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L'impatto dei cani vaganti sulla fauna selvatica e sul lupo in Italia

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L'impatto dei cani vaganti sulla fauna selvatica e sul lupo in Italia
di Piero Genovesi
Il migliore amico dell'uomo può diventare uno dei più terribili nemici degli animali selvatici. Se si parla spesso degli incidenti stradali provocati dai cani abbandonati o dei rischi sanitari legati alla presenza di randagi, pochi invece sanno che lo scorso anno cinque cani hanno completamente distrutto la colonia di fenicotteri di Molentargius, o che nei progetti di reintroduzione dei caprioli e dei cervi, i cani possono arrivare ad uccidere oltre il 25% degli animali rilasciati, o ancora, per andare un po' più lontano, che nelle isole Galapagos cani randagi hanno sterminato intere colonie di iguane marine.
La presenza diffusa di cani non controllati mette anche in pericolo il lupo. Innanzitutto cani e lupi predano le stesse specie, e se pure il lupo è un cacciatore molto più abile, l'enorme numero di cani determina una "concorrenza sleale" del cugino addomesticato. Ma esistono due altri pericoli insidiosi per il lupo italiano legati alla presenza di cani: i cani sono infatti responsabili di molti attacchi al bestiame domestico che, erroneamente attribuiti al lupo, concorrono a quel clima di odio verso il predatore che è alla base di molti degli atti di bracconaggio che rappresentano la principale causa di mortalità del lupo in Italia. Inoltre cani e lupi possono incrociarsi tra loro, dando origine a ibridi. Recenti indagini genetiche condotte nei laboratori dell'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica non hanno per ora evidenziato un diffuso inquinamento genetico del lupo, ma il rischio per la conservazione di questa specie rimane molto elevato.
Per conoscere meglio la minaccia rappresentata dai cani vaganti, l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica ha realizzato una ricerca su scala nazionale, finanziata dal Ministero per le Politiche Agricole, mirata 1) a censire il numero di cani che hanno un padrone, ma che vengono lasciati liberi di girare, 2) a capire come sta funzionando la Legge 281 del 1991, che ha completamente riformato il sistema di gestione del randagismo, 3) a conoscere l'opinione degli italiani su questo problema.
L'indagine, condotta nelle aree rurali di tutta Italia, è stata realizzata con interviste dirette su un campione di 2.903 famiglie italiane, cui è stato presentato un questionario di 14 domande. I risultati, presentati in un recentissimo volume della collana Biologia e Conservazione della Fauna Selvatica, sono per alcuni aspetti sorprendenti e per altri preoccupanti. Si conferma che il numero di animali presenti nelle nostre case è in rapido aumento: in Italia sono oggi presenti circa 7.500.000 di cani di proprietà, dei quali 6.100.000 vivono nelle aree rurali del paese. Da un confronto con i dati di precedenti censimenti, si stima che il numero di cani stia aumentando molto rapidamente, con un incremento annuo di circa il 5%.
Dei 6.100.000 cani presenti nelle aree rurali del Paese, il 19,7%, pari a oltre 1.200.000 animali, viene lasciato dai proprietari libero di girare almeno per alcune ore ogni giorno. La proporzione di femmine sterilizzate è bassissima, inferiore al 17%, e per questo motivo nascono ogni anno circa 1.500.000 cuccioli, che vanno ad ingrossare le fila dei cani randagi o inselvatichiti che abitano molte aree d'Italia.
Anche l'applicazione della legge presenta notevoli limiti: nonostante sia obbligatorio per i proprietari di cani marcare i loro animali con un tatuaggio che ne permetta l'identificazione, solo il 41.1% dei proprietari dichiara di aver marcato il proprio cane, e dato che si tratta di un obbligo di legge, è probabile che questa sia una sovrastima della reale proporzione di cani marcati. Interviste condotte con i responsabili dei canili pubblici di diverse regioni italiane hanno anche evidenziato che l'enorme numero di cani vaganti non permette, in molti casi, una efficace gestione del fenomeno. L'obbligo di mantenere indefinitamente nei canili i cani che vengono catturati comporta costi elevatissimi per le amministrazioni comunali, che di norma evitano di effettuare le catture dei cani. Molte amministrazioni catturano unicamente gli individui pericolosi (mordaci) o gravemente malati. Gli abbandoni, soprattutto delle cucciolate, appaiono generalmente in aumento, anche per la certezza che i proprietari hanno che i cani abbandonati non verranno soppressi. Va inoltre sottolineato che il numero di adozioni non permette di bilanciare il numero delle nuove catture, e questo comporta che, anche nel caso si mettano a punto efficaci tecniche di cattura, si raggiungerà comunque rapidamente la saturazione delle strutture di ricovero indipendentemente dalle loro capacità ricettive. Un esempio che lascia aperta la speranza di arrivare ad un più efficace sistema di controllo del fenomeno dei cani vaganti è quello della Val d'Aosta, dove si è già da qualche anno passati all'uso di microchip per il marcaggio dei cani, e dove è stata realizzata una moderna banca dati dei cani di proprietà che facilita il difficile compito di chi è chiamato a controllare il comportamento dei proprietari.
Nonostante i risultati dell'indagine evidenzino che il fenomeno dei cani vaganti presenti dimensioni e diffusione notevolissime, questa presenza non viene avvertita dagli italiani come un problema. Infatti il 51,1% delle persone contattate ritiene che i cani vaganti non creino alcun problema, mentre solo il 6,3 % ritiene che essi creino spesso problemi. Tale limitata percezione del problema influenza anche l'opinione sulle possibili alternative di gestione del fenomeno, determinando una generale propensione per le misure meno incisive. Il 6% degli intervistati ritiene che non si debba fare nulla per contrastare il randagismo canino nel nostro Paese, il 3,8% delle persone ritiene che i cani randagi catturati debbono essere soppressi piuttosto che rinchiusi nei canili, e solamente lo 0,8% degli intervistati ritiene utile intervenire sul problema attraverso il controllo delle nascite.
In conclusione, a quasi 10 anni dall'approvazione della legge 281, il bilancio di applicazione risulta per molti aspetti fallimentare ed è quindi indispensabile promuovere una strategia di gestione e contenimento del fenomeno del randagismo fondata su: 1) rafforzamento delle anagrafi canine 2) controllo della marcatura 3) sanzioni per i proprietari di cani vaganti 4) sterilizzazione sia dei cani di proprietà, che randagi e inselvatichiti, 5) reintroduzione della possibilità di eutanasia dopo un periodo di mantenimento nei canili, 6) reintroduzione della possibilità di abbattimento diretto dei cani vaganti quando essi esercitino un accertato impatto su specie di interesse conservazionistico, 7) attivazione diffusa di strumenti di educazione e informazione necessari per ridurre gli abbandoni e rendere efficaci le altre misure proposte.
Si sottolinea come nessuna delle misure proposte possa risultare efficace se non inserita in una strategia complessiva di intervento, che deve quindi essere basata sull'adozione di tutti gli strumenti indicati per poter assicurare un significativo contenimento delle problematiche poste dal randagismo.

Piemonte Parchi
Servizio a cura del Settore Pianificazione e Gestione Aree naturali protette
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