INTERVISTA
di Mauro Pianta
Giornalista, scrittore, corrispondente dagli Stati Uniti per il quotidiano La Stampa, commentatore di politica estera e di "cose americane" per le tv italiane: eccolo qui Maurizio Molinari. Da diversi anni i suoi articoli e le sue analisi ci aiutano a capire le vicende internazionali. Molinari ha accettato di partecipare alla nostra discussione sul rapporto tra parchi e informazione. Un contributo, va da sé, che prende le mosse dalla realtà americana.
In che maniera si discute dei parchi negli Stati Uniti, qual è l'approccio che prevale?
«Negli Stati Uniti si parla di parchi molto e spesso. A New York, dove vivo e lavoro dal 2001, ci sono le serate private per raccogliere fondi per realizzare progetti e iniziative ad hoc, operano associazioni di volontari che si impegnano in attività spesso ingegnose e il comune guidato da Michael Bloomberg moltiplica gli investimenti per piantare alberi. Ma soprattutto ciò che più conta è che ci sono milioni di cittadini che considerano i parchi come un tassello della loro identità, della loro stessa vita: non si finisce mai di andare al parco e generalmente l'approccio non è passivo perché la tendenza è a interagire, a creare eventi, occasioni, opportunità. Penso ad esempio ai "playdates", gli incontri tra bambini di tutte le età nei "playground", gli spazi dedicati a loro. E quando scompare una persona cara gli si dedica una panchina, con tanto di targhetta alla memoria. Le testimonianze di tale approccio sono infinite. Ad esempio, quando la scorsa estate una tempesta di fulmini ha investito Central Park e un'ampia area ha subito visibili devastazioni c'è stata una mobilitazione collettiva per rimediare ai danni».
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Servizio a cura della redazione di Piemonte Parchi