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Olimpiadi, luci e ombre

Ormai l'orologio in piazza Castello scandisce le ultime ore dall'inizio di Torino 2006. Finalmente l'appuntamento con i XX Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006 è ormai prossimo, facendo rientrare Torino e tutto l'articolato territorio olimpico in quella vasta schiera di località internazionali che, per avviare o completare radicali trasformazioni sul piano materiale e simbolico, hanno scelto di utilizzare i grandi eventi.


I cantieri olimpici sono ormai quasi chiusi e gli organizzatori cominciano a tirare un respiro di sollievo. L'evento è pronto, pur con tutte le incognite dell'ultimo momento.

Più controversa appare invece la valutazione complessiva degli effetti dell'evento, oggetto di monitoraggi diversi. Per quanto, almeno ai torinesi, le Olimpiadi appaiano al centro di un vasto e, "torinesamente" parlando, forse eccessivo sforzo promozionale (le diverse campagne, ma anche gli eventi della Tregua Olimpica, le Olimpiadi della cultura) l'evento rimane ancora molto, troppo locale, scarsamente considerato dai media nazionali e paradossalmente molto più atteso all'estero. I benefici occupazionali sembrano rimasti confinati soprattutto ai cantieri olimpici. Le prospettive di sviluppo turistico al di là di un temuto "effetto intermezzo" verificatosi in altre edizioni Olimpiche invernali, cioè il picco e poi il ritorno a un consueto flusso di visitatori, sembrano molto incerte e bloccate da una capacità ricettiva che rimane limitata e da una cultura dell'accoglienza che fa a fatica a affermarsi in modo generalizzato, soprattutto nelle valli.

E allora? Tutto inutile? Abbiamo dilapidato ingenti risorse finanziarie (quasi 700 milioni di euro per i soli impianti di gara), territoriali e ambientali per un evento effimero?

Con la cerimonia di chiusura si concluderà un ampio e complesso processo di allestimento del palcoscenico olimpico, che seppur ridimensionato, ospiterà ancora due eventi minori (Paralimpiadi nel marzo 2006, Universiadi nel 2007).

La metafora del territorio come teatro, spesso utilizzata per descrivere e interpretare le trasformazioni urbane e territoriali, diventa in questo caso realtà. Il grande evento ha certamente molti significati e interpretazioni, sul piano economico, culturale, politico, ambientale, per non dimenticare quello sportivo. Ma è soprattutto uno spettacolo, una manifestazione che attira milioni di spettatori, dal vivo o attraverso i canali radio-televisivi.

Nel preparare la scena il palcoscenico-territorio ha visto agire con variegati obiettivi e logiche un ampio insieme di soggetti locali e sovralocali. Ma che posto avrà occupato alla fine la società, il territorio, l'ambiente locale in questo grande evento? Saremo, ci sentiremo, coinvolti o si rimarrà dietro le quinte, sentendoci spettatori passivi e marginali in casa propria? Apparirà all'esterno, ma anche all'interno, come un luogo standardizzato, piallato dalle forze globalizzanti in gioco, oppure artefatto, volto a costruire un'immagine internazionale che piaccia sul mercato dei luoghi ma in cui difficilmente gli abitanti locali riescono a ritrovarsi, oppure ancora saprà esprimere delle specificità di questo territorio? O ci sarà una sintesi tra queste diverse percezioni?

E cosa rimarrà una volta spenti i riflettori che illumineranno la scena olimpica? Pensiamo sia alle sensazioni, ai ricordi, a quanto si può imparare da uno spettacolo e dal suo allestimento, sia a ciò che sarà del palcoscenico olimpico nella sua materialità. Perché è qui che la finzione teatrale si rivela reale. Terminato uno spettacolo, rimane una scena vuota: solo i cartelloni che il tempo sbiadirà ricorderanno quanto è avvenuto. Ma in questo caso la scena è il territorio, con i suoi ritmi ordinari, i suoi progetti, che dovrà metabolizzare ciò che resta. In parte lo riutilizzerà per altri scopi, come le residenze universitarie nei villaggi media dell'Italgas e di Spina 2, in parte cercherà di mantenerlo pronto a farsi di nuovo palcoscenico per altri eventi (come per l'Oval-Lingotto) – così si spera, ma con grandi incertezze, per i trampolini di Pragelato o la pista di bob di Cesana – qualcosa potrebbe invece rimanere come pura icona territoriale simbolo, come l'Arco o la piazza olimpica. L'obiettivo è comunque cercare di evitare che la scena cada nell'oblio dei contenitori inutilizzati e costosi da gestire, moderne "cattedrali nel deserto dell'effimero" o white elephants, come vengono definiti nel mondo anglosassone, difficili da nascondere o giustificare nel paesaggio urbano e montano. Non sarebbe una novità per Torino (pensiamo ai "resti" di Italia '61).

E' il grande tema di quella che viene chiamata "eredità olimpica", sia materiale, come le ricadute sul piano occupazionale, i nuovi impianti e infrastrutture, l'afflusso turistico, sia immateriale, come la diffusione dei valori olimpici, l'aumentata capacità decisionale e organizzativa di una città, l'immagine e la notorietà delle località ospitanti, l'acquisizione di buone pratiche.

