
Agricoltura
L'utilizzazione e la progressiva modificazione delle piante è parte della storia dell'uomo, della sua evoluzione e della sua capacità di costruirsi ambienti di vita più favorevoli. Da quando, in un tempo lontanissimo, la specie umana iniziò a disporre nel terreno i semi di piante che producevano frutti o semi commestibili.
Testo di Andrea Schubert
Professore alla Facoltà di Agraria di Torino, Dipartimento di Colture arboree
Inizialmente, e per molte migliaia di anni, l'opera dell'uomo fu costituita dalla selezione di semi da piante più produttive, o con caratteri di particolare interesse. Allora nessuno lo sapeva, ma il DNA che custodisce la chiave di funzionamento di ogni organismo può subire piccole modificazioni per azione di fenomeni naturali, quali, per esempio, la luce ultravioletta. Piccole modifiche del DNA possono determinarsi anche per l'azione di meccanismi interni alla cellula, come per esempio l'azione di sequenze di DNA, i trasposoni, che ogni tanto si staccano dal punto in cui si trovano e saltano casualmente in altro punto. Queste piccole modificazioni possono però determinare la produzione di una proteina diversa da quelle consuete della specie, e questa proteina può indurre una serie di effetti molecolari a cascata, che portano a differenze importanti nell'aspetto, colore e sapore dei cibi: ad esempio, uva bianca invece che rossa, oppure grano la cui farina ha proprietà di cottura diverse. Si tratta di mutazioni, e per millenni l'uomo ha approfittato di questi fenomeni naturali per selezionare i mutanti che gli interessavano perché più colorati, o più buoni da mangiare. E già così le piante coltivate non erano più del tutto naturali, anzi cominciavano a distinguersi sempre più dai loro parenti non selezionati.
Che gli Ogm non siano la soluzione alla crisi alimentare ci viene insegnato dalla nostra esperienza e dalla nostra pratica quotidiana di lavoro; non a caso in Italia e in Europa la produzione agricola riesce a essere ancora competitiva solo grazie alle sue caratteristiche di biodiversità, tipicità e qualità, strettamente relazionate a una dimensione di piccola e media scala. Tutti questi aspetti distintivi verrebbero a cadere se gli agricoltori europei si affidassero alla standardizzazione che porta l'utilizzo degli OGM.
Fortunatamente però è nota l'esistenza di efficaci ed eccellenti risposte nella difesa del patrimonio di biodiversità agricole e alimentari dell'Europa, nella conservazione e nel potenziamento dei modelli di agricoltura su media e piccola scala con destinazione prevalente al mercato locale, nell'agricoltura biologica e più in generale in tutte quelle forme di agricoltura che operano per svincolarsi dalla dipendenza dagli input di natura chimica di cui gli OGM sono parte integrante.
Al Salone del Gusto a Torino ci sarà spazio per una conferenza dal titolo Senza OGM si può, nella quale, in contrapposizione alle dichiarazioni dei sostenitori (e proprietari) delle colture hi-tech i quali dicono che possono risolvere molti problemi agli agricoltori, parleranno proprio i testimoni di una agricoltura che ha risolto tanti problemi senza far ricorso agli OGM. Saranno invitati protagonisti dell'agricoltura sostenibile, produttori e ricercatori.
Questo appuntamento (24 ottobre 2008, presso la Sala Gialla del Lingotto) è frutto anche del lavoro e delle riflessioni della Coalizione ItaliaEuropa-Liberi da Ogm, della quale dal marzo di quest'anno ho l'onore di essere il coordinatore: si tratta di un vasto schieramento costituito dalle maggiori organizzazioni degli agricoltori, del commercio, della moderna distribuzione, dell'artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori, dell'ambientalismo, della scienza, della cultura, della cooperazione internazionale e delle autonomie locali, che lavora per l'affermazione di un modello di sviluppo agroalimentare basato sulla biodiversità, sulla qualità, sul territorio e sulle persone: nulla a che fare con gli OGM.
Roberto Burdese
Presidente di Slow Food Italia, coordinatore nazionale della Coalizione ItaliaEuropa Liberi da Ogm www.liberidaogm.org
I prodotti OGM che attualmente è permesso coltivare in pieno campo e che forniscono un prodotto che finisce sui mercati sono circa venti (le più diffuse sono soia, mais cotone, colza, patata, zucchine, papaia). I Paesi produttori sono 21. L'Italia è completamente esclusa. L'idea che introdurre e modificare un gene in un organismo rappresenti in qualche modo un "oltraggio" alla natura ha generato ostilità e paura. Eppure, senza esserne consapevoli, noi mangiamo alimenti modificati geneticamente da sempre. Infatti, a partire da 10.000 anni fa l'uomo attraverso la selezione ha lentamente trasformato le piante selvatiche nelle piante che oggi noi coltiviamo, per esempio: la banana e la mela erano frutti piccolissimi fatti di molti semi e poca polpa. Oggi invece la tecnica del DNA ricombinante permette di studiare, isolare e trasferire il gene responsabile di un certo carattere, il tutto in modo mirato. La differenza è solo la modalità di intervento che è straordinariamente più precisa, ma lo scopo è sempre lo stesso: conferire nuovi caratteri ereditari che migliorino le piante. Molti hanno confuso il concetto di qualità dei prodotti imputando agli OGM rischi potenziali sulla nostra salute o sull'ambiente che invece sono risultati assenti. I risultati di 15 anni di ricerche dimostrano che i prodotti delle colture OGM sviluppate fino a oggi non hanno provocato alcun nuovo rischio per la salute umana o per l'ambiente. Gli OGM contribuiscono a un'agricoltura sostenibile e a una migliore produzione alimentare; è possibile ottenere piante resistenti alle malattie e che quindi richiedono meno pesticidi, piante che necessitano di meno fertilizzanti e piante tolleranti la siccità e la salinità dei suoli. Queste tecniche permettono anche di ottenere cibo di maggior qualità, perché più ricco di vitamine, antiossidanti, minerali importanti per il benessere dell'uomo. Va inoltre ricordato il ruolo delle piante OGM come amiche dell'ambiente: possono produrre energia più pulita, decontaminare il suolo dalla presenza di metalli
pesanti e addirittura trovare le mine nascoste nel terreno. Non c'è ragione quindi di fermare tutto questo per motivi ideologici o per paure o pregiudizi che nascono proprio dalla non-conoscenza.
Chiara Tonelli
Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie, Università degli Studi di Milano
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Servizio a cura della redazione di Piemonte Parchi