Nell'ambito della ricerca estensiva in Provincia
di Torino e Valle Po sulla biologia del lupo in ambiente alpino,
in occasione del Progetto Interreg II "Mai gridare al
lupo", particolare attenzione è stata posta
allo studio della dieta del predatore.
A tal fine sono stati analizzati 207 escrementi di lupo raccolti
nell'area di studio. La determinazione della dieta infatti è
resa possibile dalla tecnica non invasiva dell'analisi in laboratorio
degli escrementi raccolti: tramite lavaggio e filtraggio di
ogni fatta, al fine di eliminare la frazione microscopica (le
particelle solubili), viene isolata la componente macroscopica,
cioè i resti indigesti del cibo ingerito, che rappresenta
la parte utile dell'escremento per l'identificazione dei vari
tipi di alimento. Generalmente la parte indigesta è rappresentata
da peli ed ossa: una volta isolati, tramite il confronto con
collezioni campione ed uso di atlanti di riferimento, è
stato possibile determinare a quale specie-preda appartenevano
le componenti macroscopiche. Infine, per quantificare l'importanza
di ciascuna categoria alimentare nella dieta del lupo in quest'area,
sono stati usati due indici di uso, entrambi espressi in percentuale:
il volume medio e la frequenza di comparsa assoluta.
Gli escrementi sono stati raccolti da luglio 1999 a giugno 2001
in tutta l'area di studio, ma provengono per gran parte dalla
Val di Susa e dalla Val Chisone; dall'analisi di questi risulta
che la dieta del lupo, in questo tratto alpino, risulta costituita
quasi esclusivamente da ungulati selvatici: in particolare il
capriolo riveste un ruolo importante, mentre il cervo e quindi
il camoscio risultano essere consumati in modo minore.
Sono pochi i casi trovati in cui gli elementi di alimentazione
sono stati attribuiti ai domestici (circa 6%): di questi più
del 60% sono da riferirsi a ovini, il rimanente a bovini.
Sono stati rinvenuti, anche se in minor misura, resti di altre
specie, come il cinghiale, la marmotta, il muflone, lo stambecco,
la lepre e i micromammiferi.
Solo per l'1,45% degli escrementi non è stata fatta
un'esatta discriminazione, poiché non erano presenti
peli od altri elementi distintivi che permettessero di risalire
alla specie di appartenenza.
Questo studio ha evidenziato una fra le più alte percentuali
di uso di ungulati selvatici, in confronto ad altre ricerche
condotte in Europa occidentale.
E' stato condotto anche uno studio stagionale della dieta,
per mettere in risalto eventuali differenze nel consumo delle
diverse specie fra le quattro stagioni dell'anno. Si è
osservato un aumento di utilizzo del capriolo nel passaggio
dall'autunno all'inverno in entrambi gli anni, probabilmente
legato al fatto che questi ungulati soffrono, più dei
cervi e dei camosci, la presenza di neve al suolo, risultando
così più facilmente predabili. Inoltre il consumo
di ungulati domestici è stato massimo nei periodi autunnali
quando gli armenti sono ancora presenti nelle aree di pascolo,
e i nuovi nati dell'anno degli ungulati selvatici sono diventati
meno vulnerabili, rispetto ai primi mesi di vita.
Paola Bertotto, Ivo Bertelli, Marco Apollonio
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