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Sala 27
L'ANTIFASCISMO E LA RESISTENZA

Sistemata nel 1975 con la collaborazione dell'Istituto Storico della Resistenza in Piemonte e del Centro Studi Piero Gobetti di Torino, l’esposizione occupa la galleria contigua all’Aula del Parlamento Italiano.

Si inizia dai principali momenti della crisi del dopoguerra, dal 1919 all'avvento del fascismo. L'importante movimento di scioperi del biennio 1919-1920, culminato nell'occupazione delle fabbriche, unisce alle rivendicazioni economiche il desiderio di un profondo mutamento sociale, su cui agisce potente l'esempio della rivoluzione russa del 1917. L'irresolutezza del Partito Socialista a tradurre in azione le parole d'ordine radicali agitate fra le masse, e il prevalere all'interno del sindacato delle correnti moderate conducono, nel settembre 1920, attraverso l'abile mediazione del governo Giolitti, ad un accordo. Esso, stabilendo lo sgombero delle fabbriche sulla base di un progetto di "controllo operaio" poi disatteso, sancisce la sconfitta del movimento e apre la strada alla controffensiva della borghesia, più che mai orientata verso soluzioni autoritarie della crisi dal timore della rivoluzione sociale.


A partire dalla fine del 1920 il Fascismo, movimento fondato da Benito Mussolini, generosamente finanziato da agrari ed industriali che vedono in esso uno strumento adeguato al contenimento del movimento operaio, dilaga in tutta l'Italia centro-settentrionale. Sono testimonianza della violenza dello scontro gli oggetti predati dalle squadre d'azione durante gli assalti alle organizzazioni del movimento operaio: bandiere, fazzoletti da collo, tessere e timbri del Partito Socialista, un petardo esplosivo ed un pugnale, rudimentale armamento di un Ardito del Popolo. Gli Arditi del Popolo sono l'organizzazione che, presto sconfessata dai dirigenti socialisti e comunisti, a partire dalla primavera del 1921 raccoglie l'antifascismo di base di anarchici, socialisti e comunisti.

Sono in seguito revocati diversi eventi; la "marcia su Roma" e la presa del potere da parte del Fascismo (1922) con Benito Mussolini alla testa, la disfatta delle opposizioni e le leggi eccezionali del 25-26, le "leggi fascistissime", con le quali il regime dà base giuridica alla dittatura e sancisce formalmente la fine dello Stato liberale, e l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. Parallelamente all'elaborazione della legislazione repressiva (abolizione delle libertà politiche e personali, istituzione del confino e della pena di morte, esautoramento delle funzioni del Parlamento, ecc.), la costruzione dello Stato totalitario è realizzata mediante un processo di stretta integrazione fra Stato fascista e società civile. Uniformi di burocrati statali, distintivi e tessere del PNF, divise delle organizzazioni maschili e femminili dell'Opera Nazionale Balilla forniscono una immagine d'insieme della società italiana "fascistizzata" della seconda metà degli anni '20.


Altre sezioni sono dedicate all'antifascismo: dall'opera politica e culturale di Piero Gobetti, all'attivismo dei movimenti di opposizione organizzati all'estero dai fuoriusciti, alla difficile costruzione di un'organizzazione clandestina all'interno. Il capitolo delle guerre di regime, volte a realizzare quella vocazione imperiale che era componente essenziale dell'ideologia e della propaganda fascista, si apre con le immagini dell'aggressione all'Etiopia nel 1935. Si tratta di una guerra di sterminio, condotta con grande impiego di mezzi per ottenere una vittoria rapida e totale (nel maggio del 1936 viene proclamato l'Impero d'Etiopia) e sostenuta all'interno da una massiccia operazione dell'apparato propagandistico: la raccolta delle fedi nuziali rappresenta effettivamente il momento di massimo consenso popolare al fascismo.
La guerra civile spagnola, contrapponendo antifascismo e fascismo internazionale nella lotta per o contro la repubblica, anticipa il carattere ideologico e sociale che sarà proprio del conflitto mondiale e della Resistenza. Gli aiuti dell'Italia fascista al franchismo sono cospicui in mezzi e uomini: migliaia di "volontari", ai quali il regime offre premi e buone paghe, vengono reclutati principalmente fra le masse di disoccupati meridionali.
Nel 1938 vengono emanate le leggi razziali sottoscritte anche dal Re Vittorio Emanuele III che discriminano i cittadini di religione ebraica ed aprono la via delle deportazioni nei campi di sterminio tedeschi.
Quando, il 10 giugno 1940, entra nel secondo conflitto mondiale, già provata dalle due guerre precedenti, l'Italia è del tutto impreparata militarmente. La guerra, voluta da Mussolini a seguito delle strepitose vittorie tedesche, si rivela presto un insuccesso: in Africa, Grecia, Jugoslavia si evidenzia la totale subordinazione del fascismo italiano all'alleato tedesco.
Sul fronte interno le difficoltà economiche, il razionamento, i continui bombardamenti aerei, le sconfitte militari maturano l'ostilità popolare verso il regime. Nel marzo 1943 gli operai della Fiat scendono in sciopero a Torino: il movimento, che si estende alle principali città del Nord, nonostante la dura repressione, ha una chiara connotazione di protesta politica. Nei mesi successivi precipita la crisi della dittatura fascista: dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia del l0 luglio 1943, Mussolini è messo in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio e costretto a dare le dimissioni. Il governo Badoglio, dopo la firma dell'armistizio (reso pubblico 1'8 settembre), lascia privo di istruzioni operative l'esercito, determinandone il totale sbandamento, mentre i Tedeschi invadono tutte le zone del paese non occupate dagli angloamericani. Una bandiera, quella dei partigiani di Boves, - una delle prime formazioni partigiane costituitesi in Piemonte - rammenta il primo della lunga serie di eccidi nazisti: a Boves un intero reparto di soldati italiani, comandati dal sottotenente Ignazio Vian, era salito sulle montagne dopo l'8 settembre. Il 19 settembre 1943 le truppe tedesche, non riuscendo ad avere la meglio sui partigiani, si volgono contro la popolazione civile di Boves, massacrando trentadue persone inermi.
Ricostruiscono la storia della Resistenza nei suoi aspetti eroici e quotidiani, molti oggetti: macabri cimeli come la sedia dei fucilati del Martinetto e le divise dei deportati italiani nei campi di concentramento, documenti che attestano l'ampiezza della rete organizzativa del Comitato di Liberazione Nazionale, immagini di vita partigiana, un container col quale gli Alleati fornivano aiuti per via aerea alle bande. Oltre alla celebre immagine della staffetta partigiana sono esposti copie di giornali e volantini diffusi clandestinamente. Una delle ultime sezioni è dedicata al ruolo delle donne nella lotta di liberazione. Al fondo della sala due grandi cartografie illustrano l'una lo sviluppo dell'offensiva finale e l'insurrezione dell'aprile 1945 nel territorio piemontese, l'altra, limitata alla riproduzione delle regioni centro-settentrionali, la diffusione della lotta partigiana in Italia.

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