per la cottura,
non soltanto perché in grado di sopperire
alle carenze di metallo e alle difficoltà
di lavorazioni di questo, ma anche per le
eccezionali caratteristiche termiche. Un
altro interessante uso della pietra ollare
è nella realizzazione delle cosidette
"pigne", stufe di pietra utilizzate
per riscaldare le case di montagna secondo
modalità mutuate da genti tedesche.
I blocchi più duri di ollare, quelli
non adatti ad essere torniti, venivano invece
scolpiti al fine di ricavarne architravi,
canalizzazioni, lapidi e mortai.
Un'interessante esposizione dedicata agli
oggetti e alle tecniche di lavorazione di
questa pietra è visibile presso il
Museo etnografico della Valmaggia, aperto
da aprile ad ottobre (chiuso lunedì
e domenica mattina).
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