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Una famiglia di lemuri, Propithecus verreauxii (foto www.tipsimages.it)

La terza scimmia

Segnali di pace? Solo se mi conviene…

 


a cura di Gianni Boscolo
gianni.boscolo@alice.it

Facciamo pace? Noi esseri umani comunichiamo a parole l'intenzione di mettere fine a uno scontro, parole alle quali aggiungiamo un sorriso o una stretta di mano. Fare pace vuol dire riconciliarsi, riallacciare i legami che uno scontro aveva spezzato. Alcuni alla riconciliazione preferiscono il rancore, pianta che mette radici nell'ignoranza, cresce alimentata dall'odio e quando dà frutti genera solo violenza. Una società, così come i singoli che la compongono, non ricava vantaggio da questo comportamento, mentre mantiene il suo equilibrio, cresce e si sviluppa quando sa esercitare la fondamentale arte della riconciliazione. Che non significa chinare il capo davanti a un sopruso bensì, una volta accettate vittoria e sconfitta e le loro inevitabili conseguenze, acconsentire a ripartire evitando che dilaghi la malapianta dell'aggressività. Non siamo gli unici in natura a esercitare, quando ce lo ricordiamo, la dura arte della riconciliazione. E' pratica diffusa anche tra le scimmie antropomorfe, a testimonianza dell'origine genetica di un comportamento che tutela la stabilità del gruppo sociale.

I biologi del Museo di Storia Naturale e del Territorio dell'Università di Pisa sono andati oltre, dimostrando che le strategie di riavvicinamento dopo un conflitto sono praticate anche da alcune proscimmie del Madagascar, i lemuri sifaki di Verreaux (Propithecus verreauxi). Ma come si misura il desiderio di far pace di un lemure? Privi di un articolato linguaggio verbale questi nostri lontanissimi cugini, che vivono in gruppi matriarcali di 7-8 individui, usano la gestualità per favorire la riappacificazione. I contatti amichevoli sono frequenti e sono in genere costituiti da abbracci, spulciamenti reciproci (il cosiddetto grooming) o anche solo dal sedersi uno accanto all'altro. I biologi hanno prima quantificato questi contatti in una situazione di pace, e quindi li hanno misurati dopo uno scontro. Il risultato ha mostrato un evidente aumento di contatti amichevoli tra gli individui coinvolti nel conflitto. I tentativi di riconciliazione partono sempre da chi ne è uscito sconfitto, anche se il riavvicinamento è il frutto di un accurato calcolo di costi e benefici. Ad esempio, la vittima dello scontro tenterà il riavvicinamento con l'aggressore in genere solo se il conflitto non è stato particolarmente violento, se con l'antagonista scambiava già in precedenza più contatti amichevoli che con altri, o se l'opponente è una femmina di rango elevato. In soldoni, fanno pace se gli conviene. Se ne hanno prese troppe non rischiano di buscarne ancora, se lo scontro è avvenuto con qualcuno di cui gli importa poco non sprecano energie per fare pace, mentre vale la pena tentare di riappacificarsi con un membro dominante del gruppo la cui amicizia in futuro potrà essere utile. Nulla di nuovo sotto il sole. A ciò si aggiunge l'inconsapevole contributo al benessere del gruppo, non dilaniato da sterile aggressività.

Tutte cose che sappiamo bene, non dovremmo solo aspettare che sia un lemure a ricordarcele.

Claudia Bordese



Servizio a cura della redazione di Piemonte Parchi


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