E' infatti su questo tema che, in prossimità dell'evento si è spostato il dibattito nel caso di Torino 2006, per quanto soffocato da un lato dalle urgenze degli ultimi "ritocchi", dall'altro da altre difficili vicende che coinvolgono Torino e direttamente o indirettamente anche le Olimpiadi (crisi Fiat, alta velocità, la metropolitana, il Passante Ferroviario). In realtà, la questione eredità olimpica di Torino 2006 è tuttora aperta, per quanto da tempo fosse apparso chiaro che al di là del fatto di vincere la candidatura (come hanno scritto Bobbio e Guala), una "città poteva vincere ma anche perdere le Olimpiadi" nel non saper organizzare l'evento, nel non saper gestire il consenso e gli inevitabili conflitti, ma soprattutto nel non saper programmare il dopo. Pensiamo al problematico riutilizzo di molti impianti di gara (Alta Val Susa e Val Chisone), o al destino di alcuni dei grandi contenitori. Ma più in generale al senso complessivo della trasformazione, nella capacità di aumentare le possibili specializzazioni della Torino post-fordista, e di ripensare il rapporto tra Torino e le vallate alpine, unite nel proporsi come luogo idoneo alle Olimpiadi invernali, ma tuttora incapaci di progettualità comuni.

Questi anni di attuazione del programma olimpico hanno visto alternarsi entusiasmi, polemiche, timori e soddisfazioni. Vi sono stati non pochi momenti di tensione, dentro la macchina olimpica, tra i numerosi soggetti, sia organizzazioni che individui, che a diverso titolo hanno contribuito alla preparazione dell'evento, ma anche fuori, con timori, proteste, perplessità da parte di chi attribuisce per svariate ragioni un significato negativo all'evento: per il suo impatto ambientale, per la sua pesante eredità in termini di impianti di cui non è ancora certo il riutilizzo futuro, per questa enorme concentrazione di risorse finanziarie, politiche e culturali su un evento effimero, a esclusivo vantaggio di pochi e forti interessi locali e globali a fronte di una situazione economica difficile, i tagli alle spese sociali, culturali e sanitarie ecc.

Tra gli entusiasti incondizionati e i critici ad oltranza, come li definiva Luigi Bobbio in suo scritto del 2002, sui rischi da evitare, certamente la gamma di posizioni rispetto alle Olimpiadi è piuttosto articolata e relativamente stabile nel tempo. I numerosi sondaggi effettuati, sia da parte del Toroc, sia da parte dell'Università (Segre, Scamuzzi, 2004) rivelano un notevole livello di consenso in crescita. Coloro che si dichiarano molto favorevoli alle Olimpiadi sono passati dal 78% del 2002 all'84% nel 2005° a Torino, mentre i moderatamente favorevoli sono scesi dal 14 al 9%. Dunque gli indifferenti e i non favorevoli non hanno mai superato il 10% sia a Torino che nelle Valli. E' un dato questo, risultante da più sondaggi, quindi sicuramente attendibile, ma che fa riflettere in quanto, almeno per chi scrive, appare in contrasto con la sensazione di una diffusa indifferenza e scetticismo rispetto all'evento. Positivo sì, ma passerà e lascerà dei segni difficili da digerire, questa è la sensazione che abbiamo ricavato sia da alcune campagne di interviste a testimoni privilegiati (Segre, Scamuzzi, 2004), sia dai commenti di strada.

Al di là dei fragili entusiasmi di molti, le ostinate critiche di pochi e lo scetticismo dei più, la tesi finale che ci sentiamo di sostenere è che per quanto forse alcune occasioni di costruzione di un'eredità positiva siano state perdute, molte di queste scommesse sono ancora aperte e dipenderanno dalle capacità di volgere in positivo le opportunità e i condizionamenti che attraverso l'evento di Torino 2006 si presentano oggi al territorio. Sarebbe un errore sia museificarlo come momento mitico, forzando un orgoglio locale che forse farà presa altrove, ma non qui, non in questo modo, sia considerarlo come evento passeggero, da ignorare o dimenticare quanto prima. E' invece essenziale il cercare di costruire un'eredità olimpica condivisa, non solo attraverso le pur necessarie campagne promozionali e di legittimazione dell'evento. Si tratta di proseguire in quella strategia di dialogo, che qualche esito ha prodotto almeno sul piano formale – come la Carta di Intenti siglata dal Toroc – che sappia cogliere tutte le risorse e le potenzialità del territorio, in uno sforzo di apprendimento e valorizzazione di ciò che l'evento ha rappresentato. Altrimenti Torino 2006 rappresenterà uno spartiacque in negativo, su cui si separeranno visioni e punti di vista sul futuro di questo territorio.

Per saperne di più

Eau Vive-Comitato Giorgio Rota,
L'immagine del cambiamento. Sesto rapporto annuale su Torino,
Guerini Associati, Milano, 2005.

Bobbio L., Guala C. (a cura di),
Olimpiadi e grandi eventi,
Carocci, Roma, 2002.

Gambino R., Mondini G., Peano A. (a cura di),
Le Olimpiadi per il territorio. Monitoraggio territoriale del programma olimpico di Torino 2006,
Il Sole 24 Ore Pirola, Milano, 2005.

Segre A., Scamuzzi S.(a cura di),
Aspettando le Olimpiadi,
Carocci, Roma, 2004.

di Egidio Dansero, Domenico De Leonardis
(Dipartimento Interateneo Territorio, Politecnico e Università di Torino)



Servizio a cura della redazione di Piemonte Parchi


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