Editoriale di Enrico Camanni
I parchi sono fuori moda come gli ecomusei, le montagne, la biodiversità, tutte "idee" che hanno valore in sé, e quale valore!, ma che apparentemente non producono reddito e consenso. Eppure…
La mattina del 14 gennaio siamo rimasti sconcertati, quando aprendo con qualche riserva al vasto pubblico la tavola rotonda sulla "comunicazione dei parchi" («A chi mai potrà interessare?»), ci siamo trovati una sala traboccante di persone, provenienti da svariate regioni d'Italia. Circa 150 cittadini (operatori dei parchi, biologi, naturalisti, giornalisti, fotografi, editori) sono venuti al Museo di Scienze Naturali di Torino per capire che ne era dell'idea-parco al tempo della crisi, desiderosi di ripartire verso la diffusione di quell'"utopia concreta", per usare le parole di Alexander Langer, che non è mai stata così omessa e così necessaria.
"Perché i parchi non fanno notizia?" era il titolo retorico dell'incontro, che muoveva dalla constatazione di un giornalismo sempre più asservito alla notizia eclatante ma di breve durata, dalla nostalgia per la scomparsa dei grandi mensili naturalistici italiani, dall'esigenza di trovare nuove parole per raccontare i parchi e la vita incessante dei loro territori, laboratori di dialogo e buone pratiche.
L'analisi è stata esauriente grazie alla qualità e all'eterogeneità degli oratori, con suggerimenti tecnici agli uffici stampa dei parchi (almeno i pochi che possono permetterseli) su come veicolare la notizia per "bucare" la carta e il video, e raggiungere i canali minimi di diffusione. Si è parlato di grandi media, oggi assai più interessati alle dinamiche planetarie del riscaldamento globale che ai modelli di sviluppo locale, e di piccoli media, un po' accecati dal pettegolezzo di provincia ma aperti alle notizie del territorio. In definitiva, poiché ogni "crisi" profonda è prima culturale che economica", si è convenuto che occorra innanzi tutto chiarire a noi stessi e comunicare alla gente che cosa si nasconde dietro la nobile idea di "parco", al di là dei pregiudizi, dei limiti ideologici e anche delle facili illusioni.
Ci sembra che il prossimo passo, dopo aver verificato l'urgenza e la popolarità della questione, sia rimettere a fuoco il messaggio originale, togliendo dai comunicati stampa ogni allusione al vincolo, al recinto, al "parco poliziotto", e trovando nuove parole (e nuovi veicoli) per dire "progetto", "convivenza", "diritto di futuro". Dall'ombra del parco-museo, che sa inevitabilmente di vecchio e "conservativo", bisogna creativamente passare al chiarore del parco-officina, di un mondo possibile e di una società più giusta per chi verrà.
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Servizio a cura della redazione di Piemonte Parchi